Gli ultimi due capitoli non hanno dissolto una difficoltà che non può essere passata sotto silenzio. Come già abbiamo visto, Gesù ha posto ai discepoli che lo seguivano istanze e condizioni particolarmente radicali: soprattutto la rinuncia al lavoro finora condotto e l'abbandono della famiglia. Bisognerebbe ancora aggiungere, per esempio: rinuncia alla proprietà (cfr. Lc 14,33) e alla preoccupazione per il domani (cfr. Lc 12,22-32). Ora, non è possibile mettere semplicemente sullo stesso piano queste esigenze di Gesù rivolte alla cerchia limitata di quelli che lo seguivano e gli insegnamenti di Gesù a tutto il popolo. Chiariamo il problema mediante un esempio concreto.
Per amore del Regno di Dio Gesù era rimasto personalmente celibe (cfr. Mt 19,12), e dai discepoli esigeva l'abbandono della famiglia. In oriente una decisione del genere aveva a volte conseguenze drastiche: quando il capofamiglia decideva di mettersi tra coloro che accompagnavano Gesù, alla donna non restava che tornare con i figli alla casa paterna, sebbene questo venisse vissuto come una macchia. Comunque venissero risolti problemi come questo, una cosa è certa: l'abbandono della famiglia era un'esigenza estremamente radicale e dura. Perciò Gesù l'ha posta soltanto a coloro che lo seguivano nel senso letterale del termine, non a tutto il popolo, neppure ai suoi seguaci «sedentari». Non si può dunque fare a meno di distinguere nell'insegnamento di Gesù tra un ethos della sequela e un ethos di tutto il popolo di Dio. Ma in questo modo non rimettiamo in questione i risultati finora raggiunti? E soprattutto: non spunta immediatamente il noto problema di un ethos a due piani: uno per i «migliori» e un altro per «la gente media», con tutte le conseguenze che un ethos del genere ha avuto nella chiesa cattolica, fino a dividere il popolo di Dio in due stati?
Se si guarda più attentamente, in Gesù si trova certo un ethos specifico della sequela ma in nessun modo un ethos a due piani. Per illustrare questo punto, restiamo sul nostro esempio dell’abbandono della famiglia. Non nasce qui uno stato di perfetti di fronte a uno stato di meno perfetti perché a coloro che restano a casa con la famiglia Gesù pone esigenze ugualmente radicali che a quelli che lo seguono. Il discorso della montagna include pur sempre un testo che proibisce senza riserve all'uomo di congedare la moglie (contro la prassi di separazione che vigeva allora in Israele) (Mt 5,31s.). E include un altro testo in cui già lo sguardo concupiscente dell'uomo su una donna equivale all'adulterio messo in opera (Mt 5,27s.). Tutto questo è, nella sostanza, altrettanto duro e drastico che l'esigenza rivolta ai discepoli di lasciare la famiglia. Gesù esige dagli uni una fedeltà assoluta e indissolubile alla sposa, dagli altri fedeltà assoluta e indissolubile alla loro missione di predicatori. In altre parole: la forma concreta di vita, sia il matrimonio che il servizio di di predicazione, viene presa da Gesù in ambedue in maniera radicalmente seria. In questa forma radicale i due tipi di vita sono possibili soltanto in presenza del Regno di Dio. La libertà interiore di vivere con tale radicalità la fedeltà matrimoniale o la sequela scaturisce solo dal fascino di un Regno di Dio che è già realtà presente.
Ciò che abbiamo mostrato in forma paradigmatica in base all'esempio del matrimonio e del celibato potrebbe essere analogamente ripetuto a proposito di altri complessi dell’ethos della sequela. In Gesù è dunque presente un ethos della, sequela definibile in teoria; ma esso non costituisce una forma superiore di eticità a confronto con l'ethos di tutto u popolo di Dio, ma viene determinato - in maniera estremamente funzionale — dalla forma concreta di vita di coloro che sono itineranti con Gesù.
Con questo abbiamo soltanto negato resistenza di un ethos a due piani. Bisogna anche vedere il nesso intrinseco tra ethos della sequela ed ethos del popolo di Dio. Per individuare questo nesso, cominciamo col prendere in considerazione un testo che in origine era certamente rivolto a coloro che seguivano Gesù alla lettera. In Marco il testo suona così: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29s.).
Nella forma appena citata, questo detto è già elaborato nell’ottica della cristianità primitiva. Vi è interpolato il concetto di vangelo, vi è aggiunto l'inciso «insieme a persecuzioni», ma soprattutto vi è inserito lo schema dei due eoni. Il detto originario dev'essere consistito in una promessa molto più radicale in ordine al presente: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia, che non riceva cento volte tanto già adesso, in quest'ora: case, fratelli, sorelle, madre, figli e campi».
Bisogna cogliere tutto quanto c'è di inaudito in questo detto di Gesù: fratelli e sorelle sono i consanguinei, sono il clan, a cui l'orientale appartiene e a cui è tenuto a render conto di ciò che fa, ricevendone d'altra parte protezione. Padre e madre: dietro questa formula sta l'antichissimo ordinamento della famiglia patriarcale, sacro e confermato anche dalla scrittura. Figli: sono la gioia maggiore dell'orientale, il suo orgoglio, ma anche la sua sicurezza sociale, per così dire la sua assicurazione sulla vita per domani. E campi: sono la partecipazione dell'israelita all'eredità santa, garantita da Dio. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che Barnaba, originario di Cipro, possedeva un campo presso Gerusalemme (4,36s.): come molti altri giudei della diaspora egli aveva acquistato un pezzo di terreno in Terra santa, per consolidare il suo legame con Israele e diventare partecipe delle benedizioni del tempo messianico. In Mc 10,29s. dobbiamo allora leggere dietro i «campi» il concetto di «terra», così ricco di significato per ogni pio giudeo.
Ora, tutto ciò viene relativizzato da Gesù: il clan, i genitori, i figli, la terra. È possibile, a volte perfino necessario, abbandonare tutte queste realtà. Non però per il gesto stesso dell'abbandono, non perché questo gesto sia già in se stesso un valore positivo, ma perché sta nascendo una realtà nuova: irrompe il Regno di Dio. Allora tutto cambia. Coloro che ora seguono Gesù, che per amore del Regno di Dio lasciano alle spalle tutto quanto finora avevano, diventano una nuova famiglia. Una famiglia in cui, paradossalmente, vi sono di nuovo fratelli, sorelle, madri e figli.
Già ora, in quest'ora, i discepoli riavranno centuplicato tutto ciò che hanno abbandonato. Gesù parla qui della sua originalissima esperienza, che è diventata sempre più l'esperienza dei suoi discepoli: essi hanno abbandonato la famiglia, ma hanno poi trovato, nella cerchia dei discepoli, nuovi fratelli e sorelle. Hanno abbandonato la casa paterna, ma in ogni punto del paese dove sono stati accolti con cuore ospitale hanno trovato nuove madri. Hanno abbandonato i figli, ma si sono continuamente uniti a loro uomini nuovi, prima sconosciuti, tutti presi dalla nuova realtà. Hanno abbandonato i campi, ma hanno trovato come «nuova terra» una comunità solida e capace di sostenerli.
Insieme con tutte queste esperienze bisogna ricordare in particolare la comunione a tavola, dove i discepoli continuamente si ritrovano. Qui Gesù è il padrone di casa, che riunisce attorno a sé la nuova famiglia e pronuncia la preghiera di benedizione (Mc 8,6s.). Più tardi i discepoli lo riconosceranno nell'atto di spezzare il pane (Lc 24,30s.34). La comunione a tavola con il Gesù terreno dev'essersi impressa indelebilmente nel loro ricordo.
Gesù ha richiesto ai suoi discepoli di lasciare tutto, ma non li ha chiamati alla solitudine e all'isolamento (non è questo il senso della sequela), bensì a una nuova famiglia di fratelli e sorelle, che è il segno del Regno che spunta.
Il problema decisivo è ora di sapere se ciò che qui abbiamo descritto in base a Mc 10,29s. come la realtà della nuova famiglia, possa essere collegato con l'insieme del popolo di Dio. La promessa di Mc 10,29s. viene fatta soltanto ai discepoli di Gesù, e presuppone dunque l'ethos della sequela. C'è un testo che prolunga questo discorso, cioè Mc 3,20s.-31-35.
Gesù si trova in una casa, ed è assediato da tanta gente che lui e i suoi discepoli non riescono neppure a mangiare (3,20). In questa situazione arrivano i suoi parenti per riportarlo a casa con la forza. La famiglia di Gesù si sente dunque offesa dalla sua apparizione pubblica. Coloro che in famiglia la sanno lunga sono convinti che è impazzito (3,21). Quando qualcuno dice a Gesù: «Tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano», egli risponde (3,33-35): «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, dice: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre».
Qui riaffiora la tematica della nuova famiglia. Gesù, «con una formula antica altamente retorica ma anche altamente giuridica», si dichiara libero dalla sua famiglia e si inscrive in un'altra famiglia, anzi egli stesso la costituisce: «Questi sono i miei fratelli!».
Da chi è formata questa nuova famiglia? Soltanto dalla cerchia dei discepoli? La notazione di Marco 3,32: «Tutt’attorno era seduta la folla» dice il contrario. Ma non vogliamo dare troppa importanza a questo rilievo narrativo. Più importante è la parola di Gesù stesso: «Chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre».
Che significa in questo contesto: «fare la volontà di Dio»? In un contesto rabbinico vorrebbe dire: osservare la Torà, la legge del Sinai. Ma non può essere questo il senso del nostro testo; poiché la famiglia di Gesù è certamente osservante della legge, e tuttavia in questa situazione non ha alcun rapporto evidente con la volontà di Dio. Perciò qui, come in molti altri passi del Nuovo Testamento, la volontà di Dio non può essere altro che il disegno di salvezza che Dio ora porta a compimento e a cui bisogna aderire, con prontezza radicale a lasciar cambiare la propria vita nell'ottica di Dio. In termini più concreti: la volontà di Dio è qui la venuta del Regno e la riunificaaone del vero Israele (cfr. Mt 6,9s.). Coloro che fanno la volontà di Dio sono quelli che credono all’annuncio, proclamato da Gesù, del Regno di Dio ormai vicino e accolgono la convocazione per formare il popolo di Dio alla fine dei tempi. Perciò in Mc 3,35 Gesù non paria soltanto dei suoi discepoli ma di tutti quelli che ora in Israele riconoscono l'iniziativa di Dio e premono per entrare nel suo Regno.
È dunque chiaro che la nuova famiglia di fratelli e sorelle di Gesù è molto più ampia della cerchia vera e propria dei discepoli. Dovunque in Israele c'è qualcuno che crede nell'evangelo del Regno di Dio, e non solo nella cerchia di coloro che seguono letteralmente Gesù; nasce ora una realtà nuova. Il Regno di Dio si fa strada con potenza (Mt 11,12). Gesù lancia il suo messaggio come un fuoco sulla terra, e vorrebbe che tutto si accendesse (Lc 12,49). Il messaggio del Regno di Dio provoca in Israele divisione e divaricazione: «D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tré contro due e due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,52s.).
Questa divaricazione o causa del vangelo attraversa le famiglie di Israele. Ciò significa che in ogni luogo vi sono uomini che si decidono per il Regno di Dio e devono allora mettere in conto il conflitto con la propria famiglia, con il proprio clan. Essi costituiscono la nuova famiglia di Gesù, che passa trasversalmente per Israele e per le vecchie famiglie e tribù.
Tiriamo le somme: dobbiamo riconoscere che in Gesù c'è un ethos speciale della sequela, che ha il suo luogo appropriato nella cerchia dei discepoli (più tardi, nella cerchia dei profeti e dei missionari itineranti). Ma dobbiamo pure riconoscere che quest'ethos è in molti modi collegato con l'ethos del restante popolo di Dio (in concreto: dei seguaci di Gesù che rimangono a casa loro). Vi sono tra i due ethos continue irradiazioni, interazioni, intersecazioni.
Per l'esempio concreto che abbiamo scelto, tutto ciò significa che soltanto un certo numero di quelli che accolgono il messaggio di Gesù in Israele abbandonano il loro paese natale e camminano con Gesù lungo la Palestina, con una vita itinerante senza punti fissi. La maggior parte rimane a casa sua. E tuttavia anche le famiglie di quelli che restano subiscono un cambiamento. Diventano più disponibili, più aperte. Non si racchiudono più in se stesse. Sono ospitali verso Gesù e i suoi messaggeri. Entrano in rapporto gli uni con gli altri. Oppure avviene un fenomeno ben diverso: le famiglie si spaccano. Gesù e il suo movimento diventano segno di contraddizione (Lc 2,34). Molti si dichiarano individualmente liberi dalle forme antiche (Mc 2,21s.) e si uniscono alla nuova famiglia di cui parla Gesù in Mc 3,31s. Così in mezzo all'antico Israele va nascendo, in maniera inizialmente impercettibile ma comunque inarrestabile, la nuova società progettata da Dio.
G. LOHFINK

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