martedì 19 marzo 2019

LEWIS LETTERE DI BERLICCHE


Nel romanzo Le lettere di Berlicche, C. S. Lewis (l’autore di Le cronache di Narnia) immagina che un demonio di nome Berlicche dia istruzioni ad un nipote (chiamato Malacoda)  per ottenere l’eterna dannazione d’un giovane convertito da poco alla fede cristiana, nella confessione anglicana. 
È un’opera letteraria ma con spunti teologici di una certa profondità; rappresenta un esempio notevole di un’azione di discernimento degli spiriti. Le istruzioni, fornite in modo epistolare, sono disposte in 31 lettere. Seguiamo così le vicende di un giovane di questo mondo dalla conversione alla fede fino alla sua morte improvvisa, avvenuta nel corso di un bombardamento tedesco. L’opera è stata pubblicata nel 1942 dopo che gli inglesi avevano sostenuto la tragica battaglia d’Inghilterra (avvenuta nel 1940, con circa 40.000 morti).
Ho riassunto in modo sintetico il contenuto di ogni lettera. Il lavoro è ancora provvisorio.


Opera di riferimento: Clives Staples Lewis, Le lettere di Berlicche, Oscar Mondadori, Clasici moderni, a cura di Alberto Castelli, I edizione, Milano 1988. [Nelle citazioni, il primo numero corrisponde alla numerazione di ogni lettera e il secondo alla pagina].


1. Come impedire l’adesione alla fede? Chi è alla ricerca della verità, se si impegna in uno studio profondo e ragiona in modo spassionato, libero da pregiudizi, diventare facilmente un credente perché un retto uso della razionalità persuade della bontà della fede. Per impedire questo passo, secondo B. non è opportuno suscitare dibattiti e discussioni, perché la disputa stimola il ragionamento. È più opportuno, piuttosto, confondere, ubriacare, sottomettere alla mentalità dominante: «Il tuo giovanotto è stato abituato, fin da ragazzo, ad avere nella testa una dozzina di filosofie irriconciliabili fra di loro, che danzano insieme allegramente. Non considera le dottrine come, in primo luogo, "vere" o "false", ma come "accademiche" o "pratiche", "superate" o "contemporanee", "convenzionali" o "audaci". Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore per tenerlo lontano dalla chiesa» (1,7). Deve essere indotto piuttosto a lasciarsi influenzare dal sentire comune e ad immergersi nella corrente delle esperienze sensibili immediate. «Il tuo lavoro dev’essere quello di fissare la sua attenzione su questa corrente. Insegnagli a chiamarla "la realtà della vita", senza permettere che si chieda che cosa intende dire quando dice "realtà"» (1,8).

2. La seconda lettera presuppone che il giovane si sia fatto cristiano. Chi si è avvicinato alla fede da poco e non ha ancora salde radici, può essere allontanato, per mezzo delle prime difficoltà; se si sente amareggiato, soprattutto, da una certa disillusione. Probabilmente, s’aspettava che si sarebbe trovato in un ambiente più attraente, più solido, più vivace, ma la comunità cristiana è composta di persone normali, segnate anche da limiti irritanti.
La delusione è un fenomeno che si verifica in modo normale in svariati campi della vita: «Esso sorge quando un ragazzo, che da fanciullo s'era acceso d'entusiasmo per i racconti dell'Odissea, si mette seriamente a studiare il greco. Sorge quando i fidanzati si sono sposati e cominciano il compito serio di imparare a vivere insieme» (2,12). Il senso di amarezza viene sfruttata dal diavolo come un’ottima occasione: «Lavora indefessamente, dunque, sulla disillusione e il disappunto che sorprenderà senza dubbio il tuo paziente nelle primissime settimane che si recherà in chiesa» (2,12).
Il disappunto presuppone che la persona amareggiata covi dentro di sé un senso di superiorità sulle altre persone. Acquisire un vero sentimento di umiltà che consentirebbe un’accettazione serena delle debolezze dei membri della comunità, richiede tempo. Finché il cristiano non ha acquisito questa virtù, non si esprimerà in parole vere, quali sono quelle che scaturiscono da una profonda conversione del cuore: «Non è ancora stato a sufficienza con il Nemico [cioè con Dio] per possedere già una vera umiltà. Le parole che ripete, anche in ginocchio, sui suoi numerosi peccati, le ripete pappagallescamente» (2,14). Il neo convertito pensa facilmente di essere molto meglio degli altri. «In fondo crede ancora che lasciandosi convertire, ha fatto salire di molto un saldo attivo in suo favore nel libro mastro del Nemico, e crede di dimostrare grande umiltà e degnazione solo andando in chiesa con codesti compiaciuti vicini, gente comune. Mantienigli la mente in questo stato il più a lungo possibile» (2,14).


3. La mancanza di sopportazione, dovuta anche a scarsa umiltà, compare anche nelle relazioni familiari. Il consiglio di B. è quello di «imbastire in casa un'atmosfera costante di disturbo reciproco, di giornaliere trafitture di spillo» (4,15). Il giovane, convertito alla fede da poco, deve essere sollecitato ad evitare il contatto con la concretezza della vita: «Tiengli la mente lontano dai doveri più elementari, sospingendolo verso quelli più progrediti e più spirituali. Aggrava quella caratteristica umana che è utilissima: l'orrore e la negligenza delle cose ovvie» (4,15).
Nelle relazioni quotidiane, una persona può diventare insopportabile per l’altra. È sufficiente che ognuno si soffermi a considerare soltanto gli aspetti più negativi dell’altra; insinuare sospetti; far credere che noi siamo indenni da ogni difetto mentre dobbiamo sopportare quelli altrui. Anche in questo caso, viene alimentata una spiritualità che non vuole incarnarsi. Alludendo alla madre del giovane, suggerisce: «Assicurati che… egli si preoccupi sempre dello stato dell'anima di lei e mai dei suoi dolori reumatici» (2,16).

4. Quanto alla preghiera, la cosa migliore sarebbe quella tener lontano del tutto il giovane dall’intenzione di questa pratica, poiché la preghiera è la migliore arma di difesa contro le insidie demoniache. Dove c’è preghiera c’è il pericolo dell’azione immediata di Dio (4,21). Se non è possibile distoglierlo del tutto,  il giovane, almeno, dev’essere persuaso a disistimare le modalità normali di culto e apprezzare soltanto le forme più elevate di elevazione a Dio, a lui del tutto inaccessibili. Sarà opportuno, quindi, insinuare che le preghiere vocali sono troppo infantili, ripetizione di formule fatte al modo di papagalli, e spingerlo ad imitare, anzitempo, i gradi d’orazione dei grandi santi (4,19). Convincerlo che la posizione del corpo non ha alcuna importanza. Dovrà aspirare a raggiungere una preghiera nobile e sofisticata, tutta tesa ad osservare l’insorgere dei suoi sentimenti interiori. Il trabocchetto consiste nell’indurlo a pensare a sé, alla sua interiorità, ai suoi stati psicologici piuttosto che a Dio. La sconfitta della trama demoniaca, al contrario, avviene quando l’orante pone la sua fiducia in «in quella Presenza perfettamente reale, esterna, invisibile, là nella stanza con lui, e che egli non conoscerà mai come invece viene conosciuta da essa» (4,22).

5. Lewis tratta ora l’argomento della guerra. Non dimentichiamo che l’opera è stata scritta nel 1942, in piena guerra, ma sviluppare questo argomento è un modo per affrontare il discorso sulla sofferenza e sugli impegni sociali. Pur essendo un fatto negativo, questa, come altre calamità, diventano spesso un’occasione per tante persone di tornare a Dio; per altri un’occasione per dare la vita a favore di ideali sociali [magari in buona fede nel caso in cui questi ideali fossero errati o ingannevoli ] (5,25). Inoltre, nel corso di un conflitto, la gente è costretta a pensare alla morte e, quindi, al senso della vita. Confessa B.: «Una delle nostre armi migliori, la mondanità soddisfatta, è resa inservibile. In tempo di guerra neppure uno degli uomini può pensare di vivere per sempre» (5,25). Quando sono costrette ad affrontare la sventura, per dare significato alla loro sofferenza, gli uomini si convincono più facilmente del valore redentivo del dolore.


6-7. Il giovane deve essere distolta dall’attenzione verso la sua vita reale; si deve impedire che si soffermi ad osservare i suoi atti e prestare attenzione alle passioni che stanno premendo in lui. È preferibile che si perda in un mondo interiore, fatto di fantasie e ragionamenti fatui. Alcuni esempi. Se un fedele si rende disponibile ad accogliere la sofferenza concreta che lo sta visitando e si mostra disponibile a fare la volontà di Dio, deve essere distolto da questo sentimento d’abbandono e oppresso da una paura angosciosa circa il suo futuro. Nessuno deve accorgersi delle tentazioni che sta incontrando, convinto di aver già acquisito una stabilità molto positiva: «Fa' sì che un insulto o che il corpo di una donna attragga talmente la sua attenzione al di fuori che egli non abbia modo di far la riflessione: “Sto entrando nello stato che si chiama Ira - o nello stato che si chiama Lussuria”. Al contrario, fa' in modo che la riflessione: “I miei sentimenti diventano ora più devoti, o più caritatevoli”, attragga la sua attenzione verso l'intimo, sì che egli non guardi più al di là di se» (6,28).
Un esempio viene tratto dal momento storico nel quale è stato scritto il racconto, quando divampava la guerra dell’Inghilterra contro la Germania. Il neo convertito si preoccupa del fatto che in lui affiorano sentimenti di ostilità nei confronti di un nemico lontano, al quale non infliggerà alcun male, mentre, al contrario, non s’accorge di provare risentimento verso alcune persone che incontra ogni giorno. Il diavolo cerca di farci detestare il prossimo reale che incontro e di desiderare d’essere solidali con persone lontane: «L'importante è di dirigere la malevolenza verso i suoi vicini immediati, verso coloro che incontra ogni giorno, e di cacciare la benevolenza lontano, nella circonferenza remota, verso gente che egli non conosce. La malevolenza diventerà così perfettamente reale, e la benevolenza in gran parte immaginaria. È completamente inutile eccitare il suo odio per i tedeschi se, nello stesso tempo, fra lui e sua madre, fra lui e il suo principale, e il signore che incontra in treno si sviluppa una perniciosa pratica abituale di carità» (6,29). I pensieri e le fantasie non determinano le scelte concrete della persona come lo fa la volontà. Afferma B. «Le virtù sono per noi veramente fatali solo in quanto possono raggiungere la volontà per poi lì concretarsi in abitudini» (6,29).

8. «Gli esseri umani sono anfibi - mezzo spirito e mezzo animale. Come spiriti essi appartengono al mondo dell'eternità, ma come animali sono abitatori del tempo. Ciò significa che, mentre il loro spirito può essere diretto verso un oggetto eterno, il loro corpo, le passioni e l'immaginazione sono in continuo divenire, poiché essere nel tempo significa mutare» (8,35). La duplicità conduce gli uomini a continue oscillazioni tra un sentire all’altro, tra stati di depressione ed esaltazione. Dio, però, fa maturare la persona utilizzando anche i suoi stati di depressione. All’inizio, per attrarre a sé gli uomini, infonde in loro delle consolazioni sensibili ma non le concede in continuità. Ben presto si ritira per lasciare che la creatura «stia in piedi sulle sue stesse gambe, a compiere puramente con la volontà doveri che hanno perso ogni gusto» (8,37). Le preghiere innalzate nell’aridità, gli sono ancora più gradite e così educa l’uomo ad essere grande come Egli vuole che sia. Quando il credente rimane fedele a Lui e compie il suo volere senza alcuna gratifica, sentendosi anzi abbandonato da Lui, raggiunge una maturità rilevante. «La nostra causa non è mai in maggior pericolo di quando un essere umano, senza più desiderio ma ancora con l'intenzione di fare la volontà del nostro Nemico, si guarda intorno e scorge un universo dal quale ogni traccia di Lui sembra essere svanita, e si chiede perché è stato abbandonato, e tuttavia continua a ubbidire» (8,37-38).


9. Il diavolo, a sua volta, cerca di utilizzare gli stati depressivi per raggiungere i suoi scopi. Dio ha creato i piaceri per il bene degli uomini, ma questi possono servirsene in modo errato. Negli stati di esaltazione, nella salute e nella serenità, gli uomini avvertono con più forza l’istinto sessuale ma, in quei momenti, sono dotati anche dell’energia necessaria per dominarsi. Nella depressione, invece, più facilmente si lasciano vincere dallo stimolo. In questi momenti, il diavolo mette in atto la sua tattica. «La formula è questa: una brama che aumenta continuamente per un piacere che continuamente diminuisce. È più sicuro; ed è stile migliore. Impossessarsi dell'anima dell'uomo e non dargli nulla in cambio - ecco ciò che riempie veramente di gioia il cuore di Nostro Padre. E i momenti di depressione sono i momenti nei quali cominciare il processo» (9,40). Per abbattere la debole resistenza dell’uomo tentato, il diavolo dovrà suggerirgli che, in ogni impegno, una certa moderazione è necessaria; dovrà insinuargli che la religione va bene, ma fino a un certo punto. Questa convinzione darà grandi risultati: «Per noi [diavoli] una religione moderata vale quanto una religione nulla» (9,41).
Inoltre il depresso facilmente si perde in un ragionamento errato: se sto perdendo interesse a questa cosa, significa che essa era falsa. Allora, considererà la sua adesione alla fede una semplice fase passeggera. Penserà che la vita è soltanto una successione di fasi e che non dobbiamo restare sempre nell’adolescenza. Non dovrà affatto mettersi alla ricerca della verità, ma piuttosto lasciarsi abbandonare ai suoi stati d’animo.

10. Talune amicizie, apparentemente soltanto piacevoli e desiderabili, possono affievolire la fede. Persone ritenute rispettabili e affermate socialmente, inducono con facilità a pensare come loro. Il diavolo chiede al suo collaboratore: «[Il giovane] si è compromesso molto? Non voglio dire a parole. V'è un gioco sottile di sguardi, di toni, di riso, con il quale un mortale può far sottintendere che egli appartiene allo stesso partito di coloro con i quali sta parlando. Questo è il genere di tradimento che dovresti incoraggiare, perché il tuo giovanotto non lo comprende proprio bene neppure lui» (10,43).
10-14 È possibile, quindi, appartenere a due mondi opposti: «Gli si può insegnare a godere di inginocchiarsi la domenica… e, al contrario, a godere quella conversazione pornografica e blasfema durante il caffé con i suoi amici con tanto maggior gusto in quanto consapevole di un mondo "più profondo", "spirituale", che c'è nel suo intimo, e che essi non comprendono» (10,45). È importante che l’ingenuo fedele non s’accorga che sta lasciando il calore del sole per inoltrarsi nella tenebra fredda (11,51). Dovrà essere allontanato da Dio a poco, a poco: «Aumenta la riluttanza del paziente a pensare al Nemico… In questo stato il tuo paziente non ometterà i suoi doveri religiosi, ma gli diverranno sempre più antipatici. Prima di compierli ci penserà il meno possibile, se lo potrà fare decentemente, e, terminati che li abbia, li dimenticherà al più presto» (12,52). Il maligno cerca di aumentare la distanza dell’uomo da Dio e di farlo cadere spesso nel peccato: «La piccolezza dei peccati non ha importanza, purché il loro effetto cumulativo scacci l’uomo lontano dalla luce…» (12,54).
Il giovane si troverà a vivere nell’inquietudine, lontano dalla vera felicità; sperimenterà che l’abitudine rende i piaceri… meno piacevoli e insieme più difficili a lasciarsi» (12,53). Il diavolo avrà vinto se il giovane, da lui traviato, alla fine della vita, dovrà confessare: «Ora mi rendo conto d’aver trascorso gran parte della mia vita senza fare né ciò che dovevo né ciò che mi piaceva» (12,53).
Egli, infatti, non avrebbe dovuto rinunciare ai piaceri sani né rinunciare alle sue inclinazioni. Anzi, il goderne sarebbe diventato un valido aiuto per conservare la sua integrità. Quando Dio ci chiede di perdere il nostro io, intende dire che dobbiamo abbandonare la nostra propria volontà ma non la nostra personalità. Al contrario, il diavolo desidera che ci stacchiamo da essa (13,56-57).
In questo campo, come in altri casi, le parole del Vangelo possono essere fraintese. Il rinnegamento di sé viene inteso, talora, come una rinuncia alla propria personalità. Anche l’umiltà può essere travisata. Molti pensano che debba essere considerata come un sentimento di disprezzo nei confronti delle proprie qualità o talenti, così che donne carine devono considerarsi brutte e persone intelligenti degli sciocchi (14,60). Al diavolo piace questo fraintendimento. Dio, invece, preferisce che l’uomo sappia godere delle sue qualità, sia indotto a ringraziarlo con gioia riconoscente, anche per le qualità del prossimo e per la bellezza delle creature.


15. Nella vita, decisivo è vivere il presente. «Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità» (15, 63). Il diavolo invece vuole farci vivere nel futuro, che infiamma la speranza e il timore ma, dal momento che è sconosciuto, ci spinge ad interessarci di cose irreali.

16. La parrocchia è una unità di luogo, accoglie la diversità, persone di diverse classi e di diversa psicologia. I fedeli si uniscono spinti dall’ideale della carità, non da sentimenti di simpatia. Al contrario le congregazioni spontanee finiscono col ridursi a piccoli circoli, dominati da posizioni ideologiche; gradualmente si trasformano in un partito. «La ricerca di una chiesa che vada bene per lui  fa dell'uomo un critico là dove il Nemico lo vuole scolaro. Dal laico in chiesa Egli vuole un atteggiamento che può, sì, essere critico nel senso che rifiuta ciò che è falso o inutile, … ma si apre in una ricettività umile, priva di commento su qualsiasi nutrimento venga somministrato» (16,67). Il diavolo vorrebbe che il giovane cambiasse spesso parrocchia. Nelle chiesuole affettive è più facile sbandarsi. In qualcuna il ministro, sicuro di sé e privo di controllo che viene da una comunità stabile, tende ad annacquare la fede. «Egli ha minato il cristianesimo di più di un'anima. Anche il suo modo di comportarsi durante le funzioni è ammirevole. Al fine di risparmiare ai laici tutte le "difficoltà", ha abbandonato il lezionario e i salmi d'obbligo, ed ora, senz'accorgersene, gira e rigira incessantemente intorno alla piccola macina dei suoi quindici salmi favoriti e delle sue venti lezioni favorite» (16,68). Eliminando i messaggi a lui sgraditi e ripetendo soltanto su quelli da lui ammessi, impedisce la conoscenza dell’intera verità. Il diavolo perciò suggerisce: «Mi pare di averti già avvisato prima che il tuo paziente,- se non lo si può tenere lontano dalla chiesa, dovrebbe almeno esser violentemente attaccato a qualche partito nel suo seno» (16,69).

17. Il vizio della golosità sembra del tutto superato ai nostri giorni. Certamente si presta maggior attenzione alla qualità dell’alimentazione e anche ad evitare ogni eccesso in quantità. L’attenzione è ora rivolta alla raffinatezza dell’alimentazione ma proprio questa ricerca diventa spesso un’occasione per infrangere la carità. «Che cosa importa la quantità, se riusciamo a usare della pancia di un uomo e del suo palato per produrre litigi, impazienza, mancanza di carità e preoccupazione per il proprio io?» (17). Ad esempio, la ricerca di cibi raffinati rende poco rispettosi verso le persone che, avendo preparato il pasto, non sono riuscite a raggiungere l’attesa dei commensali dal palato esigente. Il loro impegno e la loro fatica sono svalutati. «…il disappunto giornaliero produce ogni giorno cattivo sangue: le cuoche se ne vanno e le amiche si raffreddano».


18-19 Nelle relazioni tra le persone, la competizione diventa distruttrice. Il principio demoniaco è questo: «Il mio bene è mio bene, e il tuo è tuo. Ciò che uno guadagna un altro perde» (18,72). «"Essere" significa "essere in competizione"» (18,74). Presso Dio vale il contrario: «Le cose debbono essere molte, e tuttavia, in qualche modo, anche uno. Il bene di uno deve essere il bene di un altro. Egli chiama codesta impossibilità amore e questa stessa panacea può scoprirsi in tutto ciò che Egli fa, e perfino in tutto ciò che Egli è - o pretende di essere» (18,74).
La pratica della sessualità si muove seguendo l’uno o l’altro principio. Nel pensiero diabolico, la sessualità avrebbe potuto costituire un'altra maniera con la quale l'io più forte poteva depredare quello più debole (come avviene con i ragni, dove la sposa conclude le nozze mangiandosi lo sposo).
La verità è che, ogni volta che un uomo va con una donna (siano essi consapevoli o no), sorge fra loro una relazione superiore, che trascende la mera fisicità e che produce, se si vive con spirito d'obbedienza, l'affetto e la famiglia. Questo fatto contraddice la falsa credenza che soltanto l’innamoramento rende felice o santo il matrimonio.
Tale falsa opinione ha provocato due gravi conseguenze: convince le persone incapaci di continenza, ad allontanarsi dal matrimonio, anche se questo tipo di vita li farebbe maturare fino a raggiungere un pregevole dominio di sé e questo «perché non si sentono "innamorati" e l'idea di sposarsi per qualsiasi altro motivo appare loro bassa e cinica».
L’altra cattiva conseguenza appare in questo convincimento: qualsiasi infatuazione sessuale, dovrà essere considerata come amore, e si deve far credere che l'amore scusa l'uomo da ogni colpa.
Come pensa il diavolo, lo «stato di innamorarsi non è, in se stesso, necessariamente favorevole né a noi né all'altra parte [Dio]. È soltanto un'occasione che tanto noi quanto il nostro Nemico [Dio] tentiamo di sfruttare. Come la maggior parte delle altre cose intorno a cui gli uomini si eccitano, quali la salute e la malattia, la vecchiaia e la giovinezza, oppure la guerra e la pace, dal punto di vista della vita spirituale è soltanto materia prima» (19,80). L’innamoramento diventa un fatto negativo soltanto se si riesce a convincere ogni innamorato che «l'Amore è irresistibile e insieme in qualche modo intrinsecamente meritorio. Codesta credenza non è di grande aiuto, te lo concedo, nel produrre una mancanza di castità occasionale, ma è una ricetta incomparabile per adulteri prolungati, "nobili", romantici, tragici, i quali terminano, se tutto va bene, in assassini e suicidi» (19,80).
Ogni principio pratico deriva una concezione etica più generale. L’uomo può divenire imitatore di Dio che agisce in base ad un amore assolutamente gratuito oppure negare che esiste una vera gratuità e rimanere chiuso nel mondo della competizione interessata. Il diavolo non crede che esista la gratuità e perciò vuole sempre alimentare sospetti sulle vere intenzioni di Dio: «Noi sappiamo che Egli non può veramente amare, nessuno lo può. Non ha senso. Se noi soltanto potessimo scoprire ciò che veramente è il suo scopo!» (19,79).


21. Gli uomini si lasciano dominare dal malumore fino a provare ostilità verso gli altri. «Non s'arrabbiano per la semplice sfortuna, ma per la sfortuna che viene concepita come un'ingiuria. E il senso dell'ingiuria dipende dalla sensazione che una richiesta legittima è stata negata. Quindi, più saranno le pretese sulla vita che riuscirai a far reclamare dal tuo paziente e più spesso si sentirà ingiuriato, e, di conseguenza, di cattivo umore» (21, 85). Un’occasione di malumore sorge quando ritengono che qualcuno rubi il loro tempo, e sono costretti a rinunciare ad un programma prefissato.
«Il senso del possesso deve in generale essere incoraggiato. Gli esseri umani t'inventano continuamente pretese di proprietà che suonano ugualmente ridicole in cielo e nell'inferno, e noi dobbiamo mantenerli su questa linea. Gran parte della resistenza moderna contro la castità deriva dalla credenza che gli uomini hanno di "possedere" i loro corpi» (21,87). Il senso del possesso impedisce di solito una relazione serena con gli altri e con le cose, perfino un rapporto di pace con Dio. Il pronome possessivo “mio” presuppone una varietà di significati perché un conto è dire le mie scarpe, un altro dire mio padre, la mia patria, il mio Dio. Il possessivo può indicare una relazione affettiva speciale che richiede una maggiore cura e un esercizio di responsabilità, ed è questo che vuole Dio. Tuttavia, già dall’età infantile, l’uomo viene orientato a considerare ciò che è proprio come un oggetto sul quale è possibile esercitare un potere assoluto: «Perfino nella stanza dei giochi si può insegnare al bambino di voler dire, quando dice "il mio  orsacchiotto", non quel caro oggetto sul quale egli immagina di riversare il suo affetto e con il quale sta in una relazione speciale (questo è infatti quanto il Nemico vuol insegnare loro a voler dire, se non stiamo attenti) ma "l'orso che posso fare a pezzi se ne ho voglia"» (21,87-88). Il diavolo insegna ad esercitare un dominio su Dio stesso: «Abbiamo insegnato agli uomini a dire "il mio Dio" in un senso non proprio molto diverso da "le mie scarpe", cioè: "il Dio sul quale ho dei diritti per i miei segnalati servizi e che io sfrutto dal pulpito - il Dio che mi sono accaparrato"».

22-23 Il giovane preso di mira dal tentatore, continua a dichiararsi cristiano e si fidanza con una ragazza di solida fede cristiana. A questo punto, per il diavolo diventa ancora più difficile distoglierlo dalla scelta religiosa. Consapevole di ciò, anziché aggredire in modo diretto la sua fede, si propone di alterarla. Tra le modalità impiegate, compare anche l’interesse per un’immagine falsata del Cristo, sviluppata in modo erroneo da talune ricerche sul Cristo storico, e che propongono una figura di Gesù ben diversa da quella tratteggiata dal Vangelo e tramandata dalla Chiesa. «Nell'ultima generazione abbiamo promosso la costruzione di un tale "Gesù storico" sopra una falsariga liberale e umanitaria; ed ora stiamo mettendo innanzi un nuovo "Gesù storico" su una falsariga marxistica, catastrofica, e rivoluzionaria. I vantaggi di costruzioni come queste, che abbiamo intenzione di cambiare ogni trent’anni circa, sono molteplici. In primo luogo, tendono a dirigere la devozione degli uomini verso qualcosa che non esiste, poiché ogni "Gesù storico" non è storico» (23,94). «I primi convertiti si convertirono per un solo fatto storico (la Resurrezione) e una sola dottrina teologica (la Redenzione)». Soprattutto tale elemento costitutivo della fede deve essere accantonato. Ancora di più, il cristianesimo non dovrà essere abbracciato come la verità che libera, ma soltanto come mezzo per qualche altro scopo.


24-25. Un altro modo ancora per corrompere la fede del giovane sta nel suscitare in lui un certo orgoglio spirituale: «Mentre il Nemico, per mezzo dell'amore sessuale e di alcune persone molto simpatiche che sono assai progredite nel suo servizio, sta attirando il giovane barbaro ad altezze che egli non sarebbe mai stato capace di raggiungere, devi fargli sentire che è lui che si sta trovando la sua propria altezza - che codeste persone sono della sua specie, e che, capitando fra di loro, è venuto a casa sua (24,99).
L’attesa spasmodica del futuro accompagnata dalla persuasione che esso stravolgerà le norme vigenti nel presente diventa un’altra ottima opportunità per adulterare il messaggio della fede. «Gli esseri umani vivono nel tempo, ed esperimentano la realtà per gradi successivi. Perciò, al fine di farne molta esperienza, devono sperimentare molte cose diverse; in altre parole devono sperimentare il cambiamento» (25,). Dal momento che hanno bisogno di mutamento, Dio ha equilibrato in essi l'amore a ciò che cambia con l'amore a ciò che permane: «Offre loro le stagioni ciascuna diversa, e tuttavia uguale ogni anno, così che la primavera è sempre sentita come una novità e tuttavia sempre come la ricorrenza di un tema immemorabile. Offre loro nella sua chiesa un anno spirituale; si muta dal digiuno alla festa, ma la festa è la stessa di prima». Mentre Dio ha prestabilito questo ritmo di saggezza, che prevede il cambiamento nella regolarità, il diavolo suggerisce l’orrore per ciò che fa apparire come vecchio, desueto. Così, mentre Dio desidera che gli uomini, riguardo alle questioni morali, si facciano domande molto semplici e chiedano a se stessi: è giusto? È prudente? È possibile? Il diavolo, invece, vuole che gli uomini si fissino in questi altri interrogativi: «Questa convinzione etica si accorda con la tendenza generale del nostro tempo? È progressista o reazionaria? È la strada per la quale è incamminata la Storia?».In realtà il futuro dipende delle scelte attuali; lo costruiamo noi a partire dal presente e non ha caratteri di una fatalità a cui è necessario adeguarsi. «Una volta essi sapevano che alcuni mutamenti erano per il meglio, altri per il peggio, altri indifferenti. Noi abbiamo in gran parte rimosso una tale conoscenza. All'aggettivo descrittivo "immutato" abbiamo sostituito l'aggettivo emotivo "stagnante". Li abbiamo educati a pensare al Futuro come a una terra promessa che eroi favoriti riescono a raggiungere — non come qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all'ora, qualunque cosa faccia, chiunque egli sia» (25,104).
26. Ogni stato di vita subisce un proprio genere di tentazione e un’occasione propizia viene data dal perido di fidanzamento. Conviene che i fidanzati sopravvalutino la forza dell’innamoramento: «Sfrutta l'ambiguità della parola "amore": fa' in modo che credano di aver risolto, per mezzo dell'Amore, problemi che di fatto hanno soltanto abbandonato o rimandato sotto l'influsso del fascino» (26, 105).
L’innamoramento, infatti, produce uno stato d'animo fatto di compiacenza nel quale ciascuno si sente veramente contento di cedere ai desideri dell'altro. Il diavolo dovrà fare in modo che i due fidanzati «stabiliscano come legge della loro vita coniugale quel grado di reciproco spirito di sacrificio, che al presente spunta naturalmente dal fascino, ma che, una volta che il fascino se ne sia andato, non avranno la carità sufficiente che li renda capaci di metterlo in pratica. Non scorgeranno la trappola, perché sono sotto la duplice cecità che li fa sbagliare nel considerare carità l'eccitazione sessuale e nel pensare che quell'eccitazione continuerà» (26,105).
In realtà l'amore erotico non è sufficiente, la carità è necessaria e nessuna qualità sostitutiva, come l’idea del disinteresse, può prenderne il posto. Il proposito di vivere nel semplice disinteresse farà sorgere gravi equivoci poiché ognuna delle parti crederà di aver usato maggior disinteresse dell’altra e così si sentirà maltratta da essa, mentre continuerà a credersi esente da ogni biasimo (26,108). «Spesso è impossibile stabilire i veri desideri dell'una o dell'altra parte; con un po' di fortuna, finiscono col fare qualcosa che nessuno dei due vuole, mentre ciascuno sente una vampa di compiacimento di sé e custodisce un segreto pretesto a un trattamento di preferenza per il disinteresse dimostrato, e un segreto rancore contro l'altra parte per la facilità con la quale è stato accettato il sacrificio» (26,107).
La preghiera subisce un nuovo attacco: l’orante dovrà pregare in modo disincarnato, rimuovendo da essa ogni limite legato alla sua umanità. Se cade in frequente distrazioni, anziché chiedere l’aiuto di Dio, cercherà di lottare con le sue sole forze. Il Pater invita a chiedere a Dio il soccorso anche per i bisogni materiali della vita mentre ma il diavolo insinuerà che bisogna orientarsi a chiedere doni spiriruali e cercherà di incoraggiare una falsa spiritualità, insegnerà a coarta i desideri di felicità terrena che accompagnano necessariamente un fidanzamento.


27. Il diavolo lavorerà il cuore dell’orante suscitando dubbi sull’efficacia della preghiera fino a considerla una pratica assurda: «Se ciò per cui prega non avviene si avrà una nuova prova che le preghiere di petizione non raggiungono lo scopo; se avviene sarà naturalmente capace di vedere alcune delle cause fisiche che hanno condotto a quell'effetto che perciò sarebbe capitato in un modo o nell'altro» (27,110). Il tentatore suscita, poi, altri dubbi di carattere più teologico: come rapportare l’esaudimento delle nostre richieste con il piano eterno di Dio? Il giovane magari cercherà di trovare una risposta nelle riflessioni di uomini dotti del passato che hanno già affrontato queste questioni. Questo, tuttavia, non accadrà, a motivo di un modo di pensare che si sta imponendo: «Considerare l'antico scrittore come una possibile fonte di conoscenza - anticipare che ciò  che egli disse potrebbe possibilmente modificare i tuoi  pensieri o il tuo modo di comportarti - sarebbe rigettato  come segno di un'indicibile semplicità di mente. E dal momento che noi non possiamo imbrogliare l'intera razza umana per tutta la lunghezza del tempo, ci è  di suprema importanza tagliare ogni generazione fuori  da tutte le altre» (27,112).

28-29.  Il diavolo sta perdendo terreno perché il giovane è riuscito a superare varie tentazioni (quelle descritte nei capitoli precedenti) ed ora ha acquisito una certa robustezza spirituale. Se morisse al presente (in seguito agli effetti dei bombardamenti nazisti), andrebbe in cielo e questo sarebbe la dura sconfitta del tentatore. A questo punto è preferibile fare affidamento sul logoramento che avviene nel tempo, dal momento che agli uomini è difficile perseverare.
«Se, d'altra parte, gli anni dell'età matura si presenteranno prosperi, la nostra posizione sarà ancora più forte. La prosperità  intreccia l'uomo col mondo. Sente che vi trova un posto  per lui, mentre in realtà è il mondo che trova un  posto nell'uomo» (28,116).
«Questa è la ragione per la quale dobbiamo  spesso desiderare che i nostri pazienti vivano a lungo;  settant'anni non sono troppo per il difficile compito di  districare le loro anime dal cielo e di stabilire un tenace  attaccamento alla terra».
«Quanto il tempo sia prezioso per noi si può giudicare dal fatto che il Nemico ne mette pochissimo a nostra disposizione. La più gran parte della razza umana muore nell'infanzia; e di coloro che sopravvivono moltissimi muoiono giovani. È evidente che per Lui la nascita umana è importante principalmente come qualifica per la morte umana, e la morte unicamente come porta all'altro genere di vita. A noi è permesso di lavorare soltanto su una minoranza selezionata della razza, poiché ciò che gli esseri umani chiamano "vita normale" è un'eccezione. Forse Egli desidera che alcuni - ma solo pochissimi - animali umani, con i quali sta popolando il cielo, facciano l'esperienza di resistere contro di noi durante una vita eterna di sessanta o settant'anni. Ecco, questa è la nostra opportunità».
Ritorna l’argomento della guerra, in modo particolare quello dei bombardamenti tedeschi sopra le città inglesi. Che cosa è più opportuno pe il diavolo? Favorire la viltà, oppure il coraggio con l'orgoglio che ne segue, oppure l'odio per i tedeschi? (29,118)
L’opportunità maggiore per il diavolo è costituita dall’odio che nasce nel cuore degli uomini. «Fagli dire che sente odio non per amore di sé, ma per le donne e per i bambini, e che al cristiano si dice di perdonare ai suoi, ma non ai nemici degli altri» (29,119).
L'odio viene incrementato dalla paura.«La viltà unica fra tutti i vizi, è puramente dolorosa - orribile quando la si prevede, orribile se la si prova, orribile a ricordarsi; l'odio ha i suoi piaceri. Esso è quindi, di frequente, il compenso con il quale un uomo spaventato si rifà per le sofferenze della paura. Maggior paura avrà, e maggiormente odierà. E l'odio è altresì un grande anodino della vergogna. Al fine di ferire profondamente la sua carità, dovresti in primo luogo sconfiggere il suo coraggio» (29,119).
A questo punto, però, il dilemma del diavolo s’infittisce. Deve incrementare la viltà negli uomini, visto che essa consolida l’odio? Egli qui corre un altro rischio: Se si diffonde la viltà, la società s’accorgerà della propria miseria morale e questa scoperta potrebbe indurla ad agire in senso contrario; il problema inevitabile della viltà e del coraggio sveglierà migliaia di uomini dall'abulia morale. Dio «vede, con la stessa chiarezza con la quale lo vedi tu, che il coraggio, non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù quando giunge alla prova, vale a dire, nel punto della più alta realtà» (19,120). Questo è il vantaggio di vivere in un mondo pericoloso.
La soluzione possibile, dal punto di vista demoniaco, consisterebbe allora  nel coniugare la viltà con la disperazione (soffocando così la possibilità che la vergogna della propria viltà risvegli la moralità).Gli uomini tuttavia, quando provano un senso di disperazione, s’accorgono facilmente d’essere tentati e quindi reagiscono con forza. Rimane solo una soluzione di ripiego: confondere la deliberazione suscitata dal coraggio annebbiando la mente nel momento delle decisioni: «ciò che era voluto come totale dedizione al dovere viene riempito come un'arnia da piccole riserve inconsce» (29,121).

30. Gli eventi che sono seguiti, dopo la formulazione di questo piano d’assalto, hanno frantumato le aspettative del diavolo. Messo alla prova, il giovane si è comportato in modo inaspettato: «S'è spaventato terribilmente e crede di essere un vile e quindi non prova superbia; ma ha fatto tutto quanto il suo dovere richiedeva e forse un pochino di più» (30,123). Ora, per tentare il giovane, il diavolo ha la possibilità di frantumare la sua pazienza ma dovrà fare attenzione alla tattica efficace da usare: «Non è la fatica in quanto tale che produce l'ira, ma richieste inaspettate che si esigono da un uomo già stanco» (30,124). Quel che si deve evitare è la dedizione totale. «Qualunque cosa egli dica, fa' in modo che la sua intima risoluzione non sia di sopportare qualunque cosa gli capiti, ma di sopportarla per un periodo di tempo ragionevole - e fa' in modo che il periodo ragionevole sia più breve di quanto è probabile che la prova possa durare» (30,124).
B. suggerisce di far leva sulle emozioni del giovane più che sui suoi ragionamenti. Quale stato d’animo suscitare? «… fargli sentire, quando vedrà per la prima volta brandelli d'uomo appiccicati al muro, che questo è « ciò che il mondo è in realtà » e che tutta la sua religione non è che fantasia». ».Gli uomini, che sono stati completamente annebbiati sul significato della parola "realtà", tendono a considerare realtà gli eventi negativi, mentre confinano quelli positivi nel regno dei sentimenti soggettivi. Il giovane volonteroso, di conseguenza, «non avrà difficoltà alcuna a considerare la sua emozione alla vista delle viscere umane come una rivelazione di "realtà", e la sua emozione alla vista di bambini felici o del bel tempo come puro sentimento» (30,126).


Nell’ultima lettera (31) il giovane muore in maniera improvvisa sotto le bombe. Lewis descrive, in modo emoziante, il passaggio improvviso da questo mondo a quello della vita eterna. La disperazione del diavolo è molto forte quando descrive la visione di Dio ottenuta dal giovane morto di recente: «vide anche Lui. Questo animale, questa cosa generata in un letto, potè posare il suo sguardo su di Lui. Ciò che per noi è fuoco accecante, soffocante, è per lui luce rinfrescante, è la stessa chiarità, e porta le forme d'un Uomo [Cristo Risorto]» (31,129-130)

venerdì 8 marzo 2019

LE 5 VIE DELLA RICONCILIAZIONE




Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate però tutte conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (cfr. Sir 19-24; Gv 1,9). Perciò anche il profeta diceva: «Ho detto: Confesserò al loro le mie colpe, e tu hai rimesso la malizia del mio peccato» (Sal 31,5). Condanna dunque anche tu le tue colpe. Questo è sufficiente al Signore per la liberazione. E poi se condanni le tue colpe sarai più cauto nel ricadervi. 


Questa è dunque una via di remissione, e ottima; ma ve n'è un'altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l'ira, perdona i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. E questo è un secondo modo di espiare i peccati. «Se voi? fatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi» (Mt 6,14). 

Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? E quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall'intimo del cuore. 


Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta, dirò che è l'elemosina. Questa ha un valore molto grande. 




Aggiungiamo poi questo: Se uno si comporta o temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra. Ne è testimone il pubblicano che non era grado di ricordare opere buone, ma al loro posto offrì l'umile riconoscimento delle sue colpe e così si liberò dal grave fardello che aveva sulla coscienza. 

Abbiamo indicato cinque vie di riconciliazione con Dio. La prima è la condanna dei propri peccati. La seconda è il perdono delle offese. La terza consiste nella preghiera, la quarta nell'elemosina e la quinta nell'umiltà.


Non stare dunque senza far nulla, anzi ogni giorno cerca di avanzare per tutte queste vie, perché sono facili, né puoi addurre la tua povertà per esimertene. Quand'anche ti trovassi a vivere in grave miseria, potrai sempre deporre l'ira, praticare l'umiltà, pregare continuamente e riprovare i peccati, e la povertà non ti sarà mai di intralcio.
Ma che dico? Neppure in quella via di perdono in cui è richiesta la distribuzione del denaro, cioè l'elemosina, la povertà è di impedimento. No. Lo dimostra la vedova che offrì i due spiccioli. Avendo dunque imparato il modo di guarire le nostre ferite, adoperiamo questi rimedi. Riacquistata poi la vera sanità, godremo con fiducia della sacra mensa e con grande gioia andremo incontro a Cristo, re della gloria, e conquisteremo per sempre i beni eterni, per grazia, misericordia e bontà del Signore nostro Gesù Cristo.

Giovanni Crisostomo, Omelie, II, [De diabolo tentatore] PG 49, cc. 263-264

giovedì 28 febbraio 2019

La morte di Cristo secondo S. Paolo



Ho detto che c'è una stretta connessione tra la risurrezione e la vita terrena di Gesù, culminante nella sua morte. Ora è opportuno soffermarsi più lungo sulla morte, un evento fondamentale, il vertice della sua vicenda umana: «Proclamare la risurrezione di Gesù non significa altro che annunciare la perenne validità e fecondità salvifica della sua autodonazione sulla croce. Certo sarebbe incompleto anche l’annuncio della Croce senza la Risurrezione. Ma il thesaurus ecclesiae, il capitale a cui attingere sta nella morte di Geù: è alla sua ricchezza che la risurrezione rende semplicemente possibile l’accesso» (R. Penna, Parola Fede…, cit., p. 122).



Obbedienza ed espiazione


 Il punto di partenza è dare valore all’obbedienza di Gesù. Da questo lato Egli è simile agli altri messaggeri di Dio.
I profeti, spesso incontrarono opposizione alla loro predicazione e molti di loro, pur di rimanere fedeli alla loro missione, affrontarono la persecuzione.
Per capire meglio, abbiamo conosciuto magistrati che ritenevano che fosse loro dovere lottare contro la mafia fino al punto da venire uccisi. Qualcuno di loro ha realizzato questo impegno gravoso pensando di eseguire una missione ricevuta.
Gesù rimase fedele alla sua missione anche se i suoi oppositori cercavano di farlo morire, e continuò ad obbedire a Dio Padre. Del resto, aveva accettato, volontariamente, di vivere come un uomo qualsiasi, senza onori, privilegi o protezioni speciali. Era stato toccato dalla sofferenza lungo l'intero corso della sua vita. Non soltanto nella fatica dei viaggi, nella fame o nella sete, ma soprattutto nell'opposizione, nel rifiuto, nel misconoscimento. Tutto questo giunge al culmine con la morte in croce.
Ora dobbiamo abbandonare il discorso sull’obbedienza per riflettere sul concetto di espiazione, più difficile.


La morte di Gesù in croce ha avuto il significato di un'espiazione?
Paolo usa questo termine in un passo delle lettera ai Romani: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue» (Rm 3,25).
Limitiamoci all’essenziale. Paolo afferma: Gesù, donando a Dio tutto se stesso, tutta la sua vita (è questo il significato di sangue), ha ottenuto da Lui il perdono dei nostri peccati. Questa idea non l’ha suggerita Paolo, per primo, ma l’ha ripresa dall’insegnamento della Chiesa, prima di lui. Egli l’ha soltanto ripresa e avvalorata.
Ora dobbiamo chiederci: che significa espiazione? Questa concezione l’ha troviamo espressa nell’Antico Testamento.
In primo luogo si esercita tra le persone: chi ha provocato un danno ad un altro, chiede a lui il perdono e la riconciliazione ma, per ottenere tale risultato, deve essere disposto a risarcire il male provocato.
Lo stesso si applica anche nei rapporti tra l’uomo e Dio. Chi pecca, viene perdonato, se riconosce e ripara in qualche modo il male compiuto. L'Antico Testamento prevedeva varie forme di espiazione. Dio, per generosità, aveva stabilito che il compimento di alcuni gesti rituali servissero per ottenere il suo perdono (Lv 23,26; 2 Cr 29,24). L'uomo non era costretto ad una riparazione totale. Non avrebbe mai potuto risarcire in modo conveniente rispetto alla gravità o alla molteplicità delle sue colpe.
Prevalse, col tempo, la convinzione che il migliore atto di riparazione consistesse nel condurre una vita retta: «Cosa gradita al Signore è tenersi lontano dalla malvagità, sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia» (Sir 35,5). Chi aveva peccato, riparava al male compiuto cercando di vivere un'esistenza più conforme ai comandamenti. L'obbedienza era, quindi, l'espiazione più gradita a Dio.
In questa prospettiva della vita come atto di culto, il sacrificio migliore veniva offerto da chi dava la sua vita a vantaggio degli altri. Così avevano fatto coloro che, all'epoca della rivolta dei Maccabei, combattevano per Israele contro i pagani, in difesa della religione. La morte di chi aveva affrontato la battaglia per salvare gli altri (1 Mac 6,44) o il martirio a difesa della fede (2 Mac 7,37 ss.), venne considerato uno strumento di espiazione a vantaggio di tutto il popolo. Era possibile, quindi, non soltanto riparare i peccati personali ma anche a quelli altrui.
Precisato questo, ritorno al discorso sull’obbedienza che avevo interrotto. L’obbedienza di Gesù fino alla morte aveva avuto un valore d’espiazione, come lo aveva avuto la morte dei martiri. Ho detto che in questo caso, Paolo ribadisce una convinzione già tradizionale.
Ora, proprio per la sua perfetta obbedienza a Dio, Gesù è una totale novità. Diventa così il nuovo Adamo, rappresentante di tutta l'umanità: ciò che ha fatto Lui è come se l’avessimo compiuto tutti noi. Grazie alla sua obbedienza, tutti siamo stati costituiti giusti: «Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19).
In Cristo, tutta l'umanità offre a Dio un sacrificio dell'obbedienza. Egli ci rappresenta tutti e attraverso il suo dono, tutti ripariamo i nostri peccati. Gesù ha agito a nostro vantaggio (e al posto di tutti noi?): «Noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti» (2 Cor 5,14).


Il concetto d'espiazione rimane, comunque, disagevole. Che cos'ha di tanto inquietante? Il verbo greco usato da Paolo (hilaskomai) può significare anche placare l’ira. Gli antichi offrivano sacrifici per placare le divinità adirate, talora incollerite a tal segno da pretendere, per vendetta, che venisse sacrificata loro una vittima.
Ritenere che Paolo abbia pensato qualcosa del genere sarebbe un totale fraintendimento, un vero rovesciamento del suo messaggio. L'apostolo, infatti, dichiara che è stato Dio a prendere l'iniziativa della riconciliazione e del perdono. Di per sé, nel caso d'un conflitto tra due persone, è sempre l'offensore a dover muoversi per primo per ottenere la riconciliazione. Sarà lui a cercare le modalità per placare l'offeso. Nel caso di Gesù, è vero il contrario. Dio, l'offeso, anziché prendere provvedimenti punitivi o vendicativi, si pone alla ricerca degli uomini che l'odiavano in mondo ingiusto. Si mostra un padre che, per amore del figlio che lo ha bistrattato, vuole ugualmente ristabilire una comunione a vantaggio del figlio.
Chiarito tale equivoco, possiamo affrontare il messaggio paradossale espresso da Paolo in un passo famoso: «… Dio, ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5, 18-21).




Il peso della maledizione


Sperando d’aver chiarito il significato dell’obbedienza di Gesù, avvalorata come dono d’espiazione, guardiamo ora un altro aspetto nel tentativo di comprendere il significato della sua morte.
Noi associamo la croce, in primo luogo, ad un intenso dolore fisico ma per gli uomini del suo tempo era connessa all'infamia. Il suo supplizio suggeriva che l'autorità romana l'avesse catturato e condannato come un criminale. Per gli ebrei, inoltre, quel tipo di condanna veniva letta come una totale sconfessione della missione di Gesù da parte di Dio, come se avesse voluto dare la prova che quel sedicente profeta era in realtà un falso profeta. Chi pendeva da un albero (o da un palo), infatti, era considerato una maledizione. «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità (Dt 21, 22-23)».
Certamente Paolo aveva applicato a Gesù questa dichiarazione della Legge e, a suo parere, il testo biblico testimoniava senz’ombra di dubbio che Gesù era un falso Messia e che era stato sconfessato da Dio.
Dopo l'apparizione di Gesù Risorto, Paolo comprese che quella presunta infamia, era in realtà la massima glorificazione. Gesù, nell'incontrare il peggio di quanto può accadere nella vita e nell’immergersi in esso, sperimentò la tenebra più densa, ma proprio lì portò la luce dell'amore, continuando la sua dedizione a Dio e ai fratelli. Non poteva agire in modo più sublime. Sarebbe stato facile fare il profeta o il Messia nell’essere attorniato da folle acclamanti, nel ricevere onore dalle autorità religiose e politiche. Gli altri fondatori religiosi avevano conosciuto il successo ed erano stati riconosciuti da discepoli. Soltanto Gesù morì abbandonato e misconosciuto, in solitudine, mentre la sua missione era apparsa del tutto fallimentare. Dette prova, così facendo, di un amore impensabile, sconosciuto nella storia degli uomini.
Paolo, anziché provare vergogna nell'annunciare un Messia crocifisso, comprese che proprio quell'evento era un massimo punto di forza: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1 Cor 2,2).
Era l'attestato sommo dell'amore di Dio per gli uomini: per richiamarli a sé e ad una vita veramente umana, era stato disposto a sacrificare il suo stesso Figlio, l'amato, ad esporlo alla loro reazione. A sua volta, Gesù, pur di insegnarci la verità e farci camminare in essa, in obbedienza al disegno del Padre, aveva accettato di affrontare anche l'orrore.
Quanto Dio aveva compiuto per tutti, lo avrebbe fatto per ognuno di loro. Paolo sentiva d'essere stato amato personalmente da Cristo: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). La nuova religione stava tutta in questo grande punto di forza: qualcuno mi ama in modo straordinario, molto di più di quanto ognuno possa amare se stesso.
La morte del Messia
Paolo era stato molto colpito dalla crocifissione di Gesù e la esponeva in modo molto vivo fino a quasi da farla rivivere ai suoi ascoltatori (Gal 3,1). Questo era una sua particolarità perché in generagli evangelizzatori parlavano della morte di Gesù senza scendere nei particolari; si limitavano a illustrarne il significato salvifico per non trovarsi in grave imbarazzo.
Pensava: se Gesù era Messia, non avrebbe dovuto morire. Gli ebrei ritenevano che se il Messia doveva essere il capo di un popolo di santi, avrebbe dovuto anche essere esente da peccato (Is 60,1: «il tuo popolo, tutti saranno giusti»). Se era senza peccato, non avrebbe neanche dovuto morire perché la morte era considerata una penalità imposta per il peccato. Rimaneva un’unica soluzione: Gesù aveva scelto di morire: «Diede se stesso per i nostri peccati» (Gal 1,4); era «il Figlio di Dio che diede se stesso per me» (Gal 2,20). Per quale motivo? Desiderava che la sua morte fosse a vantaggio dell’umanità, per un atto d’amore.
«Paolo rimase talmente sopraffatto da questa intuizione, che non riusciva a pensare alla morte di Cristo senza volere che anche gli altri apprezzassero la straordinaria profondità e forza dell’amore che essa rivelava… Di qui il suo correttivo all'insegnamento tradizionale. Nelle sue lettere egli cita due inni liturgici. Uno dei due dice: «Si umiliò facendosi obbediente fino alla morte», e Paolo aggiunge: «e alla morte in croce» (Filippesi 2,8). L'altro inno parla di Dio che riconcilia a sé tutti gli esseri per mezzo di Cristo, e Paolo interpreta precisando: «facendo la pace mediante il sangue della sua croce» (Colossesi 1,20)… Per Paolo era di grande importanza che la gente da lui convertita conoscesse quello che Gesù aveva detto e fatto, e così egli lo trasmetteva loro nella sua predicazione orale (2 Corinzi 11,4). Ma in ultima analisi non era questo a rendere unico Gesù… Per Paolo, il fatto che Gesù avesse avuto la possibilità di scegliere se morire o meno lo distingueva da tutti gli altri, per i quali la morte era inevitabile. Per questo la morte di Gesù divenne la chiave che schiudeva il senso della sua vita. Essa rivelò a Paolo che quello che rende una persona autenticamente umana è l’amore che sacrifica se stesso, così come mostrato da Cristo. Ed egli voleva che i suoi lettori prendessero a cuore soprattutto questo» (J. Murphy O’Connor, Paolo…, p. 56).

da Vincenzo Bonato 
INTRODUZIONE AL PENSIERO DI PAOLO
Ancora Milano 2018, pp. 31- 43

De Adhaerendo Deo Accostarsi a Dio


La tradizione ha trasmesso una preziosa opera di teologia spirituale attribuita, con riserve, a S. Alberto Magno, dal titolo De Adhaerendo Deo [Testo critico: Albertus Magnus, Opera omnia, ed. Pierre Jammy (Lyon, 1651), vol. XXI (f. p. 1-11)]. Nuova traduzione in lingua italiana: Accostarsi a Dio, una guida pratica, a cura di Alessio Piana, Edizioni Appunti di viaggio, Roma 2017.
Il titolo deriva dalla Sacra Scrittura, soprattutto dai salmi. Traduce la radice ebraica dbq: attaccarsi, aderire. In senso religioso indica la dedizione dell’uomo a Dio: aderire, legarsi, affezionarsi, unirsi, restare fedeli. È un verbo tipico del Deuteronomio e della tradizione deuteronomista (Dt 10,20; 11,22 Gs 22,5 2 Re 18,6) (Cf. L. Alonso Schokel, Dizionario di Ebraico biblico, San Paolo, Milano 2013, 167-168). Cf. anche Sal 63,9: «A te si stringe l’anima mia»; Sal 73,28: «Per me, il mio bene è stare vicino a Dio» (in entrambi i passi, nella versione latina della Volgata, compare il verbo adhaerere).

Il titolo dell’opera si potrebbe tradurre in questo modo: Il dovere di aderire a Dio oppure La necessità di unirsi a Dio. Perché abbiamo questa necessità? L’autore vuole che troviamo la strada per raggiungere la nostra pacificazione. Si muove nell’ambito della convinzione espressa già da S. Agostino: «Signore, ci hai creati per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». L’autore dell’opera è mistico, ossia una persona che ha conosciuto per esperienza ciò che insegna. La sua dottrina è il suo vissuto. Ha sperimentato che l’uomo può unirsi a Dio, trasformarsi in lui fino a diventare un unico spirito, godere della beatitudine «qui nella grazia e lassù nella gloria» (79).



Il cuore della vita di fede


L’autore si rivolge, quindi, a chi brama unirsi a Dio per suggerire in che modo realizzare tale aspirazione: «Il fine della perfezione cristiana è la carità che unisce a Dio» (31). Ecco la preposizione essenziale: solo la carità unisce a Dio. Essa «è la via di Dio agli uomini e degli uomini a Dio… Egli non può dimorare dove non c’è la carità. Chi ha la carità, possiede Dio, perché Dio è carità» (80).
Questa virtù si sviluppa in noi mediante la purezza del cuore: «Fra tutti gli esercizi spirituali, la purezza del cuore occupa il primo posto» (46).
La carità, più che un sentimento, è il modo di essere. La purezza del cuore corrisponde al distacco completo da tutto (46), ed equivale, quindi, a libertà. In altre parole, il cristiano riesce ad amare in modo autentico nella misura con cui vive nel distacco oppure nella libertà. L’Opera poggia su due piloni perché tratta un breve discorso sull’unione con Dio tramite il distacco (31).



Il distacco


Che cos’è? Come si attua? L’esercizio s’impone come indispensabile perché la tendenza dell’uomo è piuttosto quella di lasciarsi trascinare da desideri e da impulsi impetuosi. L’attaccamento provoca come conseguenza la perdita della libertà; anziché dominare i sentimenti e padroneggiare gli eventi, l’uomo si lascia travolgere da essi. «Si disperde e si divide in tante parti quanti sono i suoi desideri» (58). Le persone allora appaiono come travolte da un movimento vorticoso, coinvolte in una corsa senza meta, debilitate da una stanchezza senza riposo (58). Il risultato è la delusione. L’esperienza del disinganno è ben rilevata dalle parole amare di una protagonista di un romanzo di Francesco Biamonti: «La festa, tanto attesa, e che tardava a venire, era passata senza mai cominciare. Anche il dono di sognare era finito» (Le parole La notte, Einaudi, Torino 1998, 65).
Come sfuggire a questo turbinio? Dio ha donato agli uomini i suoi comandamenti proprio perché ottengano la libertà tramite il possesso di sé.
In primo luogo, il distacco si ottiene nell’imparare a vivere in perfetto accordo con la volontà divina. È necessario, allora, osservare i comandamenti ed evitare il peccato, un atto che contrasta con la carità.
È necessario, in seconda istanza, evitare tutto ciò che può smorzare il fervore dell’amore (anche se ciò a cui si accetta di rinunciare, è cosa lecita).
Compare infine un terzo elemento. L’obbedienza a Dio non si esaurisce nell’osservanza dei comandamenti ma richiede l’accettazione umile e pacifica di quanto accade: «Accetta con calma imparzialità qualunque cosa, quale ne sia l’origine, nel silenzio e nella tranquillità, come se ti venisse dalla mano paterna della divina provvidenza» (44; cf. 63).
La sottomissione al volere di Dio, come si scopre nelle evenienze, non è affatto né umiliante né distruttiva, ma al contrario permette di fortificare la persona. Consente anzi di raggiungere l’obiettivo più elevato: «Tale unione di spirito e amore, per la quale l’uomo si conforma in tutto alla volontà eterna e suprema, avviene affinché si diventi per grazia ciò che Dio è per natura» (48).
La pratica del distacco, quindi, supera il semplice valore etico; rappresenta senz’altro un ottimo comportamento ma, nella sua profondità, ottiene come risultato quello di deificare l’uomo, mediante la conformazione a Cristo: «Il cuore, nel tuo intimo, si trasformerà all’istante in Gesù Cristo» (46).
L’uomo (o più precisamente la sua anima) deve tornare ad essere somigliante a Dio come lo era quando era stato da Lui creato. Dio vuole imprimersi in lui come il sigillo nella cera.
Come avviene tale impressione? L’anima è dotata di tre potenze: ragione, volontà e memoria. Il sigillo del divino compare quando la ragione, illuminata, conosce Dio; quando la volontà è mossa soltanto dall’amore, e quando la memoria è assorta nella vita futura. In altri termini, si tratta di vivere raccolti in Dio. Chi viene a stabilirsi in questa condizione, possiede un anticipo della beatitudine e può pensare di aver ottenuto il massimo traguardo che poteva conseguire, la sua stessa perfezione (38-39).
Il contrario del distacco, come ho precisato, è l’essere trascinato dalle bramosie e dalle passioni. Non è necessario pensare a qualcosa di particolarmente grave perché a distoglierci dall’unione con Dio è sufficiente tenere un comportamento leggero e dissipato nel quotidiano: «Ecco perché il diavolo, con sollecitudine, cerca di impedire l’esercizio [del distacco], che considera principio e preludio di vita eterna e di cui è invidioso. Si sforza pertanto di distogliere sempre la mente da Dio, con tentazioni o passioni, con preoccupazioni mutili e affanni confusi, con turbamenti, conversazioni dissolute e irragionevoli curiosità; e ancora con libri futili, con incontri inopportuni, con chiacchiere e novità, con dure prove e avversità, ecc. Queste cose talvolta sono solo peccati lievi, e talora non lo sono affatto, e tuttavia sono sempre di grande impedimento alle azioni e alle opere sante. E perciò, seppure tali attività sembrassero utili o necessarie, piccole o grandi che siano, sono da rigettare come nocive e pericolose, allontanandole dai sensi» (42-43).
Al contrario, anziché disperdersi in pensieri e parole inutili o precipitare a compiere azioni inique, è necessario che l’anima, con tutte le sue potenze, sia raccolta in Dio al punto da formare con Lui un solo spirito (48).
Vediamo ora altri atteggiamenti che ci fanno conoscere bene la strada della libertà. È davvero libero, chi non si lascia più condizionare dal giudizio degli altri, al punto da non notare neppure se é deriso o, al contrario, apprezzato (52), chi non si lascia irretire da qualche amore sensuale verso una persona o qualche altra creatura (53). 



Unione con Dio


La purezza apre l’accesso all’unione con Dio. L’uomo ha la possibilità di diventare un solo spirito con Lui (79) e, vivendo in piena comunione con Lui nella gioia e nell’amore, trovare riposo nel godimento del Creatore (38), al punto che appare possibile nel tempo, proprio in questa vita travagliata, ottenere una caparra o una pregustazione della futura pienezza (57 e 79). L’unione presenta un carattere trinitario in quanto l’unità che è del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre passa anche in noi (84).
Perché l’uomo deve cercare Dio? Una risposta, breve ma completa ed efficace: «Cerca e ama l’unico bene perfetto, nel quale si trovano tutti i beni, e sarà sufficiente… Perciò Giovanni scrive: Questa è la vita eterna che conoscano te (Gv 17,3) e il Salmista: Mi sazierò della tua presenza (Sal 16,15)» (68).
Questa risposta è tuttavia la conclusione di un ragionamento più articolato. In un primo passo è opportuno riconoscere che tutte le cose «in ogni momento hanno bisogno di Dio per esistere, sopravvivere e agire» (65). Osservate nella loro intima essenza sono venute dal nulla, sono circondate dal nulla e ritornano al nulla. Ne consegue che «nessun godimento dell’amore… è più utile, perfetto e beato del sommo e vero bene che si trova in Dio, unico e vero bene» (66). Soltanto Dio è sufficiente a sé, riempie di sé ogni cosa ed «è più presente e più intimo alle cose di quanto esse lo siano a se stesse» (66).
In conclusione: Dio non è visibile ai sensi ma deve essere l’oggetto di tutti i nostri desideri. È inestimabile poiché la sua bontà e perfezione sono infinite (56-57).
Il mezzo più efficace in assoluto per poter raggiungere la perfetta comunione con Dio, come è stato richiamato al principio, è l’amore. Questa qualità offre lo slancio decisivo per superare ogni ostacolo che si frappone tra il nostro desiderio e il traguardo desiderato:  «L’amore non trova riposo che nel bene amato, ossia nel possesso pacifico e completo» (79). «Si dirige con veemenza verso di lui e non trova pace fino a quando non lo ha raggiunto» (80).
Dopo aver parlato del movimento innescato dal sentimento ardente, espone il risultato più completo conseguito dell’amore, che consiste «nell’unire e trasformare l’amante nell’amato e l’amato nell’amante, affinché l’uno diventi l’altro» (80). Come può accadere questo nel nostro rapporto con Dio? In che modo avviene tale trasformazione? Dobbiamo richiamare il ruolo delle potenze dell’anima e, in questo caso, delle facoltà cognitive e di quelle appetitive (o affettive). La facoltà conoscitiva è capace di condurre l’amato nell’amante a motivo «della dolcezza e del piacere con cui l’amato è rievocato nel pensiero dell’amante… come se entrasse dentro di lui» (80-81). La facoltà appetitiva unisce l’un l’altro in due maniere: a motivo della compiacenza e del sentimento d’affetto, pieno di gioia provato dall’amante nei confronti dell’amato ma poi soprattutto poiché induce l’amante a conformare i propri desideri a quelli dell’altro (81). In sintesi, «l’amore porta l’amante fuori di sé e lo conduce nell’amato, facendolo interiormente congiunto a lui» (81).
Il cammino è arduo. Chi cerca Dio deve affrontare molte difficoltà e superare gravi ostacoli (75). Bisogna riconoscere che siamo incapaci d’amore e d’ogni altro bene. Tale constatazione non induce all’avvilimento ma a confidare in Dio e quindi in ogni circostanza dobbiamo ricorrere alla preghiera «in quanto colpevoli, miseri, indigenti, mendicanti, infermi, deboli, sudditi, schiavi, figli» (83). Egli ci eleverà ogni giorno finché ogni comportamento, ogni volontà del cuore diventi una sola e continua preghiera (85).
Evitando la dissipazione, si elimina l’ostacolo vero che impedisce la profondità della preghiera (43). Già nel primo capitolo, A. ricorda che il momento particolare nel quale il credente può sperimentare il raggiungimento dell’unione con Dio è la preghiera personale, intima e silenziosa, perché particolarmente in questa pratica, l’orante «si dilata, s’immerge, si estende, s’infiamma, si dissolve» in se stesso (33), o meglio: «si inabissa, si unisce e resta saldamente congiunto a Dio» (42).




Osservazioni conclusive


La proposta dell’opera si muove all’interno della spiritualità renano-fiamminga ed è, sia pure in modo piuttosto limitato, influenzata dal neoplatonismo. In comune con questo movimento filosofico troviamo il tema dell’ascesa dell’uomo (della mente) a Dio, innescata dal desiderio di Lui (eros). Dio è concepito come Sommo Bene che attrae per la sua bellezza e sazia in modo pieno chi si unisce a Lui; anzi è l’unico che può soddisfare la ricerca di felicità presente, in misura prepotente, in ogni uomo.
Un vantaggio di questa prospettiva teologica sta nel richiamare l’essenziale della ricerca religiosa la quale, per essere autentica, deve proporsi la comunione con Dio, l’adesione a Lui, attraverso un rigoroso esercizio di purificazione. Soltanto l’impegno continuo di conversione e di purificazione rende possibile lo sviluppo del vero amore, la virtù decisiva per attuare l’adesione a Dio. Questo impegno deve essere assunto da ogni credente in modo personale e convinto.
A differenza del neoplatonismo, il Dio, oggetto della ricerca dell’amante, ha un carattere personale. È un Dio con il quale è possibile costruire un dialogo intimo ed aperto. Dio, a differenza dell’Uno, ama gli uomini ed è venuto a cercarli per elevarli a sé. La carità è in primo luogo la forza che ha indotto Dio a scendere per farci salire fino a Lui.
Inoltre la comunione con l’Assoluto è partecipazione alla comunione del Figlio con il Padre. Il credente può deificarsi (divenire per grazia ciò che Dio è per natura, per quanto possibile all’uomo) perché riceve il dono di rendersi conforme a Cristo.
Il De adhaerendo Deo potrebbe essere raggiunto dalle critiche che Soloveitchk rivolge alla mistica nel suo complesso. L’autore, infatti, si mostra interessato a cercare l’appagamento personale, senza nutrire alcuna preoccupazione per il resto della comunità. Che dire a tale proposito? Intanto attribuiamo anche a lui, lo stesso merito che assegniamo a tutta la mistica: i mistici testimoniano, tramite la loro stessa esperienza, che soltanto l’adesione a Dio edifica la persona e le comunica il vero appagamento.
L’autore, tuttavia, non espone quello che definiamo come ritorno agli uomini, testimoniato da molti altri mistici. Questo non significa che non abbia vissuto anche questa dimensione ma certamente non ne parla e ciò rimane una lacuna interna dell’Opera.
Un’altra lacuna è il silenzio circa la pratica sacramentale e liturgica. La ricerca di Dio si muove nell’ambito esclusivamente personale, in totale assenza di un cammino comunitario. In questo caso, pure, vale ciò che ho rilevato sopra, ossia l’autore può averla vissuta, senza poi svilupparla in modo esplicito. È probabile che egli, in sintonia con altri autori spirituali, abbia voluto evidenziare ciò che deve essere considerato come essenziale e imprescindibile in qualsiasi forma e istituzione religiosa, pena la sua falsificazione: «Che cosa conta lo stato, la santità della professione, l’abito della perfezione, la tonsura, una condotta di vita esteriore, senza lo spirito di umiltà e di verità in cui Cristo abita per mezzo della fede nata dalla carità?» (36).
Soltanto l’adesione sincera a Dio grazie al distacco, alla conquista della libertà da se stessi, alla perfetta purificazione di tutto ciò che impedisce la piena comunione con Lui è il vero traguardo di una vita di fede. Aver richiamato ciò, con forza, è il contributo migliore di questo scritto.