sabato 15 marzo 2025

Pentimento gioioso

 

Siamo in attesa delle cose ultime, dei doni perfetti del Signore (pienamente immeritati). Ma questi doni li possiamo attendere perché già li conosciamo, li sperimentiamo in parte. Ogni giorno possiamo aprirci ai doni mirabili del Signore o meglio al Signore che viene a donarci se stesso. Da parte nostra, dobbiamo rispondere e corrispondere a Lui. Il salmo 94 esorta: Oggi se ascoltaste la sua voce, non indurite il cuore.

 Il contrario di un cuore duro, è un cuore spezzato e frantumato. Infatti un atteggiamento fondamentale della vita cristiana è costituito dalla contrizione o compunzione (katànyxis). Nel Nuovo Testamento il verbo appare in modo molto significativo in Atti 2,37: mentre alcuni abitanti di Gerusalemme stavano ad ascoltare Pietro, «arrivò loro una fitta al cuore». Katanyssomai indica l’essere colpiti da qualcosa che proviene dall’esterno di noi (quindi un evento traumatico) ma anche il risultato di questo evento, ossia l’aprirsi in noi di una ferita o di una nuova sensibilità; oltre a questo può apparire uno stordimento dovuto al colpo subito. 


Raskolnikov e Sònja 

Per spiegare in modo più chiaro possibile questo concetto, ricorro ad un racconto letterario. Il dono della compunzione è descritto in filigrana in Delitto e castigo di Dostoevskij, anche se l'autore forse non pensava a questo.

Il giovane Raskolnikov uccide una vecchia usuraia ma può contare su molte attenuanti. Dal punto di vista sociale è uno sfruttato e la vecchia è un fastidioso oppressore. Egli si sforza di negare che l’omicidio possa configurarsi davvero come un delitto. In seguito viene arrestato e condotto in carcere. Sonia, la ragazza che lo ama con tenerezza, lo accompagna nella detenzione. Raskolnikov si sente attanagliato dai sensi di colpa e dal rimorso. In preda alla febbre, è ossessionato da tremende allucinazioni. Disperazione e terrore sembrano dominarlo. Questo tormento, però, non ha nulla a che fare con il pentimento perché continua ad alimentare la sua teoria di superiorità e a trattare duramente tutti. Come si conclude la vicenda? Nelle ultime battute del romanzo avviene un fatto decisivo, quasi un miracolo inaspettato. Finalmente il giovane viene toccato in profondità dall’amore di Sonia:

Raskòlnikov, seduto, fissava quel panorama senza distoglierne lo sguardo; non pensava a nulla, eppure una strana angoscia lo agitava tormentandolo. A un tratto, si trovò accanto Sònja. Si era avvicinata pian piano e gli si era seduta accanto… Gli sorrise dolcemente, piena di gioia, ma, come al solito, gli tese la mano quasi con timore. Gliela tendeva sempre così, con timidezza, e a volte non gliela tendeva affatto, come prevedendo che lui l'avrebbe respinta. Lui la prendeva, di solito, quasi con avversione; in genere la accoglieva con una specie di stizza, e spesso non apriva bocca durante tutta la visita. Allora, lei sentiva quasi paura di lui, e se ne andava profondamente addolorata. Questa volta, invece, le loro mani non volevano sciogliersi; egli le lanciò una rapida occhiata, non disse niente e abbassò lo sguardo…Nemmeno lui, poi, avrebbe saputo dire com'era accaduto. A un tratto si sentì come afferrato e gettato ai piedi di lei. Piangeva, e le abbracciava le ginocchia.

Il perturbamento d’amore viene raffigurato da sempre con l’immagine della freccia che ci colpisce ed apre una ferita nel cuore e l’inaspettato irrompere della piena dell’amore è un fenomeno che si esprime in un sentire che supera il linguaggio:

Dapprima Sònja si spaventò a morte, il viso le si fece d'un pallore mortale. Balzò in piedi e lo guardò tremando; ma subito, in quello stesso istante, capì tutto. Nei suoi occhi brillò una felicità infinita; capì, e per lei non ci fu più alcun dubbio: egli l'amava, l'amava immensamente: alla fine, quel momento tanto atteso era arrivato... Avrebbero voluto parlare, ma non potevano. Avevano le lacrime agli occhi. Tutti e due erano pallidi e magri, ma sui loro volti sbiancati dalla malattia splendeva già la luce di un futuro diverso, di una completa rinascita, di una vita nuova. Li aveva risuscitati l'amore: il cuore dell'uno, ormai, racchiudeva un'inesauribile sorgente di vita per il cuore dell'altro.

Nel passo trascritto troviamo l’essenziale. L’amore premuroso di Sonia batte al cuore del giovane e vi apre la dolce ferita dell’amore. L’evento era desiderato ed atteso ma accade in modo improvviso. Dopo l’evento decisivo, lo scrittore presenta le conseguenze pratiche nella vita dei due protagonisti. Il giovane tenuto accetta la pena inflitta; prova sentimenti di misericordiosa tenerezza non soltanto verso Sonia ma anche verso tutti gli altri compagni di prigionia:

Erano decisi ad attendere, a pazientare. Restavano loro ancora sette anni di quella vita; e prima d'allora, quanto intollerabile dolore e quanta felicità! Ma egli era rinato e lo sapeva, lo sentiva con certezza in tutto il suo essere rinnovato; e lei, lei non viveva che della vita di lui! La sera di quello stesso giorno, quando le baracche erano già state chiuse, Raskòlnikov, sdraiato sul tavolaccio, pensava a Sònja. 

Quel giorno, gli era sembrato perfino che gli altri forzati, prima suoi nemici, lo guardassero in un modo diverso. Era stato lui a rivolger loro per primo la parola, e loro gli avevano risposto affabilmente. Se ne rendeva conto solo adesso; ma non era giusto, del resto, che fosse così? Ogni cosa, ormai, non doveva forse mutare? Pensava a lei. Ricordò come l'aveva sempre tormentata, come aveva straziato il suo cuore; … ma quei ricordi non lo facevano più soffrire: sapeva con che amore infinito, ormai, avrebbe ripagato tutte le sue sofferenze.

[…] Quella sera, tuttavia, non gli era possibile pensare a lungo ad una sola cosa, né concentrarsi in un solo pensiero; non riusciva a ragionare su nessun problema: poteva soltanto sentire... Alla dialettica era subentrata la vita, e nella sua coscienza si preparava ormai qualcosa di completamente, oscuramente diverso.

A mio parere, la pagina è un ottimo esempio per comprendere che cosa sia il pentimento. È vero che non si tratta in primo luogo di una conversione religiosa (anche se questa è inclusa) ma il fatto costituisce un modello per cogliere anche il senso di quest’ultima. Raccogliamo alcuni elementi essenziali. Raskolnikov è oppresso dal senso di colpa e sta già espiando, suo malgrado, il delitto commesso. Tuttavia non si è pentito per nulla. Il pentimento nasce in lui quando si sente raggiunto dalla mano amrosa di Sonia. È il sentirsi amato nella sua condizione di criminale ad aprirgli il cuore. È interessante che Raskolnikov, nel momento decisivo, venga afferrato da una forza estranea e benefica: «Nemmeno lui, poi, avrebbe saputo dire com'era accaduto. A un tratto si sentì come afferrato e gettato ai piedi di lei». Egli passa dal ragionare al «sentire». La dialettica viene superata dalla vita. Pure nel pentimento di carattere religioso, il peccatore è trascinato da una forza a cui non può resistere. 

Sonia ama un uomo che potrebbe detestare, un omicida che l’ha sempre respinta. Gli offre la mano benché si aspetti che egli la rifiuti di nuovo. L’amore tenace di Sonia richiama al credente l’amore gratuito, incomprensibile e tenace di Dio per l’uomo peccatore. La riconciliazione tra i due si esprime non a parole ma in lacrime. Anche il pentimento di fede si esprime più nei sentimenti che nelle parole ed acquista un’espressione tipica proprio nelle lacrime. In questo caso il dolore non deprime ma solleva. Dare spazio al pentimento significa aprire l’ingresso all’amore e questa è una forza che non deprime mai:

«Li aveva risuscitati l'amore: il cuore dell'uno, ormai, racchiudeva un'inesauribile sorgente di vita per il cuore dell'altro».

La rinascita di Raskolnikov si esprime in due segni precisi. Diventa affabile con i compagni di pena, verso i quali era sempre stato duro ed accoglie il tempo della prigionia, di espiazione, con serena accettazione. 

«Egli ignorava perfino che quella nuova vita non gli veniva data così, gratuitamente; che avrebbe dovuto pagarla, e a caro prezzo: pagarla compiendo qualcosa di grande negli anni a venire». La riparazione non consiste nella prigionia in se stessa ma nel modo con cui la vivrà. Egli adesso cercherà di essere buono nei confronti di Sonia: «Sapeva con che amore infinito, ormai, avrebbe ripagato tutte le sue [di Sonia] sofferenze».


Il fuoco che divampa

Vediamo alcune analogie tra la vicenda dei due amanti e il concetto spirituale di "compunzione". Nella letteratura ascetica, il sentimento di compunzione corrisponde al manifestarsi e al dilatarsi in noi di una grande energia d’amore e solo questa ci rende capaci di superare il male: 

«Quando in verità il bene prende dimora in loro [nei penitenti], mostra una [grande] forza come quella che [sviluppa] un fuoco tra le spine. Per quanto li trovi oppressi da una miriade di mali, avvolti dai legami del peccato e consumati dal fuoco delle passioni, [per quanto] siano scossi dal turbinio degli interessi mondani, [la volontà di bene] subito domina tutto» (G. Crisostomo, A Demetrio sulla compunzione, 7). 

Un fuoco che divampa tra le spine! Non può esserci compunzione se non all’interno dell’esperienza d’essere amati e accolti nella nostra povertà né può aver luogo alcun pentimento finché la persona che si è sentita amata non intende rispondere all’amore ricevuto. Il nucleo della katanixis è in stretta relazione con un’esperienza d’innamoramento. Il cuore frantumato è anche un cuore innamorato. Crisostomo mette a confronto l’innamoramento per una donna con l’innamoramento per Cristo e si basa sulla vicenda di Paolo. Nella misura in cui si è catturati o feriti dall’amore di Cristo, si sviluppa in noi la forza di superare la forza tenace dell’egoismo, onnipresente dei nostri pensieri, parole ed azioni. 

Il sentimento della katànyxis, è un evento liminare: fine del rimpianto e del dolore per il passato e inizio di una comunione. Bonaventura ci fa conoscere l’esperienza di compunzione vissuta da san Francesco, ai primordi della sua nuova vita.

«In seguito alla chiamata di Dio, il numero dei frati era ormai salito a sei. Il loro padre e pastore, trovato un luogo solitario, in molta amarezza di cuore, piangeva sulla sua vita di adolescente, trascorsa non senza colpa: mentre chiedeva perdono e grazie, per sé e per la prole, che in Cristo aveva generato, si sentì invadere da una singolare, esuberante letizia e si sentì garantire che tutte le colpe gli erano state rimesse pienamente: fino all’ultimo quadrante. Rapito al di fuori di sé, [fu] totalmente assorbito in una luce vivificante…» (Leggenda Minor Lez. III)

Il dolore del santo d’Assisi non corrisponde ad un pentimento di chi si trova all’inizio della conversione. Anzi egli ha già vissuto un impegno talmente forte di fede e d’amore al punto da ricevere la completa remissione delle colpe. Ciò che è caratteristico della vicenda delle lacrime di Francesco è il passaggio quasi repentino dal dolore acuto alla gioia intensa, fino ad un’esperienza di rapimento estatico. La compunzione è un momento culminante, un evento di passaggio che chiude il passato ed apre alla comunione profonda con Dio.

Tale passaggio viene testimoniato anche dai Padri e dai mistici orientali. Esaminiamo la breve sintesi fornitaci da Niceta Stethatos, un mistico bizantino. Questi, dopo aver detto che i credenti devono in un primo tempo sperimentare la fatica di raddrizzare la loro esistenza (una fatica, però, mescolata al sollievo e al piacere della vita virtuosa), in un secondo tempo ricevono la visita dello Spirito, ossia ricevono dei beni spirituali. Niceta dichiara che questi uomini visitati dallo Spirito «sono riempiti di gioia e di allegrezza, perché si è aperta per loro la pura fonte delle lacrime» (I, 24; p. 399). Le lacrime, di per sé, nascono dalla tristezza e provocano dolore ma proprio questo dolore apre la porta ad un sentire gioioso. Il dono delle lacrime acutizza il dolore ma infonde poi gioia ineffabile. Le due esperienze sono legate tra loro in modo così stretto da sembrare inscindibili: 

69. Quando ci purifichiamo dal peccato con il pentimento, le lacrime, accese dal fuoco divino, sono ardenti; per i gemiti che ci salgono dal profondo del cuore siamo colpiti nel pensiero come da pesanti martelli. Allora sentiamo amarezza e pena. Ma quando, purificati sufficientemente da tali lacrime, giungiamo alla liberazione dalle passioni, allora, consolati dal divino Spirito, come chi ha acquistato serenità e cuore puro, dalle lacrime della compunzione che danno gioia siamo riempiti di piacere e di dolcezza indicibile.

Il dono della compunzione fa parte delle cose buone (ta agatà) promesse dal Vangelo. Unitamente al dono dello Spirito, la compunzione fa parte dei doni primari concessi al credente. La dove Matteo dice che Dio darà cose buone a coloro che gliele chiedono (Mt 7,11), Luca dichiara che Dio darà lo Spirito Santo a coloro che invocano (11,13). Ma lo Spirito Santo attiva in noi come primo movimento la frattura del cuore. Nel giorno di Pentecoste i primi ascoltatori sentono aprirsi questa ferita al loro interno. La ferita della compunzione apre il cuore ad accogliere i doni escatologici del Signore.

 

II PARTE. DISPONIBILITÀ

L'uomo che ha ottenuto la compunzione accetta tutto ciò che gli capita e in tutto coglie la mano di Dio. 

Ricordo la preghiera di Bonhoffer nel carcere di Flossenburg: 

io non comprendo le tue vie, ma la mia via tu la conosci: E’ buio dentro di me, ma presso di te c'è la luce; sono solo, ma tu non mi abbandoni; sono impaurito, ma presso di te c'è l’aiuto; sono inquieto, ma presso di te c'è la pace; in me c'è amarezza, ma presso di te c'è la pazienza; io non comprendo le tue vie, ma la mia via tu la conosci. 

Gli avvenimenti negativi sono causati dall’uomo e sono un prodotto della sua malizia. Tuttavia la persona di Spirito non si attarda a cercare le motivazioni o le responsabilità (indagini utili in altri ambiti), poiché sa che anche l’avvenimento che non è causato in modo diretto da Dio, rimane comunque nell’ambito della sua provvidenza. L’uomo santo non pensa mai male né di Dio né del prossimo. La formulazione più chiara e sintetica di questa doppia disponibilità ossia verso tutto ciò che ci viene da parte di Dio e del prossimo appare in una mistica italiana del sec. XV, ma questa opinione, di origine biblica, presenta una lunga storia.

«Pensare bene di Dio consiste nel ricevere con gratitudine tanto le cose prospere come le avverse, credendo, senza dubitare, che procedono dalla sua somma bontà e misericordia, poiché dice egli stesso nella sacra Scrittura: Io quelli che amo li correggo e li educo (Ap 3,19)» Varano 45

Circa la disponibilità nei confronti del prossimo, la stessa scrive:

«La seconda purità è verso il prossimo, a proposito della quale ci viene comandato: Ama il prossimo tuo come te stesso (Mt 19,19). In che cosa consiste la purità della mente verso il nostro prossimo? In questo: che non lo giudichiamo mai, ma che sempre l'onoriamo e lo reputiamo pietoso e onesto, perché la vera purità verso il prossimo è nell'amarlo con Dio e per Dio e non dirne male, ne nuocergli con la bocca o con il cuore. Questa è la vera osservanza dei comandamenti divini». (Varano 51)

Non pensare male né di Dio, né del prossimo. La massima può essere volta al positivo: confida in Dio sempre e pazienta in tutto ciò che ti viene dal prossimo. Accettare qualsiasi cosa da parte del prossimo è l’atteggiamento che si assume quando tutti i tentativi di dialogo sono falliti o quando è possibile intuire che essi non sono assolutamente possibili. 

Sull’abbandono in Dio, particolarmente interessante appare il discorso di Giuditta ai capi della città di Betulia, assediata dagli Assiri (Gdt 8,11-17.25-27). Costoro avevano deciso di arrendersi ai nemici se nell’arco di un tempo prestabilito (cinque giorni), Dio non avesse inviato un aiuto. Apparentemente avevano espresso un atteggiamento religioso poiché sembravano piegarsi alla volontà divina ma in realtà lo mettevano alla prova. Giuditta, invece, consiglia di accettare qualsiasi decisione di Dio: 

Vennero da lei ed essa disse loro: 

«[…] Chi siete voi dunque che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di lui, mentre non siete che uomini? Certo, voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non ci capirete niente, né ora né mai. Se non siete capaci di scorgere il fondo del cuore dell'uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri o comprendere i suoi disegni? No, fratelli, non vogliate irritare il Signore nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere da parte dei nostri nemici. E voi non pretendete di impegnare i piani del Signore Dio nostro, perché Dio non è come un uomo che gli si possan fare minacce e pressioni come ad uno degli uomini. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido se a lui piacerà (Gdt 8,11-17).

Giuditta chiede di non mettere scadenze a Dio ma soprattutto di accettare qualsiasi evento («egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere»). A motivo della situazione di sofferenza, gli uomini possono invocare l’aiuto senza pretendere d’essere soccorsi nel modo da essi desiderato («ascolterà il nostro grido se a lui piacerà»). Inoltre è opportuno cogliere il dono nascosto nelle situazioni che richiedono abbandono fiducioso e capacità di sopportazione:

«Oltre tutto ringraziamo il Signore Dio nostro che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare ad Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava i greggi di Làbano suo zio materno. Certo, come ha passato al crogiuolo costoro non altrimenti che per saggiare il loro cuore, così ora non vuol far vendetta di noi, ma è a fine di correzione che il Signore castiga coloro che gli stanno vicino» (Gdt 8,25-27).

La fiducia di Giuditta è davvero illimitata; rinuncia a capire il senso nascosto degli avvenimenti ma è certa che essi abbiano comunque un significato agli occhi di Dio. Gesù è stato colui che ha vissuto al massimo questo atteggiamento di Fiducia e abbandono in Dio. 

Uno dei traguardi della vita spirituale e dello spirito di compunzione sta appunto nel giungere a questo sentimento di abbandono. Solo coltivandolo in noi, contrastando lo spirito di sfiducia e di recriminazione, troveremo pace. 

«Accetta gli avvenimenti che ti capitano come un bene, sapendo che nulla avviene senza Dio»(Lettera di Barnaba, XIX, 6).

Doroteo di Gaza richiama il comportamento tenuto dal re Davide durante la fuga da Gerusalemme, nella circostanza del colpo di stato suscitato contro di lui dallo stesso figlio Assalonne. Mentre il re, esule e fuggiasco, s’inerpicava faticosamente per l’erta del monte degli Ulivi, fu aggredito e insultato da Simei, un parente del re Saul, deposto e già defunto. Questi, male informato, riteneva Davide responsabile dell’uccisione di Saul. Un soldato della guardia del corpo chiede al re il permesso di avventarsi sull’offensore ed eliminarlo. Davide, invece, opponendosi a questa decisione d’impeto e rimettendosi a Dio, dichiara: «Lasciate che maledica, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi» (2 Sm 16, 11-12). Doroteo così commenta:

Ad un assassino Dio diceva di maledire David? Come poteva Dio ordinargli una cosa simile? In realtà il profeta, nella sua sapienza, sapeva che nulla attira la misericordia di Dio sull'anima quanto le tentazioni, specialmente quando crescono nel momento dell'afflizione e della tristezza. (VII, 88)

Ricorre ad un’immagine efficace. Il cagnolino corre dietro ad un sasso che rotola e gli abbaia contro, senza badare per nulla a chi l’ha gettato. Il cristiano che si adira contro il fratello, anch’egli agisce come se prestasse attenzione ad un sasso in movimento dimenticando di volgersi al Signore che ha permesso, a scopo educativo e medicinale, che quel fratello gli procurasse quella sofferenza. 

Ci succede quello che accade al cane. Uno gli butta un sasso e lui lascia stare quello che lo ha tirato e corre a mordere il sasso: così facciamo anche noi: lasciamo perdere Dio, che permette che ci assalgano le prove per purificazione dei nostri peccati, e corriamo contro il prossimo (VII, 88).

Anche in questo caso la relazione corretta con Dio, vissuta in spirito di compunzione, si tramuta in una relazione pacificata con il prossimo. La comunione con Dio genera la fraternità. 

Silvio Pellico racconta l'episodio dell'amputazione della gamba a cui fu costretto un compagno di prigionia. La scena è narrata nello spirito di pacificazione ormai guadagnato dal Pellico. La brutalità dell’operazione è descritta senza ombra di rancore e senza indulgere ai particolari raccapriccianti, in analogia ai racconti della passione di Gesù. La rosa offerta al chirurgo dal malato che aveva subito l’amputazione, è segno di questo guadagno interiore. Si può perdere un arto, ma non la dignità umana. Non bisogna temere chi uccide il corpo, ma piuttosto temere di chi può spegnere l’anima. Per un cristiano la rosa è simbolo dei beni del mondo nuovo, inaugurato dalla visita del Signore. Ogni credente può lasciarla fiorire nella sua vita. 

Lo ricorda anche Dante:  ch’io ho veduto tutto il verno pria, lo prun mostrarsi rigido e feroce; poscia portar la rosa in su la cima (XIII).

S'io fossi predicatore, insisterei spesso sulla necessità di bandire l'inquietudine: non si può esser buono ad altro patto. Com'era pacifico con sé e cogli altri Colui che dobbiamo tutti imitare! Non v'è grandezza d'animo, non v'è giustizia senza idee moderate, senza uno spirito tendente più a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti di questa breve vita (XVII).

Lo sugerisce il Pellico ai ministri della Parola. 


venerdì 14 marzo 2025

Novità perenne

Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: 

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva». Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. 


Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice. In realtà, il suo centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto. 

Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi. Cristo è il « Vangelo eterno » (Ap 14,6), ed è « lo stesso ieri e oggi e per sempre » (Eb 13,8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili. Egli è sempre giovane e fonte costante di novità. La Chiesa non cessa di stupirsi per « la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio » (Rm 11,33). 



giovedì 13 marzo 2025

Il Vangelo

 Messaggio della lettera ai Romani

Un vangelo è l’annuncio di un evento benefico che si sta verificando, quindi non è una semplice teoria o una dottrina. Un profeta chiama vangelo la notizia del ritorno degli esuli da Babilonia o la ricostruzione di Gerusalemme (Is 52,7 e Rm 10,15; Is 40,9; 41,27; 61,1). Nel mondo greco-romano le imprese dei sovrani venivano proclamate come dei vangeli (euaggèlia cf iscrizione di Priene). Le prime comunità cristiane preferirono usare il termine al singolare, il vangelo, perché esso annuncia e dispiega l’azione incomparabile di Dio che salva veramente, ben diversa dalle intraprese dei potenti. 

Con il «suo» Vangelo, Paolo annuncia quella che ritiene l’azione decisiva di Dio, che dispiega ora tutta la sua potenza per offrire una salvezza risolutiva a chi avrebbe creduto a questo messaggio (Rm 1,16). Il Vangelo ha come centro la persona di Gesù e tutta la sua opera.

Nonostante le meraviglie operate dal Padre nella prima Alleanza, il male dominava ancora sulla terra ma la soluzione non poteva venire dagli uomini ma da Dio che aveva creato il mondo. Non abbandonò né ripudiò l’umanità, anche se lo respingeva, ma realizzò un intervento decisivo di risanamento per creare un mondo nuovo. 

A questo scopo, per introdurre il suo regno tra gli uomini, mandò nel mondo il Figlio Gesù. L’avvento del Regno di Dio rappresenta una svolta della storia, l’unico cambiamento reale. Cristo inaugura una nuova epoca, al termine della quale avrà luogo la trasformazione universale, quando Dio sarà tutto in tutti (Schnelle 445)

Il Regno è cominciato con il perdono di Dio all’umanità, grazie al servizio d’amore reso dall’uomo Gesù. Obbedendo al Padre fino ad affrontare la morte in croce, ha dissolto tutto il cumulo dei peccati degli uomini. Paolo chiama questo evento che concede il perdono di Dio ai malvagi ed avvia una nuova esistenza contrassegnata dalle buone opere, “giustificazione per grazia”. 

Gesù è un singolo individuo ma è anche una collettività; è un singolo uomo ma è anche l’umanità che corrisponde a Dio, la primizia di un nuovo raccolto. 

Gesù deve trovare persone capaci di essere come Lui e di continuare la sua opera, vuole suscitare altri figli di Dio. Costoro, però, possono farsi carico di un compito così impegnativo soltanto se Egli li rende partecipi di sé, se viene a vivere in loro. 

Cristo influisce sulla vita dei suoi amici,infondendo in loro lo Spirito Santo.  Evita così che essi si trovino da soli, in balìa della loro debolezza.

Lo Spirito! Era denominata in questo modo la forza stessa di Dio. Lo Spirito aveva investito Gesù nel corso della sua vita terrena. Aveva formato la sua umanità nel seno di Maria e, soprattutto, lo aveva fatto risorgere da morte (8,11). 

Il cristiano comincia ad essere tale, cioè una persona che si conforma a Gesù, solo quando viene corroborato dall’energia dello Spirito. Solo allora può aspirare a raggiungere questo ideale e, almeno in parte, cominciare a compierlo (8,4). 

La morale cristiana non si fonda, quindi, sopra un principio etico, magari più valido di tutti gli altri; non si basa sulla generosità ammirevole del credente, ma sul fatto che Gesù viene ad abitare in lui e lo rende partecipe del suo Spirito, a partire dall’adesione di fede e dal Battesimo (6,4). 

L’obiettivo finale dell’opera del Padre consiste nel fare in modo che i credenti giungano a condividere la gloria del Risorto. Sfuggiti al giudizio e una volta glorificati, saranno davvero figli come il Figlio (8,23-24). 

Padre nostro in breve

 La domanda più importante del Pater è «Venga il tuo regno». 

Gesù è venuto per fare in modo che Dio regnasse in questo mondo, ossia che tutti fossero salvi, che diventassero nuove creature. 

Questà è la sua volontà. Gesù per atture questa volontà gioiosa di Dio, ha però dovuto soffrire. 

Quando Dio regna e realizza il suo volere, ossia salva altri uomini, allora santifica il suo Nome, cioè mostra la sua grandezza. Le prime richieste del Pater chiedono la stessa cosa: Dio mostri la sua grandezza dilatando il suo Regno e attuando, quindi, il suo volere. 

La preghiera sul pane ci ricorda la vita di Gesù: era senza lavoro, si spostava da un luogo all’altro e doveva contare sull’aiuto di chi l’avrebbe ospitato. Anche i discepoli fanno lo stesso. Confidano nella provvidenza di Dio. Gli ebrei dovevano attendere la manna e raccoglierla giorno dopo giorno. 

Rimetti a noi… Signore, noi abbiamo già perdonato ai nostri debitori (perché abbamo imparato da Te a fare questo) e allora perdonaci anche Tu. Non si può chierede il perdono, senza aver perdonato. Per i peccati contro Dio, dobbiamo chiedere il perdono a Dio; per i peccati contro il prossimo, dobbiamo chiedere perdono al prossimo. 

Non abbandonarci alla tentazione. Si parla di tentazione, non di tentazioni. La tentazione è abbandonare Dio per fare ciò che ci pare. 

Liberaci dal male o dal maligno? Se vinciamo il Maligno, ci liberiamo dal male e se evitiamo il male sconfiggiamo il Maligno. 


mercoledì 12 marzo 2025

Beati puri, i pacificatori i perseguitati

 beati i puri di cuore

Beati i puri di cuore perche vedranno Dio.

 Con i discepoli accostiamoci a Cristo beato, venuto dal cielo per rivelarci come si ama nel cielo: con amore puro totale. Cristo ci comunica la sua purezza di cuore se rimaniamo vicini a lui; se lo ascoltiamo, riceviamo il suo Spirito. Tutta la sua vita e la sua morte manifestano la santità di chi dà se stesso totalmente al Padre nel servizio ai fratelli Cristo è l'amore disinteressato, la purezza d'amore incarnata. La sua conoscenza del Padre, il suo modo di veder il Padre, non è astratto, puramente intellettuale. Al contrario, il suo conoscere è un riconoscere pieno di gratitudine e consacrazione totale alla volontà del Padre. Tutta la vita di Gesù proclama: «Non sono venuto per fare la mia volontà, ma quella del Padre; non sono venuto per cercare la mia gloria, ma quella del Padre». 

La promessa offertaci in questa beatitudine è meravigliosa: «Vedere Dio» già quaggiù e poi pienamente dopo la nostra morte. Dio è amore, e soltanto quelli che amano in modo simile possono avere l'esperienza di Dio, quella conoscenza che porta in sé ogni beatitudine. 

Tutti i santi e profeti hanno desiderato la conoscenza di Dio, fatta con il cuore, con l'affetto, con la volontà e con l'intelletto. Ma hanno anche sperimentato che non è possibile giungere a tale conoscenza senza la purificazione totale del cuore. Mosè, dopo aver ricevuto tali segni da Dio che lo chiama con un nome unico, osa chiedere il dono supremo: «Fammi, ti prego, vedere la tua gloria». Dio rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il nome del Signore davanti a te. Farò grazia a chi farò grazia e avrò misericordia di chi avrò misericordia». E poi disse: «Tu non puoi vedere la mia faccia, perché l'uomo non mi può vedere e restare vivo». Il Signore disse ancora: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai in piedi sulla roccia e avverrà che quando passerà la mia gloria, io ti metterò in una cavità della roccia e ti coprirò con la mano finché io sia passato, poi ritirerò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non sarà visto» (Es 33,12-23). Il profeta Isaia fece un'esperienza simile della santità purificante di Dio, esperienza del santo timore e della santa gioia del Signore. Contemplando da lontano la gloria di Dio circondata da Serafini e Cherubini, il profeta esclama: «Ohimè, sono perduto; io che essendo uomo dalle labbra impure, e abitando in mezzo a un popolo di labbra impure, ho veduto con i miei occhi il re, il Signore delle schiere! Allora volò verso di me uno dei Serafini con in mano un carbone acceso che aveva preso con le molle dall'altare, mi toccò la bocca e disse: "Ecco, questo ha toccato le tue labbra: scomparsa è quindi la tua iniquità, espiato il tuo peccato" » (Is 6,4-7). San Giovanni della Croce deduce dalla sacra Scrittura, dalla tradizione profetica e mistica e dalle proprie esperienze che anche la visione mistica di Dio, cioè una visione della gloria di Dio da lontano, sarebbe causa di morte istantanea se l'uomo non fosse purificato prima da ogni inclinazione al peccato, sia pure veniale. 

Dio è amore santo e perciò anche fuoco per chi è peccatore, fuoco purificante per chi si converte, fuoco ispiratore per chi non vuole ancora convertirsi. Per questo Dio si manifesta gradualmente ai suoi amici, all'uomo di labbra impure, per purificarlo. E se l'uomo si lascia purificare, se accetta le esperienze dolorose e si converte a Dio con tutto il cuore, con il dolore profondo dei suoi peccati e la piena fiducia, egli avrà una esperienza sempre più beata dell'amore di Dio, in altre parole vedrà Dio. 

Sbagliano totalmente quei giovani che vogliono ampliare con la droga le loro capacità spirituali per avere esperienze religiose senza dover affrontare il cammino paziente della conversione a Dio e al prossimo. La vera esperienza di Dio non si dà se non a quelli che accettano la necessità della purificazione per ottenere con un amore autentico e oblativo l'unione con Dio. E perciò preghiamo con il salmista: «Purificami, o Signore» Preghiamo per ottenere ciò che i profeti chiedevano, un cuore puro e uno spirito nuovo. Nei più antichi manoscritti del Vangelo di san Luca, la seconda invocazione del Padre nostro venga il tuo regno era detta con altra espressione: «Mandaci il tuo Spirito perché ci purifichi». Là dove il cuore è purificato l'uomo si lascia guidare totalmente dalla grazia dello Spirito e là diviene visibile la venuta del regno di Dio. Quella nostra preghiera è schietta se nello stesso tempo siamo vigilanti nei riguardi dei motivi che ci ispirano. Tutto dipende dalla sincerità dell'uomo, nella ricerca di Dio, del bene e del vero. L'uomo di labbra impure che vive in mezzo a un popolo di labbra impure sarà e rimarrà sempre cieco, anche se conosce tutte le norme, principi oggettivi e formulazioni di dogmi. Nella situazione concreta non troverà la soluzione, la più giusta, se non ricerca lealmente con tutti gli uomini di buona volontà e con volontà sincera e ferma, di mettere in pratica quello che in coscienza ha riconosciuto come il bene. 

L'uomo dal cuore puro non si interroga come uno schiavo: «Devo fare quello o questo sotto pena di peccato veniale o mortale? ». La domanda di coloro che, per mezzo dello Spirito santo, sono in via di purificazione, si esprime in un modo molto diverso: «Come posso rendere grazie al Signore per tutto quello che mi ha dato? Come posso trasformare tutta la mia vita in un'unica azione di grazie degna della generosità con cui Dio mi ha amato?». 

Meditando nell'Eucaristia e nella vita quotidiana i grandi doni di Dio, chiederemo sempre prima di ogni decisione: «Signore, posso offrirti questo impegno di una gratitudine degna di quanto hai fatto per me? ». La purità dei nostri motivi troverà la sua manifestazione, la più importante, nella sincerità assoluta, tanto nella ricerca del bene e del vero quanto nel modo di agire e di venire incontro agli altri. Se un religioso si presenta al suo superiore per fare richieste che sembrano subito irragionevoli, forse non vale la pena discutere. Sarà meglio suggerire al confratello o alla consorella di meditare una mezz'ora davanti al Signore sacramentato, di lodarlo e ringraziarlo per tutto quello che ha fatto, e poi chiedere: «Signore, posso osare di dire davanti a te che desidero quella tal cosa solo per piacerti e offrirti una gratitudine degna di tutto quello che tu hai fatto per me?». Chi con fede umile, viva e riconoscente sta davanti a Dio, acquisterà un cuore puro, che però è sempre dono dello Spirito santo. I cristiani possono guadagnare la terra a Cristo mediante la non violenza, ma solo a condizione d'essere assolutamente sinceri. Non si può proclamare la verità che ci salva se ci si permettono menzogne a causa di un egoismo meschino. Il Signore, infatti, subito dopo aver proclamato le beatitudini, aggiunge: «Avete ancora udito che fu detto agli anziani: non spergiurare, ma mantieni i tuoi giuramenti al Signore; ma io vi dico di non giurare affatto. Il vostro parlare sia: "sì, sì; no, no", il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-37). Forse non c'è un altro impegno tanto importante quanto quello per la sincerità assoluta. Possiamo ringraziare il Signore della storia perché ha ispirato alle nuove generazioni una viva passione per la sincerità. Ci fa bene sottostare all'occhio critico che ci chiede sempre se siamo sinceri. Non possono coesistere l'evangelizzazione e un linguaggio storico o falsamente diplomatico. Chi serve il Vangelo e la Chiesa deve preferire la sincerità anche se vulnerabile, ad ogni modo bugiardo o semibugiardo. Chi crede veramente nella beatitudine promessa ai puri di cuore, non avrà bisogno di vie storte e non si fiderà mai della diplomazia che usa mezzi impuri, sia pure per ottenere fini onesti. Anche questa beatitudine ha evidentemente il suo risvolto che purifica il sociale. Chi conosce Dio con cuore puro e suoi scopi e le sue intenzioni, potrà collaborare alla costruzione di un mondo più fraterno, più giusto. Quello che manca al mondo moderno è soprattutto la fiducia reciproca, e questa non si lascia ristabilire senza a sincerità assoluta. La beatitudine dei puri presuppone la prima, che ci fa simili a Cristo servo. Chi cerca il suo comodo (potere, carriera, titoli o promozioni) sarà sempre tentato di strumentalizzare la parola e anche il discorso religioso in suo favore. Il profeta Isaia si lamenta di dover abitare tra gente di labbra impure. Neppure per noi è possibile acquistare un cuore puro e vivere dandoci motivazioni assolutamente sincere se non collaboriamo a creare un clima sociale che ispiri sincerità e perciò anche fiducia reciproca. I discepoli di Cristo si uniscano nella lotta contro la corruzione e l'ipocrisia. Ripensiamo alla nobile vocazione dei pedagoghi, dei giornalisti, insegnanti, magistrati, parlamentari, che possono creare un clima di veracità nel quale la comunicazione sociale e il dialogo formino una vera comunità. Una società diventa civilizzata, umana e redenta se ognuno può facilmente convincersi della sincerità di coloro che esercitano l'autorità. Con il cuore puro, con quella sincerità e veracità che scaturiscono dalle intenzioni rette, si può creare l'ambiente adatto a comunicare la verità evangelica. Chi vive questa beatitudine è per gli altri un incoraggiamento a dimostrare fiducia e ad evitare ogni falso uso del linguaggio, per lottare con ogni energia contro la corruzione della vita pubblica, una lotta che non si limiterà a contestazioni verbali contro ogni forma bugiarda adottata per ottenere privilegi o conservare uno statu quo ingiusto. La contestazione profetica è autentica solo se si dà la testimonianza di sincerità e disinteresse a se ci incoraggiamo gli uni gli altri ad ogni impegno solidale per la verità e per il rinnovamento delle strutture che manifestano questo stesso spirito. I grandi esperti del lavaggio del cervello, Pablof e I. F. Skinnir, asseriscono che l'uomo è completamente manipolabile per mezzo di condizionamenti basati sulla rimunerazione e la paura di sanzioni. Infatti, sembra provato che l'uomo non trascende i motivi di rimunerazione, e la paura della pena è l'oggetto assolutamente indifeso della manipolazione. Chi cerca la lode, le promozioni, le carriere è un manipolatore manipolato senza speranza di poter progredire nella vera libertà e nella conoscenza di Dio amore. I religiosi sono veramente sale della terra e luce del mondo se con la loro testimonianza di altruismo, di amore oblativo e di sincerità assoluta comunicano la verità secondo la quale l'uomo può e deve trascendere i meri motivi di merito e di pena. Questo si rifletterà poi in tutte le strutture della Chiesa a favore di una società più umana, meno manipolabile. 


beati coloro che operano per la pace

Beati coloro che operano per la pace perché saranno chiamati figli di Dio 

Nella fede avviciniamoci a Gesù riconoscendolo Figlio unigenito del Padre, una dignità unica che il servo di Dio comunica ai suoi discepoli quando con giubilo chiama Dio Abbà, Padre. Gesù non ha bisogno di acquistarsi il diritto di chiamare Dio Padre e di essere chiamato suo Figlio; fin dal primo momento della sua esistenza umana è unito al Verbo eterno e può dirsi il Figlio che viene dal Padre e torna al Padre. Gesù si manifesta al mondo Messia e Figlio del Dio vivente proprio come operatore della pace. Egli non solo proclama e annuncia la pace, egli ne è la sorgente e la comunica ai suoi discepoli per mezzo dello Spirito santo. È venuto dal cielo per stabilirla sulla terra, ed è la pace messianica, somma di salvezza e liberazione. 

Non c'è altra parola così piena di forza e così ricca di promesse nell'Antico Testamento come la parola shalom, pace. Tutti i beni sono contenuti in questa pace messianica. 

E non dimentichiamo che Gesù per comunicarcela ha versato il prezzo più alto: il suo sangue. E il sangue della nuova ed eterna alleanza nel quale il Figlio di Dio ci fa tutti fratelli e sorelle. Ma non siamo degni di accogliere un onore così inaudito, di essere chiamati figli di Dio, se non accogliamo il dono della pace con quella gratitudine dalla quale scaturisce un impegno solidale per la pace di tutti. Proprio perché è dono gratuito dell'unico Padre, e destinato a tutti gli uomini, l'accoglienza riconoscente diventa necessariamente voto per essere messaggeri e operatori di pace. 

Se nella fede abbiamo un'idea giusta dell'onore di essere chiamati figli di Dio santo pregheremo con tutto il core come san Francesco: «Fammi strumento della pace». Nello stesso tempo pregheremo per avere le condizioni in dispensabili per esserne operatori: amore oblativo, fame e sete di giustizia e la prontezza ad essere semplicemente servi di Dio e servi della pace a favore di tutti gli uomini. 

Chi accoglie la pace di Dio con cuore riconoscente gioisce e la sua gioia diventa diffusiva. Non si può gioire di un dono così grande, dono dell'unico Padre, senza sentirsi intimamente spinti a comunicare questo dono, questa pace, questa gioia al prossimo. 

Ma non dimenticheremo come sia altrettanto vero che non si può comunicare la pace se non la conserviamo nel cuore. Pensiamo all'assurdità di lasciarsi disturbare, di perdere addirittura la serenità dell'animo e la gioia della mente a causa di inconvenienti, talora anche piccoli. 

Al termine di un corso sulla pace e sul sacramento della riconciliazione, un caro sacerdote mi accompagnò all'aeroporto. Egli aveva confermato e riconfermato il biglietto per maggior sicurezza, ma inaspettatamente in quel volo non c'era posto per me. Il caro sacerdote era talmente disgustato e adirato per questo contrattempo che proferì alcune parole dure. Io gli dissi: «Ma, mio caro, abbiamo celebrato per una settimana intera la gioia del Signore e ci siamo rallegrati nella sua pace; com'è possibile questo tuo comportamento?». Mi rispose: «Difatti è assurdo; ma già è perduta la pace, già è perduta la gioia». Dobbiamo meravigliarci che sia possibile lasciarci disturbare da inconvenienti, da piccoli malintesi o da attacchi di cui siamo fatti oggetto, se abbiamo intuito l'altezza, la profondità e tutte le dimensioni di questo dono supremo della pace, destinato a tutti. Shalom, pace: è dono di una totalità stupenda. Pace e riconciliazione significano nuovi rapporti: nuovo rapporto con Dio Padre, con Cristo nostro Signore e fratello, con il prossimo, con il mondo circostante e con se stesso. Pace e riconciliazione ci dicono che siamo accettati da Dio come figli e amici. Dio ci viene incontro come Padre e ci cerca là dove ci troviamo, per condurci alla piena statura di figli. E così vediamo tutta la vita in una nuova luce. Dopo esserci resi conto di quest'accettazione gratuita da parte di Dio, possiamo accettare anche le nostre ombre, le difficoltà, la pochezza della nostra persona, i nostri limiti; e tutto entra nella nuova dimensione di poter crescere sino alla statura matura di figli di Dio. 

Chi si sa afferrato e accolto da Dio stesso, accoglierà il prossimo tale quale è, e si troverà insieme a lui sul cammino che conduce alla pienezza di vita in Cristo. Gesù ha accolto Maria Maddalena, la donna samaritana, Pietro che lo aveva rinnegato; la sua accoglienza, che è nello stesso tempo atto di riconciliazione, permette loro di divenire una nuova creatura, persone adatte a comunicare la lieta novella della pace e della riconciliazione anche agli altri. Giustamente si sottolinea l'aspetto personale, la pace del cuore, i rapporti nuovi con Dio e un nuovo modo di accettare se stessi; non si può però dimenticare l'aspetto sociale della pace per la quale Cristo è venuto. Dio in Gesù Cristo ha riconciliato a sé il genere umano, e se gli uomini sono riconciliati con il Padre onnipotente di tutti, saranno riconciliati anche tra di loro, anche a livello sociale e internazionale. Un certo verticalismo ha spesso dimenticato la totalità individuale della pace e così non ha potuto nemmeno approfondire la pace dell'animo. Non si può accogliere una sola parte di questo dono; chi si apre con profonda gratitudine ne scoprirà pian piano tutte le dimensioni. Chi vuole pace con Dio e nell'animo, chi desidera la pace eterna nei cieli nuovi e nella nuova terra, s'impegnerà per la pace tra gli uomini nella vita privata e sociale. Pensiamo innanzi tutto alla pace nelle famiglie. Si può vivere il sacramento del matrimonio e della riconciliazione solo se le persone si rispettano, si vogliono bene, sono sempre disposte a perdonare e a riconciliarsi, senza volee imporre una resa incondizionata agli altri. 

Ogni famiglia religiosa è chiamata a essere un modello per le famiglie proprio per il modo con cui si vive la continua riconciliazione. Chi vuol cercare e promuovere la pace per la quale Cristo è morto, non si permetterà mai un approccio rigido. I farisei, proprio a causa della loro rigida inflessibilità, non hanno potuto e non hanno voluto aprirsi al dono della pace messianica e hanno anche impedito agli altri di accedere a Cristo. Gesù ci viene incontro per camminare con noi e comunicarci sempre più la sua pace. Allo stesso modo nelle nostre comunità dobbiamo accompagnarci gli uni gli altri per fare insieme il cammino della pace e compiere la nostra missione promotrice di sani rapporti tra gli uomini. 

La pace messianica include necessariamente la giustizia e l'ordine sociale. Chi accoglie con riconoscenza il dono divino della pace e della riconciliazione, non si permetterà più rivendicazioni economiche, sociali, politiche ingiuste e non darà il suo voto a un partito fondato su tali motivi ingiusti. Per poter essere messaggeri e operatori della pace messianica, lottiamo continuamente non solo contro l'egoismo individuale, ma anche contro quello collettivo. 

Negli ultimi anni mi sono incontrato spesso in Africa con profughi del Burundi, che con estremo pericolo sono riusciti a sottrarsi al terribile massacro in cui oltre duecentocinquantamila persone della tribù Hutu sono state uccise. In questi incontri di dialogo e preghiera con i profughi più qualificati per rappresentare la tribù maggioritaria, abbiamo meditato molto sul dono e il compito della della pace. Il loro motto è: «giustizia senza vendetta», ossia: «Pace nella giustizia e nel perdono». Solo così possono liberare l'altra tribù (i Tutsi) dall'angoscia, dalla quale scaturiscono sempre nuovi atti riconciliazione e di violenza. Nello stesso tempo questi profughi generosi hanno deciso fermamente di non generalizzare mai e non accusare mai la tribù minoritaria dei Tutsi, come tale, dei crimini commessi, poiché in realtà soltanto pochi Tutsi prepotenti hanno manipolato l'intera tribù. 

Mi sembra importante per tutti gli operatori di pace accettare un tale proposito radicale, cioè l'impegno per la giustizia, escludendo totalmente ogni pensiero di vendetta; l'impegno contro ogni forma di egoismo collettivo che vorrebbe una pace ingiusta conservando privilegi o prerogative ingiuste. Cristo non è venuto per approvare una pace bugiarda né per gli ingiusti, né per gli inerti. Chi vuole la pace e vuol esserne apostolo deve unirsi a tutti gli altri uomini di buona volontà. Tra gli operatori beati della pace sono coloro che hanno fame e sete della giustizia divina che vuole stabilirsi sulla terra: giustizia per tutti, che però perdona e guarisce le ferite. Per difendersi dal fanatismo degli estremisti che fanno guerra alla nostra società non basta invocare la pena di morte. Certo, abbiamo bisogno anche delle forze dell'ordine, ma ancora più di un nuovo clima di comprensione, di rispetto reciproco. Questo clima può essere creato solo da chi si è consacrato come testimone della pace e della giustizia nella gioia che Cristo ci ha portato. Non possiamo nemmeno fermarci ai confini della nostra nazione o del nostro continente. Chi rende grazie sempre e dovunque a Cristo, s'interesserà appassionatamente della pace di tutti i popoli. C'impegneremo quindi come animatori per una politica della distensione, del dialogo, dell'aiuto generoso alle parti meno sviluppate del nostro popolo, ma anche dell'aiuto ai popoli più poveri. Viviamo tutti nella stessa nave che si salva o affonda con tutti noi. Non possiamo sperare la nostra salvezza se non ci impegniamo per la giustizia e per la pace, che Dio Padre vuole per tutti i suoi figli e tutte le nazioni. 

Anche a questo riguardo è importante formare un'opinione pubblica sana e forte. Non parleremo mai con disprezzo degli altri, al contrario esprimeremo la massima comprensione e il massimo rispetto per chi non la pensa come noi; cominceremo con il nostro prossimo più vicino, con quei membri della nostra comunità che, a causa di un'altra educazione o di un diverso temperamento, non vanno sempre d'accordo con noi. Mai ci permetteremo giudizi generalizzanti e poco favorevoli a gruppi ecclesiastici e sociali diversi o a nazioni estere. Ad esempio, pur essendo contrari al marxismo, si può e si deve parlare con rispetto delle persone che votano per il partito comunista. Spesso essi non sono atei e nemmeno marxisti nel senso ideologico; votano per quel partito perché non vedono un impegno sociale del tutto convincente in partiti dal nome cristiano. Se sono atei dobbiomo chiederci se non ne siamo in parte responsabili; forse non abbiamo dato una testimonianza luminosa. Non parleremo male del popolo russo perché è dominato da un partito comunista duro e oppressore. La stragrande maggioranza di quel popolo è buona e desiderosa di pace e libertà. Mai generalizzeremo perché tale atteggiamento non è soltanto una ingiustizia, ma anche un peccato contro la pace; crea infatti un clima poco favorevole alla riconciliazione sociale e politica. Se vogliamo essere operatori di pace nella società secolare, dobbiamo unirci nella Chiesa e nelle nostre comunità, affinché esse siano segno visibile ed efficace della pace che viene da Dio e segno di speranza per il mondo seco- lare. Incominciamo questa missione di pace nelle nostre comunità religiose, nelle nostre parrocchie, nelle diocesi, insomma nella comunità ecclesiale, e impareremo a rispettarci gli uni gli altri, a comporre le nostre difficoltà mediante un dialogo rispettoso, sempre disposti ad ascoltare, accettare, apprezzare tutto ciò che è giusto e vero, e a esprimere le nostre convinzioni in modo umile e sincero. E là dove non siamo del tutto sicuri delle nostre opinioni, non proponiamole come tesi, ma piuttosto come interrogativi. Il dialogo non basta però se mancano le azioni a favore della giustizia, del rispetto e della pace. Le comunità religiose ed ecclesiali uniscono uomini e donne delle diverse classi sociali. L'Eucaristia unisce persone inserite nei diversissimi ambienti culturali, economici e sociali. Se ci accettiamo pienamente all'interno delle nostre comunità religiose ed ecclesiali, disposti a cooperare con animo sereno e con comprensione, possiamo anche divenire, come comunità, un modello di pace economica, sociale e politica per il nostro paese e per il mondo intero. Grande è l'onore e la beatitudine di essere chiamati da Dio stesso suoi figli e di avere il privilegio di essere fratelli di Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio. Vale quindi la pena di essere riconoscenti per tale vocazione e di impegnarci fino in fondo per la pace come realtà indivisibile. Essere operatori di pace non è un compito imposto dall'esterno, esso scaturisce dalla stessa fede nel Vangelo. Paolo VI molte volte ha fatto appello alla pace fondandolo chiaramente sulla lieta novella, e ha detto: «La pace è possibile». Chi crede in Gesù Cristo, che è la pace, crede anche nella possibilità di vivere in pace e di promuovere la pace tra gli uomini. 


beati i perseguitati

Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli. 

L'ottava beatitudine riprende la promessa della prima: «di questi è il regno dei cieli». Il regno dei cieli, o regno di Dio, significa non solo la beatitudine eterna, ma anche la vita dei redenti che quaggiù si lasciano totalmente guidare dallo Spirito santo e vivono sotto l'ispirazione della grazia la propria vita come azione di ringraziamento e di lode. 

Il regno dei cieli è visibile là dove gli uomini sono uniti nella fede, nell'amore e nella lode di Dio. La morale delle beatitudini è la morale pasquale. Il primo impegno è sempre quello di accostarci a Cristo morto e risorto per noi e che in noi vuol vivere, continuando per mezzo nostro la sua proclamazione delle beatitudini. 

È lui il beato che è stato perseguitato a causa della sua fame e sete di giustizia. Egli è il profeta che scuote la coscienza dei ricchi, dei potenti, dei privilegiati, degli ipocriti che sfruttano anche la religione a favore dell'egoismo individuale e collettivo. Se Cristo avesse predicato soltanto la pace interiore dell'animo senza toccare i gravi problemi della convivenza, della giustizia sociale, della sincerità, della religione e del culto sincero, non sarebbe stato perseguitato dai potenti. Cristo ha messo tutto in atto per unire gli uomini nella giustizia e nella pace che riflettono la fede in un solo Dio. A questo scopo doveva usare talora parole anche forti, franche. Ogni volta si è confrontato con uomini di coscienza dura, con ipocriti che mediante pie parole volevano ingannare gli altri e conservare il loro statu quo ingiusto. Cristo non è solo un profeta, ma il Profeta, l'apice e il movimento di tutta la storia profetica. Tutti i profeti mandati da Dio hanno unito nella loro vita l'esperienza Dio santo e misericordioso con la misericordia verso i poveri, con la fame e sete di quella giustizia che esprime a fede in un solo Dio, Padre onnipotente di tutti gli omini. Purtroppo gli uomini di cervice dura non hanno accettato il messaggio e la contestazione dei profeti e li hanno perseguitati. Cristo il Profeta ha pagato come tutti i profeti, ha pagato di persona e ha dovuto soffrire più di tutti gli altri mandati dal Padre, prima di lui e dopo di lui. Se ci accostiamo con fede viva e profonda a Cristo risorto, non perderemo più la pace a causa dei malintesi e delle diffamazioni, perché vedremo la vittoria di Colui che è venuto a ristabilire la vera giustizia. Se Cristo è morto per noi e ha dovuto soffrire tanta opposizione, sarà normale, anche per i suoi discepoli, i più autentici, aver parte alla sua sofferenza. Chi decide di vivere secondo l'alta vocazione alla santità, dovrà soffrire anche nella sua comunità religiosa, nella sua diocesi, ovunque, perché mai mancherà l'opposizione di coloro che si sentono accusati da una vita cristiana radicale. Chi ama la Chiesa avrà talora anche il dovere di contestare atteggiamenti o parole che potrebbero diminuire grandemente la credibilità della Chiesa. 

La stampa cattolica ha recentemente attribuito a un vescovo queste parole: «Un cattolico fedele ubbidirà sempre al suo vescovo anche se sbaglia, perché è un onore sbagliare con la Chiesa». Dobbiamo francamente contestare la identificazione che si fa del vescovo con la Chiesa come tale. Se sbaglia un vescovo che non si comporta come un discepolo umile di Cristo, non sbaglia la Chiesa, ma un uomo della Chiesa che ha bisogno di essere corretto. E se la correzionefraterna porta reazioni spiacevoli, dobbiamo ricordarci della beatitudine promessa a coloro che soffrono a causa della giustizia. Spesso però le nostre sofferenze non sono causate dalla fame e sete di santità, ma sono almeno parzialmente conseguenza dei nostri peccati: del nostro orgoglio, del nostro egoismo personale e collettivo. Ma anche queste sofferenze possono entrare umilmente nella prospettiva delle beatitudini se ci convertiamo totalmente alla nuova giustizia e accettiamo con un nuovo senso di giustizia tutte le sofferenze necessarie al cammino della salvezza. Talora dobbiamo soffrire là dove abbiamo cercato esclusivamente il bene della Chiesa o del proprio istituto e la gloria di Dio. In questi momenti sarà utile ricordarci di aver meritato sofferenze più grandi a causa dei nostri peccati. Questo umile ricordo ci renderà più facile accogliere la sofferenza che ci unisce più intimamente alla missione di Cristo, di soffrire per il regno del Padre. 

Gesù ripropone l'ottava beatitudine indirizzandosi in modo particolare ai suoi discepoli, con tutto il fascino della sua personalità, e ciascuno di noi dovrebbe sentire queste parole come un invito personale: «Beati sarete voi quando vi biasimeranno e perseguiteranno e diranno falsamente ogni male contro di voi, mentendo, per causa mia. Gioite ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti prima di voi» (Mt 5,11-12). Con questo modo diretto Cristo non solo riassume l'ottava beatitudine, ma ogni sua parola, e ci fa consapevoli della sua presenza. Cristo non è un filosofo, non ci chiama a un discorso astratto. Egli comunica la sua beatitudine con una parola diretta a ciascuno di noi e alla comunità dei discepoli. Le sue parole sono la legge pasquale scritta nei nostri cuori per mezzo dei misteri pasquali in cui opera lo Spirito inviatoci da Cristo. 

Se siamo uniti a Cristo servo mite, misericordioso, che ha fame e sete di stabilire la vera giustizia tra gli uomini e di unire tutti nella sua pace, ci sentiremo invitati a seguirlo anche lungo la via della croce. 

Platone scrisse già parecchi secoli prima della venuta di Cristo: «Se venisse l'uomo giusto e perfetto, questo mondo cattivo lo crocifiggerebbe». Cristo è il Giusto, il Santo venuto dal cielo. La sua santità è un'accusa contro chi non vuol convertirsi, e perciò suscita spesso reazioni violente, Cristo è venuto per annunciarci la vera pace e la giustizia e al tempo stesso è il richiamo più forte alla conversione e all'impegno a favore della giustizia. Chi non vuol accogliere questo richiamo, lo perseguita. Se c'impegniamo fino in fondo per la santità, la giustizia e la vera pace, ne pagheremo anche noi il prezzo, come i profeti e Cristo, il grande profeta. Tale prospettiva, però, non sarà causa di prostrazione per chi si accosta a Cristo. Al contrario, seguiamo Cristo con tutto il cuore e sperimenteremo la vera liberazione della gioia pasquale, della pace divina. Chi crede nel mistero pasquale e dice un sì fermo alla croce, potrà rendere una testimonianza gioiosa anche in mezzo alle difficoltà. Liberati dalle frustrazioni inutili che vengono dall'egoismo, possiamo affrontare le difficoltà e le lotte inevitabili, che ci attendono quando resistiamo con parole e azioni sincere alle ingiustizie e alle ipocrisie che, purtroppo, regnano talora anche nei nostri ambienti. Ci ricorderemo sempre dei nostri ambienti. Ci ricorderemo sempre più che questa morale non è una imposizione, non è un imperativo duro, ma la nobile chiamata scritta nei nostri cuori, in quanto siamo configurati a Cristo che ci offre la gioia, la pace, un cuore purificato, uno spirito nuovo, l'esperienza della sua presenza. Possiamo dunque affrontare senza angoscia le difficoltà della vita. È normale per i discepoli di Cristo essere contraddetti proprio quando cominciano a vivere seriamente il Vangelo delle beatitudini. E guai ai religiosi se gli uomini della cultura consumistica e superficiale non li considerano una sfida! La vita di ogni cristiano, ma soprattutto quella delle comunità religiose, dovrebbe sempre essere un richiamo alla conversione per coloro che alla conversione non sono disposti. Non dobbiamo però provocare opposizione con un modo strano di vivere, con alienazioni. Solo una vita autenticamente evangelica può continuare la missione profetica di Cristo, di cui Simeone dice: «Ecco, egli è posto a rovina e risurrezione di molti in Israele e quale segno di contraddizione. Così saranno svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35). 

I cristiani vogliono vivere in amicizia con tutti gli uomini; perciò accolgono tutto quello che è buono e si adattano a tutte le cose indifferenti. Ma non dovranno avere paura di essere contraddetti perché vivono il Vangelo in modo esemplare. «Chi potrà farci del male se voi siete zelanti per il bene? Ma se anche doveste soffrire a causa dell'ingiustizia, beati voi. Non abbiate timore di loro, non lasciatevi turbare, ma adorate Cristo quale Signore nei vostri cuori, sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi» (1Pt 3,13-14). 

A questo riguardo si rivela efficace venerare i santi, leggere le loro vite, per considerare come essi in mezzo alle contraddizioni hanno potuto comunicare la gioia del Vangelo a tanti uomini. Anche i santi erano molto sensibili e hanno sofferto nell'intimo del loro spirito, ma mai con frustrazione degradante, mai con rancore o risentimento. Uniti a Cristo morto e risorto, nella gioia del Signore trovarono la forza di essere testimoni sinceri, di unirsi a tutti gli uomini di buona volontà per la giustizia e la pace, ma anche di rendere una testimonianza scottante con la loro vita e dire una parola profetica nella resistenza contro un mondo tenebroso, bugiardo e ingiusto. 



martedì 11 marzo 2025

Beati gli affamati, i misericodiosi

 beati quelli che hanno fame e sete di giustizia 

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati. Accostiamoci a Cristo che, guardando le folle oppresse e sfruttate, manifesta la sua fame e sete di giustizia. Non solo sul monte della beatitudine, ma anche sulla croce egli non anela ad altro che a vedere onorato e glorificato il Padre celeste da una società divenuta veramente fraterna e giusta. Fin dall'inizio Cristo ha consacrato tutta la sua vita a questo fine: che il mondo risponda a quella giustizia che Dio Padre manifesta in lui, e lo onori in modo degno. Agli occhi di Cristo non sono sufficienti i vari sacrifici rituali, e a Dio egli offre se stesso, perché la terra ridiventi giusta. 

Di quale giustizia si tratta? Cristo parla della nuova giustizia che viene dal cielo, la giustizia di Dio Padre, amore onnipotente, che avendo creato l'uomo, non può abbandonarlo nella miseria del peccato. Non c'è un titolo di merito da parte dell'uomo per essere riconciliato e reintrodotto all'onore di figlio dopo aver peccato. Ma Dio Padre, per il suo nome, per la sua santità, non abbandona la sua creatura. Tutta la vita di Gesù è manifestazione di questa giustizia misericordiosa. Gesù Cristo, vero uomo e vero nostro fratello, ha ricevuto dal Padre il dono più alto: la figliolanza divina. La sua natura umana è, in modo unico, unita al Verbo eterno, alla persona del Figlio unigenito del Padre. Questo dono, essendogli stato conferito in vista della redenzione del mondo intero, lo obbliga nel senso della nuova giustizia. Perciò ha fame e sete di dare se stesso a

servizio del genere umano. Egli esprime questa nuova giustizia già nel battesimo che riceve insieme con le folle nel Giordano (cf. Lc 3,21). Giovanni il Battista si meraviglia quando Gesù viene da lui per essere battezzato con i peccatori. Ma Gesù risponde: «Lascia fare, ora, perché è conveniente per noi compiere così ogni giustizia» (Mt 5,15). Nel Vangelo di Matteo come nelle Lettere di san Paolo, la parola giustizia ha un senso estremamente profondo che diventa evidente proprio quando Gesù considera il suo battesimo nella prospettiva dell'esigenza di giustizia. La giustizia di cui parla, è quella del Padre e del Figlio e quella del fratello di tutti. Il battesimo nel Giordano lo introduce al battesimo del sangue che riceverà sulla croce. Il sangue della nuova ed eterna alleanza è l'espressione, la più forte e più evidente, della giustizia fraterna. Anche noi battezzati con Cristo, non possiamo più vivere per noi stessi, ma dobbiamo vivere la solidarietà dei redenti: è l'unico cammino che ci libera dalla solidarietà di peccato e di perdizione. Gesù ha veramente fame e sete finché sia compiuta questa suprema manifestazione della giustizia, espressione di fratellanza, ad onore di Dio Padre che vuol vedere uniti tutti gli uomini nella stessa solidarietà manifestata dal suo Figlio. Gesù continua ad aver fame e sete di vedere confermata la nuova giustizia nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nella nostra società, nei rapporti tra le nazioni, ma soprattutto nella sua Chiesa, perché diventi segno visibile ed efficace di questa nuova giustizia. 

La discepola più fedele di Cristo, sua immagine autentica, Maria, canta nel Magnificat e manifesta in tutta la sua vita la stessa beatitudine: «Ha saziato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1,53). Certe apparizioni in cui vengono attribuiti alla Vergine solo delle lamentele sulla immodestia della moda, non meritano di essere credute. Maria, come Gesù, ha soprattutto fame e sete di vedere realizzata la giustizia fraterna tra gli uomini. Perciò, con gesto di misericordia, avverte i ricchi e i potenti che saranno rimandati a mani vuote se non si aprono alla giustizia, ai bisogni degli oppressi e dei poveri, al diritto di ogni uomo ad essere rispettato, onorato. Giustamente Paolo VI ha sottolineato come Maria si presenti nel Magnificat, e perciò in tutta la sua vita, quale patrona della giustizia sociale, smascherando la miseria di coloro che vogliono dominare sugli altri. Nessuna devozione di tipo sentimentale verso la beatissima Vergine potrà salvarci, se non ci poniamo con lei alla scuola di Cristo, imparando ad aver fame e sete di giustizia. Chi conosce Cristo in questa fame e sete non metterà l'accento sul ritualismo, non cercherà centinaia di peccati mortali a causa di vesti, cose e pietre sacre, non farà litigio per particolari marginali, ma s'impegnerà, insieme ai fratelli e alle sorelle, per la giustizia nella Chiesa e nel mondo. 

Dal mondo peccaminoso la giustizia viene presentata come rispetto dei privilegi e dei cosiddetti diritti dei potenti, dei forti, dei ricchi. La giustizia che viene dal cielo con Cristo Gesù, dà tutto in favore dei deboli, degli affamati, degli emarginati, dei poveri, degli sfruttati. E questa giustizia oggi ci impegna particolarmente a fare di tutto per proteggere la vita dei bambini non ancora nati. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che basti a questo fine una legge penale dello Stato, benché siano necessarie diverse leggi, soprattutto quelle che rimuovono le cause dell'aborto, e anche sanzioni legali per chi promuove l'aborto e sfrutta la debolezza umana. Lo Stato si avvilisce quando vien meno al suo compito di proteggere i più deboli. Ma non possiamo immaginare che lo Stato sia in grado di operare in questo senso se non c'è un'élite religiosa e sociale che s'impegni fino in fondo per il diritto alla vita e allo sviluppo di ogni essere umano. Dovremmo, come credenti, fare tanto di più: ad esempio, nutrire per le ragazze madri un profondo rispetto e una fraterna solidarietà. Non si dica che non lo meritano. Noi tutti viviamo e speriamo la salvezza eterna solo perché Dio ci viene incontro e ci onora come suoi figli. Certo, non si sta ad approvare i rapporti sessuali extramatrimoniali, ma si deve stimare chi, malgrado la fragilità umana, dimostra un senso di responsabilità e prende su di sé le conseguenze della sua azione. Chi dimostra disprezzo per le ragazze madri e discrimina i figli cosiddetti illegittimi, diventa, con tale atteggiamento, una vera tentazione per molti ad abortire. Dopo una conferenza contro l'aborto, a Detroit, negli Stati Uniti, mi trattenni a parlare con una signora, assistente sociale, la quale durante la discussione aveva detto pubblicamente che spesso doveva consigliare i poveri ad abortire. Mentre parlavo con lei si avvicinarono due signori, uno dei quali sacerdote, che diedero il proprio indirizzo e numero telefonico alla signora, dicendo: Se in avvenire troverà qualche donna incinta che pensa di essere costretta dall'indigenza ad abortire, mi chiami: prenderò su di me tutta la responsabilità di quella creatura innocente che ha pur sempre diritto non solo alla vita, ma anche all'accoglienza e all'amore. Mi pare che questo sia segno di vera fame e sete di giustizia. La giustificazione e la santificazione ricevute come dono gratuito di Dio ci obbligano in giustizia ad onorare Dio come Dio e come Padre. Ebbene non possiamo onorare il Padre onnipotente senza dare rispetto, amore e stima al prossimo. 

Spesso, parlando di giustizia, si pensa solo alla giusta retribuzione dei beni materiali, dei diritti e privilegi sociali. Questi aspetti sono certamente inclusi; ma il primo diritto che ha l'uomo, è quello all'amore, al rispetto, alla sua identità e unicità, ad un suo inserimento nella comunità fraterna. Ogni atteggiamento e comportamento che considera l'altro solo come un'estensione del proprio io e come un mezzo alla propria autorealizzazione, agisce ingiustamente contro l'altro e contro se stesso. Noi possiamo essere una vera immagine di Dio e scoprire il nostro vero nome, solo se rispettiamo l'altro come l'altro. Il banco di prova sarà il nostro atteggiamento verso quelli che possono offrirci soltanto il loro volto e i loro bisogni. Nutriremo dunque un amore fattivo e un particolare impegno per gli emarginati. È illusione pensare che i problemi possono essere risolti dallo Stato solo mediante sanzioni e punizioni esemplari. Se a volte sono necessarie anche delle sanzioni, certamente più importanti sono un nuovo clima sociale, un miglioramento delle abitazioni, dell'ambiente, della legislazione sociale; la promozione delle classi più sprovvedute e soprattutto la possibilità di un lavoro decente per tutti coloro che vogliono lavorare. Chi poi va sottomesso a sanzioni legali, conserva il diritto di poter riacquistare dignità, equilibrio, ed essere inserito nella società. A questo riguardo potremo forse fare qualche cosa di più. Qualche tempo fa incontrai un gruppo di religiose negli Stati Uniti e tra loro una che avevo conosciuto come madre generale. Con un sorriso ella mi disse: «Padre, dove ci cercherà?». E poiché non capivo la domanda, aggiunse: «Durante il Concilio le avevo posto una domanda: «Dove si troveranno i religiosi del futuro?». E lei rispose, fra l'altro: «Si troveranno nelle carceri per guarire e aiutare questa povera gente emarginata». Ed ecco, dopo un addestramento come assistenti sociali, ci troviamo là, per aiutare le nostre sorelle, le più povere». Beati noi credenti se siamo veramente affamati del desiderio che si realizzi sulla terra la giustizia verso Dio, Padre comune di tutti, nella preghiera e nella lode, ma anche per mezzo della vera giustizia sociale. È compito dei religiosi e delle religiose far capire a tutti gli uomini che non possiamo sperare la giustizia infraumana se non onorando Dio come Dio, se non siamo giusti nei confronti di chi merita tutto il nostro amore. Non saremmo credenti e non potremmo essere sale della terra e luce del mondo se non fossimo convinti che Dio è il primo a meritare l'adorazione, l'amore e il santo timore. Ma nello stesso tempo è impensabile per un credente separare l'aspetto verticale da quello orizzontale. Ciò che può convincere il mondo di oggi è soltanto la sintesi fra giustizia verso Dio, che si esprime nella lode, nel ringraziamento, nell'amore filiale e che al tempo stesso porta frutto nella giustizia e nella carità fraterna. Cuore e centro della nuova giustizia portataci da Cristo è la riconoscenza. Tutto ciò che possediamo, compreso il dono più alto, l'amicizia con Dio e l'onore di essere suoi figli, ci obbliga prima di tutto alla riconoscenza e alla gratitudine verso Dio. Solo coloro che rendono grazie sempre e dovunque, sanno apprezzare il dono di Dio e seguire Cristo nella sua fame e sete di giustizia. Trovandomi una volta dinanzi a due famiglie in gravi necessità, mi recai da un cattolico praticante, molto ricco, per chiedergli un valido aiuto in loro favore. Mi rispose: «Non saprei perché dare questo aiuto. Io non ho mai ricevuto niente da nessuno». Gli dissi allora: «Mi perdoni se le manifesto con tutta sincerità i miei sentimenti: è lei il più povero e infelice, perché non ha mai pensato che tutto ciò che possiede, è dono dell'unico Padre celeste, e perciò non potrà mai gioire delle sue ricchezze. Inoltre lei è anche cieco, perché non vede che le sue ricchezze sono il risultato del lavoro di tante persone che forse non sono state giustamente retribuite». Essendo un credente, egli accettò la mia correzione fraterna e venne generosamente incontro ai bisogni delle due famiglie. Beato chi sa trasformare tutti i doni dell'unico Padre celeste in manifestazione di giustizia e carità fraterna. Chi è veramente formato dall'Eucarestia, dall'azione di grazie per tutto quello che Gesù, nostro fratello, ha fatto per noi, sarà sensibilissimo verso i bisogni degli altri. La nostra fede è fonte d'incessante conversione ai più poveri, perché ci fa consapevoli di essere figli dell'unico Padre celeste, di essere stati tutti redenti nell'unico sangue di Cristo, di aver tutti ricevuto lo stesso Spirito, dono d'amore tra il Padre e il Figlio che ci arricchisce con i suoi doni e ci fa gioire per essi, nella giustizia e nella carità fraterna. In questo modo, proprio nella conversione alla giustizia, esprimeremo autenticamente la nostra fede «nella comunione dei santi e nella vita del mondo che verrà». La fede che celebriamo giorno per giorno nell'Eucarestia non ci deluderà se ora, sulla terra, ciascuno nel suo campo, c'impegneremo per la giustizia insegnataci da Cristo. Ma ci sia chiaro che essa esclude gli atti di violenza e l'odio, perché la nuova giustizia scaturisce dall'amore non violento di Cristo. Sarebbe infine un errore disastroso pensare che l'accento posto sulla giustizia e sull'impegno per la pace sociale, politica, internazionale, sia un motivo per sottovalutare la vita religiosa. Solo se si approfondisce in noi la consapevolezza della nostra unione con Dio si rafforzerà anche la nostra solidarietà con i nostri fratelli. E non dobbiamo limitare la fame e sete di giustizia ai soli beni terreni. Abbiamo ricevuto come dono supremo la fede, e proprio la gratitudine per essa ci obbliga a comunicarla agli altri uomini per mezzo della testimonianza di vita e di parola.


beati i misericordiosi

Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia. Questa beatitudine va vista alla luce di quella precedente. Non si può parlare biblicamente della giustizia senza ricordarsi della misericordia. L'immagine di Dio che la rivelazione ci presenta è quella del Dio santo e nello stesso tempo misericordioso. Seguendo la tradizione profetica anteriore, Maria nel Magnificat e nella testimonianza della sua vita canta così: «Santo è il suo nome e la sua misericordia si estende di generazione in generazione per quelli che lo temono» (Lc 1,49-50). Dio è giusto verso se stesso e il suo santo Nome, manifestandosi misericordioso verso le sue creature, anche verso i peccatori. 

L'immagine di Dio di Aristotile e dell'etica stoica era la immagine di un Dio immobile, un Dio senza misericordia perché per loro la compassione e la misericordia non sembravano compatibili con la perfezione assoluta della causa suprema. Ma Iddio che si rivela per mezzo dei profeti, e finalmente e perfettamente in Gesù Cristo, si manifesta santo proprio nella sua misericordia. Così parla Dio per mezzo del profeta Osea: «Come ti posso abbandonare, o Efraim? Come ti posso affidare ad altri, o Israele? Il mio cuore mi si rivolta contro e si agitano le mie viscere. Non agirò secondo l'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non un uomo; io sono santo in mezzo a te e non vado in furore » (Os 11,8-9). 

Come tutte le beatitudini, anche questa si riferisce innanzi tutto e soprattutto a Cristo il quale non solo ne parla, ma la vive e la comunica, egli che è il grande sacramento della misericordia. Chi vede Cristo vede la misericordia di Dio Padre. E chi conosce Cristo e per mezzo di lui il Padre, conosce il cammino della salvezza: quello della compassione e della misericordia. Tutta la vita di Gesù, e in modo particolare la sua morte, è rivelazione dell'amore misericordioso di Dio. Tutti gl'incontri di Gesù sono segnati da una misericordia che rinnova il cuore del povero peccatore. Basta pensare al suo incontro con Maria Maddalena che gli lava con le lacrime i piedi; all'incontro con la donna samaritana o con la donna adultera, condotta dinanzi a lui perché la condanni. L'ultimo atto della storia terrena di Gesù è la piena rivelazione della misericordia di Dio Padre. Gesù non solo consola sua madre e il discepolo diletto, ma prega anche per quelli che lo crocifiggono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). E con la stessa misericordia promette al ladro pentito: «Oggi sarai con me in Paradiso» (Lc 23,43). Nella sua sofferenza immensa non pensa a sé quanto a coloro che lo fanno soffrire. Egli chiama Giuda «amico», e certo non sarcasticamente, quando il discepolo lo bacia per tradirlo. Anche allora desidera soltanto salvare colui che aveva scelto come discepolo e amico. Con uguale misericordia volge il suo sguardo a Pietro, dopo che questi lo ha rinnegato per tre volte, perché non disperi. E così Gesù può dirci con tutta la sua persona e con il suo esempio, in vita e in morte: «Siate dunque misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli» (Lc 6,36). 

Ascoltando le beatitudini proclamate nella Chiesa, accostiamoci a Cristo Risorto: la sua gloria è dovuta anche alla misericordia che ha manifestato e con cui ha rivelato il nome del Padre celeste. Colei che è più vicino a Cristo, Maria santissima, noi la chiamiamo con la Chiesa «madre di misericordia», e la possiamo onorare e invocare fiduciosamente nella misura in cui anche noi diventiamo immagine visibile di Dio misericordioso. Maria è il prototipo della Chiesa, che è sacramento di salvezza in quanto fa visibile e sperimentabile la misericordia di Cristo e del Padre celeste. I religiosi sono parte eletta della Chiesa in quanto sono testimoni forti e perseveranti di questa misericordia. Dio ci giustifica per pura grazia. La salvezza è atto di giustizia misericordiosa di Dio; ma è anche legata alla nostra risposta. L'ultimo giudizio sarà il canto di Cristo per i beati: «Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34). E saranno esclusi dal regno della beatitudine tutti coloro che hanno indurito il cuore e si sono fatti rigidi e intransigenti nei confronti dei loro fratelli. Nel regno della beatitudine eterna c'introdurranno le opere di misericordia come risposta, riconoscente e dovuta, alla misericordia di Dio Padre che si è manifestato in Gesù Cristo e che continua a manifestarsi in tutte le sue opere, soprattutto per mezzo della testimonianza dei santi. 

Le opere di misericordia non hanno un aspetto soltanto individuale, ma anche e soprattutto un significato e una dimensione sociale. La Chiesa esercita come comunità le opere assistenziali. Essa costruisce e sostiene ospedali là dove la società organizzata non lo può fare. Pone in atto aiuti sistematici a favore di zone devastate dalla fame, e compie molte altre opere. Non potrebbe tuttavia continuare questa azione grandiosa senza la presenza dei religiosi. Così proprio la beatitudine dei misericordiosi ci ispira la ansia di suscitare nuove vocazioni e di vivere fedelmente il nostro impegno religioso. Non si tratta soltanto di un'opera di misericordia corporale, ma sempre e al tempo stesso di misericordia spirituale. 

Ogni persona e comunità religiosa ha un suo carisma, un carisma che fa esercitare in modo particolare l'una o l'altra delle opere di misericordia. Ad esempio, consolare gli afflitti. Tante persone sono sole, poco apprezzate. Nessuno le vuole ascoltare. Noi siamo tra i beati se le ascoltiamo pazientemente. Ho sentito dire che le suore anziane di una congregazione religiosa, dopo aver ricevuto una particolare preparazione, sono ritornate alle comunità piccole, e ogni giorno visitano due-tre persone anziane e sole per pregare con loro, per aiutarle a dare un significato alla loro solitudine e povertà. Molti potrebbero visitare un carcerato, soprattutto i carcerati giovani che non hanno i familiari e che non sono visitati dai loro amici. Ma possiamo fare ancora di più se sappiamo influire sull'opinione pubblica perché lo Stato riveda il sistema correzionale. 

La misericordia ci obbliga a far pressione sull'opinione pubblica e sui governi delle nazioni perché diano un aiuto più generoso alle nazioni poverissime. Se i nostri cuori sono veramente ripieni della misericordia di Cristo, troveremo nuove opportunità per testimoniare la sua misericordia. Dio ci ama prima che noi possiamo amarlo. 

Noi siamo tra i beati se sopportiamo pazientemente le persone difficili e complessate, se amiamo quelle che non sono ancora capaci di essere riconoscenti perché non hanno ricevuto ancora amore sufficiente. Dio manifesta la sua misericordia per la nostra salvezza perdonando i nostri peccati. È quindi essenziale per noi perdonare generosamente chi ci offende e si oppone, per meritare di essere figli di Dio. A tale riguardo ogni religioso, come ogni comunità religiosa, dev'essere una testimonianza eccellente. Altrimenti non saremmo più sale della terra. Una delle opere meno stimate è oggi la correzione fraterna; infatti molte volte affermiamo di non averne bisogno, ritenendoci adulti e maturi. Eppure quest'opera è tra le più eccellenti. San Paolo la raccomanda e la fa espressione autentica della «legge di Cristo » (Gal 6,2). Al pensiero che anche noi potremmo avere bisogno dello aiuto di chi ci possa riscattare dal peccato, offriremo questo servizio ogni volta che c'è speranza di essere ascoltati. Se non è più accettabile il tradizionale capitolo delle colpe, dobbiamo almeno ritrovare il senso dell'incoraggiamento fraterno. Questo è innanzi tutto obbligo dei superiori, ma non solo di essi: in quest'opera di misericordia noi esprimiamo la nostra solidarietà di salvezza. Siamo degl'ingrati se non ci aiutiamo nei momenti difficili e pericolosi. Ma solo se apprezziamo volentieri le buone qualità degli altri, possiamo sperare di ottenere un buon effetto dalla correzione fraterna. 

Spesso sento dire da persone religiose di avere molta paura della morte. Non c'è miglior modo di liberarsi radicalmente da tale paura che vivere pienamente e sempre la beatitudine proclamata per i misericordiosi. Se la misericordia diventa l'impegno fondamentale della nostra vita, del nostro modo di pensare, parlare e agire, potremo incontrare Cristo nell'ora della nostra morte con una fiducia assoluta, perché godremo misericordia.

B. Haering



lunedì 10 marzo 2025

Beati i poveri, miti ed aflitti

 beati i poveri di spirito

Beati i poveri di spirito perche di essi e il regno dei cieli. 

Davanti a noi sta Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, che si è fatto il più piccolo fra tutti e perciò, anche nella sua natura umana, è il più grande nel regno dei cieli. Gesù, che si è fatto povero per farci ricchi, esulta nello Spirito santo e dice: «Ti glorifico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché le cose che rimangono nascoste ai saggi e ai prudenti tu le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così piacque a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio, e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Lc 10,21-22). 

Questa è l'economia divina: che Cristo renda partecipi della sua conoscenza esistenziale del Padre tutti quelli che lo seguono nella sua umiltà, nella sua vocazione di servo di Dio e servo degli uomini. Maria e Giuseppe rappresentano gli umili, gli anawîm del paese che aspettano il Messia come servo che riscatta i poveri e gli oppressi. Essi saranno beati se verrà il regno di Dio nella persona di Cristo servo. 

Quando Gesù parla la prima volta pubblicamente nella sinagoga di Nazaret, cita egli stesso il grande cantico del servo del Deuteroisaia: « Lo spirito del Signore è sopra di me, perché egli mi ha unto. Mi ha mandato a evangelizzare i poveri, ad annunziare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimandare gli oppressi in libertà e a proclamare un anno di grazia del Signore ». E Gesù dice chiaramente ai suoi ascoltatori: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete udita poco fa con i vostri orecchi » (Le 4,18- 21). Soprattutto quelli che sono generosi verso i poveri riconosceranno Cristo. «Voi conoscete bene la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, il quale si è fatto povero per voi, essendo ricco, per arricchire voi con la sua povertà » (2Cor 8. 9). Questa parola così entusiasta di Paolo apostolo ci insegna che Cristo è venuto per arricchirci non con beni materiali, ma con la sua povertà. Se lo imitiamo, in quanto servo umile e povero, prenderemo parte al suo regno con tutte le benedizioni che ne seguono. Cristo vive e può vivere l'esistenza del servo povero, perché è unto dallo Spirito, ripieno della gioia e della beatitudine; e come servo trova la sua felicità nell'aiutare il povero, nel liberare l'oppresso, nel guarire il malato. Cristo che si è fatto povero non cerca la sua gloria e la sua volontà. Non proclama il suo regno, ma quello del Padre, Perciò il Padre lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è sopra ogni nome. Egli si chiama Signore, anche in vista del la sua scelta di farsi servo di tutti, soprattutto dei poveri e degli oppressi. Se Cristo non si fosse fatto umile servo, per noi sarebbe impossibile la nuova beatitudine: «Beati i poveri di spirito». 

Cristo si è consacrato a servizio della moltitudine, perché anche noi fossimo consacrati in verità. La consacrazione ci viene dallo Spirito santo. La Chiesa continua l'evento di Pentecoste, in quanto assimilata con Maria, umile ancella, a Cristo servo. Solo per mezzo dello Spirito santo possiamo intuire la via della beatitudine percorsa da Cristo servo. Lo Spirito santo rinnova e vivifica l'animo dei discepoli facendo sentire la ricchezza e la gioia del Vangelo. Nella potenza dello Spirito santo Cristo ci ha liberati dalla schiavitù collettiva del peccato, dalle strutture soffocanti che si moltiplicano senza sosta a causa dell'orgoglio individuale e collettivo. 

Nella misura in cui ci affidiamo totalmente a Cristo e lo seguiamo proprio in quanto servo, saremo anche noi liberati da ogni desiderio di dominare e di possedere. Cristo riceve tutto quello che è e possiede come dono del Padre; lo riceve con spirito di gioia e di riconoscenza, e lo comunica a noi suoi fratelli. Per poter vivere con i poveri, per i poveri e uniti a Cristo dobbiamo accogliere con riconoscenza il dono dello Spirito santo che ci libererà dalla tristezza e dalla superficialità. Nella misura in cui afferriamo la gioia del Vangelo, possiamo vivere umilmente e dedicarci al servizio della moltitudine, soprattutto dei più poveri. Solo chi si impegna a vivere sotto la guida dello Spirito santo sarà trasformato ed esprimerà in tutta la sua vita la gratitudine. E così l'uomo spirituale, l'uomo eucaristico considera tutto dono dell'unico Padre, in vista di tutti. Il discepolo di Cristo può gioire di tutto quanto ha ricevuto perché non lo ritiene egoisticamente per sé, ma lo considera come missione: l'impegno di comunicare insieme alla gioia del Signore anche i suoi doni. L'uomo spirituale è gioioso nel Vangelo, non considera le sue capacità e i beni terreni come un privilegio da custodire gelosamente per se stesso. Al contrario, egli troverà la vera beatitudine nel comunicare i doni di Dio, nel trasformarli in quello che lui vuole, cioè in legami e manifestazioni di giustizia e carità fraterne. Chi vive sotto la guida dello Spirito santo è riconoscente per tutti i doni di Dio; non avrà bisogno di troppe cose; potrà vivere esemplarmente la semplicità e la modestia e gioire anche nelle situazioni di povertà. Questo non esclude il suo diritto di gioire anche quando si trova ben provveduto di tutto ciò che è necessario per una vita veramente umana. 

Spesso è stato dichiarato dalla Chiesa che le beatitudini, anzi tutto il Discorso della montagna, hanno anche un lato sociale. Lo ha proclamato Benedetto XV dopo la prima guerra mondiale e lo ha applicato non solo alla vita sociale in genere, ma anche alla vita politica. Chiediamoci allora che cosa può dirci la prima beatitudine in prospettiva politico-sociale. 

Ogni persona, che vive con convinzione e con gioia la prima beatitudine, è un segno del regno irradia e ispira speranza e incoraggiamento. Là dove il regno di Dio è accolto con gioia e gratitudine nessuno più sfrutterà il povero, l'handicappato o emarginato; nessuno più cederà all'egoismo collettivo. Finiranno l'oppressione, l'ingiustizia, il razzismo là dove è veramen- te accolto il grande dono, la ricchezza infinita del Regno. La beatitudine portataci da Cristo, umile servo, per mezzo della sua passione e morte, è un conforto per i poveri e gli oppressi, anche là dove non sono ancora convertiti gli oppressori e i ricchi. Sono certamente beati e segno della grazia potente di Dio i sofferenti e i poveri che vivono la pace interiore, sviluppando la propria personalità, la bontà, la comprensione in mezzo alla miseria e alla sofferenza: perché sono beati quelli che portano la croce con Cristo. Essi saranno una sorgente di grazia per tutti e un appello urgente ai ricchi perché si convertano. Ma non possiamo fermarci a questa riflessione. La prima beatitudine non è un calmante che spinge i poveri a rassegnarsi nelle situazioni ingiuste. I poveri sono evangelizzati efficacemente solo da comunità di credenti che cercano sinceramente la giustizia e la pace sociale. Il regno di Dio comporta che l'uomo si lasci guidare dai doni di Dio. Per ciò chi ha ricevuto cinque talenti, li impiegherà tutti a servizio del bene comune. Coloro che si lasciano guidare dalla gratitudine si uniranno nello sforzo continuo di creare condizioni di vita e strutture giuridiche, sociali, culturali, economiche, internazionali che onorino Dio e il suo Regno. Far buon uso della grazia di Dio, di tutte le nostre capacità e dei beni terreni significa sempre servire il prossimo. Ma occorre anche un impegno esplicito e diretto a pro- muovere la giustizia sociale, per poter vivere pienamente per sé e per gli altri la prima beatitudine. Sono quindi beati i poveri dovunque la venuta del regno di Dio si annuncia per mezzo di quelli che seguono Cristo servo e povero, predicando così efficacemente il Vangelo con la sua giustizia e la sua pace. Sono beati anche i ricchi quando si convertono effettivamente al Vangelo e acquistano uno spirito di povertà e di servizio. 

Già nel secondo secolo un grande teologo, Clemente Alessandrino, pose la questione in un libro: «Quale ricco può essere salvato?». 

Non si chiedeva se anche il ricco possa essere salvato, perché certamente il regno di Dio è offerto a tutti, anche ai ricchi. Chiedeva invece quale ricco concretamente è salvato. La risposta è chiara: «Solo il ricco che accetta il regno di Dio considerando tutto ciò che possiede, comprese le sue capacità e la sua formazione professionale, come beni affidati dal Padre comune per il bene di tutti i fratelli. In un certo senso i religiosi sono dei benestanti. La comunità garantisce effettivamente la sicurezza. Anche il popolo cristiano è sempre disposto a venire in loro soccorso se si trovano nella necessità. Siamo ricchi noi religiosi soprattutto in vista della nostra vocazione. Abbiamo il tempo per meditare il Vangelo, per vivere felici alla presenza di Cristo. Ma solo se tutta questa ricchezza spirituale diventa servizio a favore dei più poveri, di quelli cioè che non conoscono ancora il Signore, possiamo gioire della beatitudine promessa da Cristo povero a coloro che si fanno servi degli altri. Così la prima beatitudine significa riconciliazione nella diversità dei doni dati per la giustizia, nella concordia e nella fraternità. La beatitudine dei poveri non è una fra tante; è la prima e il fondamento di tutte le altre beatitudini. 


beati i miti

Beati i miti perché erediteranno la terra.

 Accostiamoci a Cristo che ci insegna la dolcezza, la pazienza, l'impegno non violento a favore delle folle. Se conosciamo Cristo nella sua amabilità e se ci lasciamo trasformare da lui, sarà una benedizione per tutta la terra. Ricordiamo subito che il mite beato è Cristo stesso. Egli porta in sé la gioia infinita del Padre nello Spirito santo ed è venuto sulla terra proprio per riguadagnarla all'amore diDio Padre per mezzo della sua tenerezza. Possiamo chiamare Cristo la tenerezza incarnata. Egii ci invita ad accostarci a lui: «Venite a me voi tutti che sietestanchi e affaticati ed io vi ristorerò. Imparate da me chesono mite e umile di cuore e troverete riposo alle animevostre» (Mt 11,28-29). Cristo non è venuto per sottomettere a sé la terra per mezzodella spada. Egli non ha bisogno e nemmeno è tentato difar uso di qualunque forma di manipolazione. La sua pedagogia è dialogica, liberante, perché paziente e gentile. Il suo amore fa appello al cuore e all'intelligenza dell'uomoper suscitare un'autentica convinzione della coscienza. Così I'uomo che sperimenta la forza d'attrattiva del suo amore, potrà dare il proprio consenso, il più libero e il piùgioioso. I Vangeli testimoniano abbondantemente la squisitezza dianimo e la pazienza infinita di Gesù. Guardiamo con quanto amore e comprensione accoglie Maria Maddalena che era una peccatrice ben conosciuta come tale in tutta la città. 

Il servo di Dio per mezzo del suo delicato amore le restituisce l'immagine di Dio, trasformandola in una nuova persona e le ridà la dignità di figlia di Dio; perciò essa, attratta da un tale amore, lo amerà molto. Malgrado tutta la loro rozzezza e incomprensione, Gesù si mostra sempre estremamente tollerante e cortese con i suoi apostoli. Quando Giuda viene per tradirlo con un bacio egli si esprime ancora una volta con l'energia divina e umana della sua amabilità, chiamandolo amico. Proprio la sua pazienza e la sua gentilezza dinanzi alla stoltezza e ingratitudine di tanti uomini, anche degli stessi suoi discepoli, (anche la nostra) costituiscono un grande miracolo, che ci svela l'eterna gioia e beatitudine di Cristo e la forza del suo amore misericordioso. Noi saremo beati se ci accostiamo a Cristo, se viviamo sotto lo sguardo dei suoi occhi colmi d'amore per noi. Se rendiamo grazie sempre e dovunque per la soavità di Cristo, sperimentata, si cambierà il nostro cuore e lo Spirito santo, che rinnova il volto della terra, ci darà parte di questa grande virtù di Cristo umile servo. Nel primo carme del Deuteroisaia Iddio presenta il suo servo prediletto come il modello della mansuetudine: «Non griderà e non farà clamore, non sgriderà la gente in piazza, non spezzerà la canna fessa né spegnerà il lucignolo fumigante» (Is 42,23). 

Stare vicini a Cristo e meditare sulle sue virtù, lodarlo peri suoi doni e il suo tenero amore, è il privilegio che ci è stato dato in vista della moltitudine. Chi sa rimanere accanto a Cristo imparerà gradualmente questa grande virtù e beatitudine che è la prima condizione della nostra attitudine apostolica. La pazienza e la dolcezza però non debbono essere intese come inerzia. Nella tradizione cattolica infatti la dolcezza che sopporta, viene presentata come la parte più nobile della fortezza e sta a indicare la forza insuperabile dell'amore, della benevolenza e del rispetto per gli altri; quella che sa raccogliere tutte le energie del cuore, dell'affetto, dell'intelletto, della volontà e anche delle passioni in un impegno infaticabile a favore del Vangelo. Solo così possiamo attrarre gli uomini all'amore misericordioso di Dio. Quanto potremmo fare per il regno di Dio se per mezzo della mitezza e della pazienza fossimo capaci di evitare tutte le esplosioni d'insofferenza che purtroppo spesso dissipano le migliori energie dell'uomo! Siamo beati quando con la gentilezza e la benevolenza sappiamo convincere gli altri che è venuto il regno di Dio e che Cristo esaltato vuol attrarre tutti al suo cuore. 

Mi sembra che dobbiamo comprendere in questa luce la dichiarazione del Vaticano II sulla libertà religiosa. La Chie sa fa appello a tutti i credenti perché guadagnino la terra a Cristo e alla sua Chiesa mediante la testimonianza di bontà e di gentilezza nello spirito del Vangelo. Quando, in fatti, tutto il nostro modo di sentire e agire è permeato dalla tenerezza evangelica, diventa assurdo pensare all'uso di minacce, discriminazioni, manipolazioni o ricorsi al «braccio secolare». Chi crede veramente in Cristo umile servo e nella potenza dello Spirito santo, mai si permetterà un modo scortese ouna parola sgarbata. Un vecchio proverbio dice: «Amico, hai torto, perché sei scortese». 

A riguardo mi colpì molto una confidenza fattami da un vescovo dell'America Latina durante il Concilio. Nella sua umiltà disse di non ritenersi all'altezza di giudicare le diverse correnti teologiche presenti nel Concilio; perciò seguiva gli uni o gli altri a seconda del grado di mitezza da essi dimostrato. La mitezza è infatti frutto dello Spirito. Confucio dice nei suoi libri sacri: «I quattro doni, i più preziosi che il cielo elargisce al sapiente, sono: la benevolenza, la gentilezza, la giustizia e la prudenza ». In maniera simile al Vangelo, Confucio spiega che la benevolenza e la bontà si manifestano nel saper sempre rispettare gli altri, nel trattarli con assoluta gentilezza e nel trovare sempre dei rapporti di amicizia, nell'intuire volentieri il bene. degli altri. Questo grande pedagogo afferma che la genti del rispetto, per cui non la si può imparare tanto allo specchio o attraverso delle tecniche esterne. Al contrario la gentilezza stessa è lo specchio del cuore. In tali considerazioni Confucio si accostò molto al Cristo. E possiamo pensare che non si limitasse alle sole parole. Ma certo in Cristo troviamo il modello perfetto. Egli, per mezzo della sua mansuetudine vissuta fino alla croce, manifesta la benevolenza del Padre e la sua bontà per guadagnare il genere umano. Lo adoriamo proprio in quanto ci rivela sulla croce una tenerezza senza limiti.

Guardiamo come parla alle donne che piangono sulla sua sofferenza e con quanta dolcezza assicura al ladrone pentito che gli sarà dato un posto in paradiso accanto a lui. Se è vero che tutti, ma particolarmente noi religiosi siamo chiamati alla testimonianza e all'evangelizzazione, è indispensabile e urgente che impariamo questa soavità e mitezza che sole ci permetteranno di portare Cristo ai nostri fratelli e di attrarli al suo Vangelo.

Il Nuovo Testamento insiste spesso sulla necessità della correzione fraterna. Questa però, come ci insegnano Cristo e i suoi apostoli, non dev'essere fatta brontolando e criticando acidamente, perché così ci riveleremo incapaci di esercitare tale grande opera di misericordia spirituale. Non provochiamoci a vicenda. Fratelli, se qualcuno è stato sorpreso in qualche peccato, voi che siete spirituali, correggetelo con spirito di grande dolcezza; e bada a te stesso, perché anche tu puoi cadere in tentazione. Portate il fardello gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo » (Gal 6,1). I grandi santi e dottori della Chiesa sostenevano la tesi che la correzione fraterna dovesse essere considerata, in un certo senso, un sacramento, o meglio una delle espressioni del sacramento della riconciliazione. Non volevano con ciò sminuire l'importanza della confessione, ma precisavano bene le condizioni che permettono alla correzionefraterna di acquistare un senso sacramentale e divenire segno convincente della presenza di Cristo paziente tra di noi. Dev'essere fatta con grande amabilità e accolta conuguale mitezza, e sfociare poi nella preghiera comune aCristo paziente che perdona e attrae a sé tutti i miti e gliumili di cuore. L'importanza della mitezza evangelica per la vita sociale è evidente. I rapporti umani, soprattutto nella vita economica, culturale, sociale, politica e internazionale, sono spesso avvelenati da una critica acida e violenta. E proprio perché manca quella benevolenza e quel rispetto che si manifestano nella gentilezza, spesso si arriva all'uso della violenza. 

I religiosi sono, a questo riguardo, sale della terra, animatori della virtù del discernimento, che è possibile solo nella gentilezza, e danno un grande contributo alla Chiesa e all'umanità perché si purifichino sempre meglio. Fermiamoci su un punto in particolare. Si è già riflettutosull'importanza delle opinioni pubbliche per la salvezza del mondo. Ebbene, se non siamo d'accordo con un programma televisivo, con un articolo di una rivista o di un giornale, non scriviamo una lettera scortese, ma esprimiamo il nostro dissenso con la più grande gentilezza. Abbiamo poi buona speranza di essere ascoltati se frequentemente esprimiamo il nostro apprezzamento per gli sforzibuoni e soprattutto ben riusciti. E se dobbiamo muoveredelle critiche, è molto più efficace farlo con una domandagentile e con argomenti convincenti che non con parole dure. Alcuni anni fa nei momenti dell'esplosione generale dicontestazione, a un religioso abbastanza contaminato da questa tendenza, diedi come penitenza di astenersi durante un anno intero da ogni critica alla sua comunità e alla gerarchia e, in quanto possibile, da ogni critica contro chiunque. Egli si convinse e osservò bene questa penitenza. Dopo alcuni mesi mi disse: «Non ho più bisogno di fare della critica acida, perché ora i confratelli mi ascoltano volentieri». I religiosi in genere non hanno una vocazione politica. Ma essi potrebbero molto influire sulla civiltà e sulla politica come animatori dello spirito di non violenza. Mahatma Gandhi può essere per noi un grande esempio. Giorno per giorno meditò il vangelo della non violenza e lo scopri nelle beatitudini. Ci lasciò questa istruzione: «Non è possibile imparare l'azione non violenta con tecniche psichiche. Anche se uno conosce tutte queste tecniche, la sua attività sarebbe facilmente manipolazione psichica. Invece, se arriviamo a quella profonda e permanente coscienza della nostra unione con Dio che ci unisce a tutti i nostri fratelli, ci sarà possibile l'azione non violentae convincente». 

Cristo è il grande sacramento della bontà di Dio proprio per la sua mitezza; proprio perché si sa unito, nella sua missione, a tutti gli uomini. Perciò dialoga anche con i farisei. Se Cristo usa talora parole forti, non dobbiamo dimenticare che solo a lui compete il giudizio. Il fatto poi che, malgrado questo, egli usi molto raramente parole forti e solo una volta cacci i venditori dal tempio, sarà un motivo in più per imitare sempre la sua gentilezza. La persona che si distingue per queste qualità potrà anche permettersi una volta o due una contestazione, parole chiare e convincerà proprio perché tali parole decise, risolute, sono espresse da una persona gentile. Non c'è posto per noi religiosi tra i guerriglieri. La nostra vita comune e la nostra presenza nel mondo dovranno contribuire all'unirsi degli uomini nell'azione non violenta, mite e paziente per la giustizia e per la vera pace. 


beati gli afflitti

Beati gli afflitti perché saranno consolati.

Nella contrizione e nella compassione verso il prossimo accostiamoci a Cristo, l'afflitto beato, che è consolato dallo Spirito santo. Cristo è l'incarnazione della beatitudine degli afflitti perché si è aflitto e si è lasciato affliggere dalla compassione per noi. Egli ha considerato la miseria dei peccatori e tutta la miseria del genere umano come parte della sua vita e missione. Ha portato la croce: la sua passione è chiamata beata perché è manifestazione della compassione che il Padre celeste ha per noi, una compassione efficace e consolante per quelli che altrimenti sarebbero perduti. Nel Discorso della montagna, Cristo c'invita a seguirlo e ci dà il comandamento nuovo: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). La breve redazione del Discorso della montagna, in Luca, traduce questo invito ponendo l'accento sulla compassione: «Siate dunque pieni di compassione come il Padre vostro celeste» (Lc 6,36). Gesù nella sua compassione è l'immagine della perfezione infinita di Dio Padre. Alla grande preghiera di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», Gesù risponde: «Chi ha veduto me, ha veduto il Padre » (Gv 14,8-9). Questo dice Gesù al momento in cui si prepara a manifestare la compassione e l'amore infinito nella sua beata passione e per mezzo della sua morte. 

Cristo non è venuto a cercare il proprio piacere e la propria gloria, perciò non si affligge mai per motivi di interesse o soddisfazioni personali. La sua afflizione è il supremo segno dell'amore e della compassione del Padre celeste, e della sua completa solidarietà con noi. Quando la compassione e passione di Cristo raggiungono il massimo d'intensità nell'Orto degli ulivi, il Padre invia un angelo perché lo consoli; ciò esprime la dinamica inerente alla compassione di Cristo, che è partecipazione completa tanto alla compassione che alla beatitudine del Padre celeste. La consolazione non è mai venuta meno nel cuore di Cristo, neppure nel drammatico momento della crocifissione, perché mai egli ha cercato la propria volontà, bensì quella del Padre suo. Per questo è stato continuamente certo che il Padre lo avrebbe confortato e glorificato. Il grande esempio di questa beatitudine è il Cristo risorto che ci presenta le mani e il cuore squarciato: testimonianza della sua afflizione, compassione e, insieme, della colazione ricevuta nella glorificazione. Beati saremo anche noi se non ci affliggeremo più per motivi egoistici, ma entreremo con Cristo nella passione e compassione che abbraccia tutti gli uomini. Già da un punto di vista psicologico e sociale, si costata che non possono gioire, nè sperimentare vera consolazione coloro che non sono capaci di soffrire in compassione vera e attiva con gli altri. Il famoso etologo Konrad Lorenz, premio Nobel per i suoi studi sul comportamento sociale degli animali, ma anche grande terapeuta, ha scritto un saggio sugli «Otto peccati mortali della società del nostro tempo»; tra questi ha posto l'incapacità di soffrire per e con gli altri. Coloro che non sanno soffrire mossi dalla compassione, sono anche incapaci della vera gioia, perché non sono psicologicamente possibili una gioia e un conforto autentici che non siano comuni, partecipati. Né si può gioire con gli altri quando non si sa soffrire in profonda compassione, e soffrire là dove è urgente portare una parte del fardello altrui. San Paolo distingue chiaramente l'allizione che configura l’uomo con il mondo frustrato dal peccato, dall'attizione che porta alla salvezza: «La tristezza secondo Dio produce un salutare pentimento che non si rimpiange, perché con duce a salvezza, mentre la tristezza del mondo procura la morte» (2Cor 7,10). Sono molti gli aflitti, i tristi, i frustrati, gli acidi per i quali non vale il «beato» di Cristo, perché essi sono tali a causa del loro egoismo e si ostinano nella ricerca dei propri interessi, del proprio piacere, chiudendosi agli altri. Il pentimento non sarà mai autentico nelle persone che si chiudono totalmente davanti alla miseria e alla sofferenza degli altri. Dobbiamo ben guardare alla qualità delle nostre afflizioni. Non sono rari coloro che non riescono a chiudere occhio quando sono stati contraddetti o non compresi bene da qualcuno, mentre mai sono commossi e insonni dinanzi all'enorme sofferenza delle centinaia di milioni di persone affamate, dei popoli sfruttati e oppressi, degli africani del Sud Africa o della Rodesia. Purtroppo sono numerosi quelli che riescono a dormire tranquilli tra le ricchezze, anche dinanzi alla fame e all'estrema miseria di tanti popoli e classi sociali del mondo. Tutti costoro non sono per nulla beati: saranno sempre delle creature agitate, tristi, incapaci della vera gioia che viene da Dio e porta a Dio, perché si ostinano a rimanere prigionieri del loro egoismo. L'afflizione che manifesta la venuta del regno di Dio, è il dolore profondo per i nostri peccati, è sofferenza per i numerosi peccati del mondo che offendono Dio e aumentano la miseria e l'ingiustizia della società. Ogni peccato ha un aspetto sociale terrificante. Chi fa il male che potrebbe evitare e trascura il bene che potrebbe e dovrebbe fare, aumenta la miseria e la schiavitù del peccato nel mondo. Nella contrizione che porta alla salvezza è ancora più fortemente insito un aspetto sociale. Il cristiano si affligge perché i suoi peccati hanno impoverito il mondo, hanno diminuito la salvezza. Se avesse seguito fedelmente la grazia, egli potrebbe irradiare salvezza, bontà, benevolenza e gioia. Ogni volta che si trascura la grazia si diventa più tristi, nel senso che non si aumenta la beatitudine. E perciò il vero pentimento considera non soltanto la perdita dei meriti, ma anche l'ingiustizia fatta nei riguardi del prossimo. E così in ogni atto autentico di pentimento è presente, almeno inizialmente, non solo l'amore rinnovato verso Dio Padre, ma anche e al tempo stesso, un amore e una giustizia nuovi verso la comunità. Questo aspetto del pentimento e della penitenza si esprime bene nell'attuale rito del sacramento della riconciliazione, soprattutto nelle celebrazioni comunitarie. Non. basta tuttavia seguire le nuove norme; dobbiamo intuire la loro dinamica, la tensione verso una conversione che contiene in sé compassione e slancio per il bene comune. E perciò dobbiamo inserirci in queste celebrazioni con grande fervore. Se insieme ci affliggiamo davanti al Signore, riceveremo anche la grazia più abbondante per un rinnovamento comune. Quanto più solidale è il pentimento, tanto più grandi saranno anche la gioia e la pace comuni. L'afflizione salvifica che contiene questa dimensione solidale, ci unisce a Cristo che ha sofferto per tutti e tutti vuole salvi. Sono beati coloro che dopo ogni atto di peccato ricorrono subito a Dio con profondo dolore per averlo offeso, e con grande fiducia. Così essi non aumentano la miseria del peccato nel proprio cuore e nel mondo. E chi si rattrista davanti a Dio, sarà disposto a umiliarsi anche davanti al fratello al quale ha fatto ingiustizia con il suo peccato. I credenti che camminano nella via delle beatitudini, non si affliggono tanto per aver fatto brutta figura, quanto perché hanno offeso Dio, infinitamente buono, e per aver privato il prossimo della luce che potrebbero procurargli se fossero più uniti a Cristo. 

Papa Giovanni XXIII è vissuto così: è stato l'uomo che ha saputo affliggersi del dolore degli altri e gioire con gli altri, proprio perché ha vissuto e sperimentato anche la fiducia che scaturisce dall'autentico atto di contrizione. Nel suo diario spirituale scrive di aver rinnovato il suo proposito di fare prontamente un atto di dolore con grande fiducia subito dopo ogni difetto, « e poi, Giovanni, avanti come se Gesù ti avesse dato un bacio». Molti buoni propositi risultano inefficaci e preparano il cammino alla perdizione perché chi li ha fatti non vuole mortificare il proprio egoismo, portare la croce e riparare per i propri peccati. Sono inefficaci i propositi che non scaturiscono da quell'afflizione che ci unisce con la beata passione e compassione di Cristo. Saranno beati invece coloro che hanno il coraggio di rinunciare a tutto ciò che ostacola il cammino verso l'intima amicizia con Dio e la unità fraterna che onora Dio Padre onnipotente. Infatti l'afflizione inerente alla negazione di se stessi e al distacco, porta già la vicinanza del Signore e la gioia della sua amicizia. Sono beati gli afflitti da ogni tipo di sofferenza là dove il regno di Dio è accolto, perché non mancheranno mai un fratello o una sorella credenti che avranno per essi vera compassione e si prodigheranno per confortarli e far superare le cause delle loro afflizioni. Se siamo veramente credenti e seguiamo Cristo sulla montagna della beatitudine, non vivranno più nell'isolamento gli anziani e i poveri perché si troverà sempre qualcuno che andrà a visitarli. Dalla vera afflizione che ci unisce con Cristo scaturiscono tutte le opere di misericordia che mirano a vincere la più grave tristezza, quella di non essere amati e aiutati. Se siamo credenti autentici, saranno beati e consolati sia gli affamati del nostro vicinato, sia quelli lontani dell'India e del Bangladesh. Se siamo animati dalle beatitudini, saranno consolati anche coloro che ancora non conoscono Cristo e perciò sentono più pesante il peso dell'afflizione. I veri credenti infatti faranno ogni sforzo per portare loro il Vangelo della beata passione, morte e risurrezione di Cristo, il Vangelo della vita eterna che comincia già quaggiù dove gli uomini si affliggono in una compassione che porta frutto nella carità e nella giustizia. 

Bernard Haering  da "Beatitudini. Testimonianza e impegno sociale".