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| SACRO EREMO DI CAMALDOLI |
È estremamente difficile distinguere tra le indicazioni di Gesù per la sola cerchia dei discepoli e quelle per l'insieme di Israele. Questa difficoltà deve avere un fondamento oggettivo: l'insegnamento morale di Gesù deve certo essere vissuto nella cerchia dei discepoli, ma al tempo stesso è rivolto a tutto il popolo. Questi contorni apparentemente sfumati dipendono dal fatto che la cerchia dei discepoli rappresenta a modo di segno l'Israele della fine dei tempi.
In ogni caso, il «discorso della montagna» — e questa formula ci serve qui per designare l'insegnamento etico di Gesù nel suo insieme — non è rivolto a individui isolati o — che sarebbe poi lo stesso — all'umanità nel suo complesso. Il destinatario del discorso della montagna è Israele o, più precisamente, la cerchia dei discepoli che rappresenta Israele. Quest'affermazione è di importanza straordinaria anche per la discussione attuale sulla validità del discorso della montagna in campo politico; dobbiamo perciò studiare in maniera più attenta il quadro del «discorso della montagna» nella redazione di Matteo e d'altra parte, anche il quadro del «discorso della pianura» in Luca.
Ambedue i discorsi risalgono, quanto al loro contenuto essenziale, alla prima composizione programmatica dei detti di Gesù, la cosiddetta fonte dei logia. I quadri rispettivamente del discorso della montagna e del discorso della pianura non riproducono semplicemente una situazione storica della vita di Gesù. Tuttavia nel nostro contesto questi quadri hanno un grande valore: essi ci fanno almeno capire chi era per i redattori dei due vangeli il destinatario di una parte decisiva dell'insegnamento etico di Gesù. Come ci si presentano allora questi due inquadramenti?
Matteo introduce il discorso della montagna come segue: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità del popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava» (Mt 4;23-2-5).
Matteo fa precedere intenzionalmente il discorso della montagna da un sommario dettagliato. Egli intende evidenziare qual è, sul piano della storia della salvezza, il presupposto delle esigenze morali del discorso della montagna: il Regno di Dio già annunciato, che Gesù rende presente non solo in parole ma in azioni potenti a benefìcio dei malati del popolo di Dio. Tutto Israele è, per così dire, riunito dinnanzi a Gesù; tutte le parti del paese vengono accuratamente numerate: Galilea, Giudea, Gerusalemme, il paese al dilà del Giordano. È dunque davanti a tutto Israele che Gesù proclama il nuovo ordinamento sociale del popolo di Dio, così come un tempo sul monte Sinai era stato proclamato l’ordinamento dell'antica alleanza. Ora, un elemento decisivo è che qui come uditori di Gesù vengono propriamente menzionati i discepoli. Forse che la predicazione di Gesù vale soltanto per loro, non per il popolo? Il popolo, in ultima analisi, fa solo da comparsa per rendere più imponente il discorso di Gesù? Quest'interpretazione viene definitivamente esclusa tre capitoli avanti, con la conclusione del discorso della montagna: «Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi» (Mt 7,28s.).
Qui non si parla più dei discepoli. Il discorso della montagna vale quindi chiaramente per tutto il popolo, vale per Israele nel suo insieme. Eppure non è un caso che in Mt 5,1 vengano menzionati i discepoli. I discepoli sono il gruppo più intimo degli uditori di Gesù: essi devono in ogni caso ascoltare e compiere ciò che è detto a tutto il popolo diDio.
Molto affine è la situazione in Luca. Dopo aver raccontato come sul monte Gesù ha chiamato i Dodici scegliendoli da una cerchia più ampia di discepoli, introduce il discorso della pianura con queste parole:
«Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di"suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli Gesù si mise a parlare» (Lc 6,17-20).
Lo scenario teologico assomiglia a quello di Matteo. La magna charta delle esigenze etiche di Gesù presuppone la salvezza del regno di Dio già annunciata e concretizzata fin nell'ambito della corporalità con le numerose guarigioni di malati. Ma Luca sistema gli uditori del discorso della pianura con cura ancor maggiore di Matteo: c'è il gruppo dei Dodici, appena istituito, vicino a lui «la gran folla» degli altri discepoli, e in una cerchia ancor più ampia tutta la moltitudine del popolo. A differenza di Matteo, Luca arriva a chiamare il popolo laos, Nella traduzione greca dell'Antico Testamento il termine laos ha un accento di solennità: è il popolo di Israele eletto e guidato da Dio.
Ma almeno in Luca il grande discorso di Gesù non è rivolto soltanto alla cerchia dei discepoli? In 6,20 leggiamo infatti: «Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù cominciò a parlare». Questa notazione evidenzia comunque che i discepoli sono gli uditori più importanti del discorso della pianura. E tuttavia anche in Luca, esattamente come in Matteo, al termine del discorso è il popolo ad essere chiaramente presentato come ascoltatore. Infatti il discorso della pianura si conclude con queste parole. «Quando (Gesù) ebbe terminato di dire tutte queste parole alle orecchie del popolo che stava in ascolto...» (Lc 7,1).
«Dire alle orecchie» è ancora una volta la lingua della traduzione greca dell’AT. Nell'Antico Testamento questa formula indica che si tratta di un discorso che va proclamato pubblicamente, perché giuridicamente vincolante. Anche in Luca è dunque evidente che il grande discorso programmatico di Gesù vale non solo per la cerchia dei discepoli ma per il popolo di Dio nel suo insieme.
Questo duplice destinatario del discorso della montagna, questa sua oscillazione tra cerchia dei discepoli e popolo non è certamente un caso. Ambedue gli evangelisti tengono molto a mettere in evidenza che il discorso della montagna vale anzitutto e urgentemente per i discepoli ma, al dilà di questi, vale per tutto il popolo di Israele, che ha udito la lieta novella del Regno di Dio e ha visto i suoi malati guariti dall'annunciatore di questa novella.
In Gesù ci fu sicuramente l'una e l'altra cosa: la proclamazione pubblica del Regno di Dio e la predicazione al popolo da una parte, l'insegnamento specifico ai discepoli dall'altra. Il materiale dei logia rielaborato nel discorso della montagna proviene da tutte due gli ambiti. Spesso e praticamente impossibile cercare nei particolari quale fosse la situazione originaria nella vita di Gesù. Ma, in ultima analisi, non è così importante sapere se questa o quella sentenza deriva dall'insegnamento ai discepoli o dalla predicazione al popolo. Perché, anche se il destinatario iniziale di una determinata istruzione fu soltanto la cerchia dei discepoli, questa rappresentava l'intero Israele; perciò tutto quanto veniva detto loro valeva in ultima analisi per tutto il popolo di Dio. Dimostrano anche il diritto degli evangelisti a riferire progressivamente a tutti i credenti il concetto di «discepolo di Gesù», originariamente preciso e univoco, e ad allargare lentamente a tutto il popolo di Dio il concetto di «sequela».
Il destinatario dell'insegnamento etico di Gesù non è né l'individuo isolato né l'umanità come collettività. Quel destinatario e Israele o, meglio, la cerchia dei discepoli che rappresenta Israele.
G. Lohfink
(continua)

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