Le personalità religiose che incontriamo nella storia sono, a questo riguardo [sulla sessualità], assai diverse l'una dall'altra. Le une hanno stimato semplicemente cattivi i rapporti tra l'uomo e la donna, condannando e cercando di eliminare l'istinto sessuale. Altre invece raccolsero sullo stesso terreno della religione, addirittura esaltando ciò che in esso vi ha di religioso. Ora, se da questi possibili casi fissiamo lo sguardo sopra Gesù, vediamo che nessuno gli conviene.
Nel suo desiderio e nel suo contegno personale, il problema non ebbe alcun significato. Gesù si muove in una libertà inaudita, così perfetta che noi non siamo neppure in grado di farcene un'idea, e senza una precisa occasione non si pone neppure il quesito.
D'altro lato, non troviamo in lui neppure alcun segno di lotta. Gesù non teme il problema, non l'odia, non lo dispregia, non lo combatte. Invano si cercherebbe un segno che egli l'abbia dovuto soggiogare.
Ci si chiede allora se egli sia stato forse insensibile: mancano forse uomini indifferenti, i quali non sanno né la lotta né il dominio? Certamente, no. L'essere di Gesù è pieno di profondo fervore. Tutto, in lui, vive. Tutto è vigilante e pieno di forza creatrice. Con quale interesse si presenta agli uomini! Il suo amore per essi non procede per dovere, ne in forma riflessa, ma fluisce da sé. Amore è l'anima del suo essere. Quand'egli si fa portare II bambino per indicare ai suoi discepoli quale genere di spiritualità convenga al regno dei cicli, lo prende in braccio. Per quanto stanco, benedice i pargoli che le madri gli porgono — e chi dirà quanto essi godessero di stare con lui?
I suoi discepoli non erano per lui puri strumenti della sua dottrina, ma personalmente cari: « Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici » (Gv 1515). Le ore dell'addio erano esuberanti di tenerezza. Giovanni gli era particolarmente vicino: « quello che Gesù aveva caro » (Gv 13 23). Non per nulla, all'ultima cena, egli pose il capo sul cuore di Gesù — e non era ceno la prima volta... E quando, sbigottiti per la tremenda rivelazione: « Uno di voi mi tradirà », nessuno più osa proferir verbo, Pietro accenna a Giovanni: « Domandagli tu di chi parla »; ed egli, « posandosi sul cuore di Gesù, gli dice: — Signore, chi è mai? » (Gv 13, 21-25).
Sappiamo ancora della cura sollecita delle donne che lo assistevano e che egli contraccambiava naturalmente di gratitudine e di bont . Leggiamo della gente di Betania « che egli amava » (Gv 11 3). La descrizione della cena al capo dodicesimo di Giovanni rivela la sua delicata attenzione per Maria, sorella di Lazzaro. Quale casta intimità tra lui e Maria di Magdala! Lo manifesta quell'incontro divinamente suggestivo, dopo la resurrezione, nell'orto: « Maria! Rabboni, Maestro! » (Gv 20 16-17). Ma nessuno che abbia occhi per vedere e un cuore sano potrà mai scoprirvi neppure ombra di segreti vincoli o di desideri disordinati. Sono tutte espressioni di una serena, ardente libertà.
Riflettendo alla figura di Gesù, troviamo tutto, in lui, ricco e vitale; ma tutte le forze le troviamo raccolte nel cuore, fiorite in energia di affetto, orientale verso Dio e a lui tendenti con un moto incessante.
È un assaporare senza fine, come « cibo e bevanda » del suo essere più intimo, le sante esigenze di amore e la spontanea oblazione del Padre, per tradurle in opera e in creazione di amore (Gv 9 32 ss.), e questa pienezza di forze che spontanee, serene, diritte, s'intrecciano da Dio a Dio e da Dio all'uomo; questa purità e nitore rappresentano per l'appunto il lato impenetrabile della personalità di Gesù.
Da lui, che così poco ha parlato del problema sessuale, emana una virtù di sollievo, di castità e di dominio su quelle energie, che mai si conobbe l'uguale.
Non è possibile determinare in che cosa consista la regola cristiana del problema che presiede alla vita, dal modo con cui l'ha visto questa personalità cristiana o quell'opinione scientifica; bisogna determinarlo dal modo con cui lo vuole Gesù. Egli sovrasta tutto, anche il più grande santo, anche il più grande maestro. In ogni uomo e in ogni tempo e in ogni opinione scientifica dobbiamo appellare a lui. Egli solo è « la via, la verità e la vita » (G XIV 6), come in tutto, così anche qui.
Il significato della verginità
Il significato della verginità cristiana non si può rendere in un campo puramente umano, né in base all'istinto né in base allo spirito; lo si può attingere unicamente alla Rivelazione. Cristo dice: l'uomo ha potere di consacrare a Dio, con rettitudine e sincerità, la sua piena potenza di amore. Da parte sua, Dio ama con pienezza di amore e può diventare per l'uomo l'unico e il tutto. Non a mo' di surrogato, non come copertura, non come immagine stereotipa di un pensiero ridotto a misure umane, ma con schiettezza genuina. Dio è colui che amava sovranamente, e colui che solo può essere amato. Sì, Dio è colui che solo può essere amato senza misura, in senso pieno e definitivo.
In fondo all'esperienza affettiva di ogni cuore nobile e delicato, foss'anche il più felice e il più ricco, vi è un'impossibilità di appagare in modo definitivo. Di fronte all'uomo l'amore non è in grado di sviluppare la sua forza suprema, perché l'uomo rimane troppo angusto per questo. L'altro non può essere compreso nella intimità assoluta, perché resta sempre una distanza... Di fronte a questa insufficienza ultima di ogni amore terreno l'uomo indovina che vi è ancora un altro amore, il quale però non può mai realizzarsi di fronte a un uomo, fin che non gli siano donati l'oggetto e la forza, la confidenza ed il cuore, la vicinanza e la capacità di rispondere.
Questo amore lo indica la Rivelazione. In esso è il segreto della verginità. Nei suoi confronti tutte le obiezioni dell'etica e della psicologia si riducono a presunzione e meschinità. Non vi è certamente nessuna regola per sapere se uno sia atto ad attuarlo. Qui vale la parola: Comprenda chi può, nel suo senso più rigoroso. È una riserva speciale — ancora all'interno di quella riserva della grazia nei confronti della natura, della quale fa parola il versetto undecimo.
Comunque, la forza in virtù della quale vengono edificati i due ordinamenti, del matrimonio e della verginità, è quella di cui parlavamo all'inizio di questa meditazione: la forza di Cristo. Qui dobbiamo pensare con tutta serenità e decisione. Matrimonio cristiano e verginità cristiana non sorgono in base a intendimenti sociologici, per quanto chiari; non procedono da forze morali e personali, per quanto buone; non da una religiosità immediata, per quanto pia. Tutto questo conduce lontano dalla sostanza del problema. Non sono neppure il risultato di una grazia genericamente intesa, come sarebbe a dire una particolare qualità religioso-umana, una purità naturale o valori del genere; ma di una forza insita all'essere di Cristo, la quale forza è egli stesso. Il matrimonio cristiano può centrarsi unicamente a patto che tra i due, che sono uniti, « sia lui in mezzo ad essi » (Mt XVIII 18-20). Egli stesso. La sua operante interiorità. La sua forza di sopportare, di pazientare, di amare, di superare, di perdonare « sette volte e settanta volte sette » (Mt XVIII 22).
Ecco la forza. E non un regno dei cieli astratto rende possibile la verginità; neppure, semplicemente Dio, ma Cristo. Ciò che da lui risplende, dalla sua persona, dai suoi sentimenti, dal suo operare, dal suo destino: il Santo, l'Innominabile, ciò che scuote, illumina, riempie i cuori. A far ricorso, a questo proposito, ad espressioni generiche, scomparirebbe; come, per esempio, se lo si dicesse l'ethos, o l'espressione della sua esistenza, o la plenitudine dei valori da lui rivelati. No, non ethos, non espressione, non valori — lui. Quello che può venire espresso con un solo nome: Gesù Cristo. Il Figlio del Dio vivo e Figlio dell'uomo. Il più bello tra i figli degli uomini. La vita stessa e lo stesso amore. Non appena Gesù Cristo cessi di essere la verità, la norma e la realtà, matrimonio e verginità cristiani sono destituiti di senso.
R. Guardini, È il Signore, 336-337. 343-344

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