venerdì 21 marzo 2025

Lettera agli Ebrei 3

 Questa relazione è una ripresa e un approfondimento della precedente. La riassumo:

Il popolo ebraico, pensando alla figura del Messia atteso, avevano ritenuto che egli dovesse essere profeta, re e sacerdote ma l’apetto sacerdotale divenne sempre più importante. I primi discepoli di Gesù lo riconobbero subito come il Messia, elevato alla destra di Dio Padre ma come poteva anche essere considerato un sacerdote?Gesù non apparteneva alla classe sacerdotale e nel corso della sua missione apparve piuttosto come profeta e maestro. La sua morte non ebbe la forma di un atto di culto (nel tempio) ma apparve piuttosto la condanna di un criminale. L’autore della lettera agli Ebrei, dichiarando che Gesù è un sacerdote, introduce una novità sorprendente. Gesù è stato sacerdote perché ha donato tutto se stesso a Dio servendo gli uomini nella sua missione. Il suo ministero, a differenza di quello dei sacerdoti del tempio, è stato caratterizzato da una grande solidarietà nei confronti degli uomini. Ha sperimentato le loro sofferenze ma le ha vissute in una santità perfetta. 


Comunità monastica di Pian del Levro


Le attese degli ebrei e la novità di Gesù 



Di solito abbiamo l'idea che per gli Ebrei attendessero soltanto il messia.davidico, cioè il figlio e successore di Davide. 
In realtà attendevano tre personaggi per gli ultimi tempi.  Attendevano innanzitutto il profeta, come è testimoniato anche dai Vangeli. I farisei, mandati a Giovanni Battista, chiedono se lui sia il profeta preannunziato nel Deuteronomio (18,15), successore di Mosè e simile a Mosè. 

Il secondo personaggio, ancora più atteso, era il messia re. Questa attesa era fondata sull'oracolo di Natan (2 Sam 7,12-16) e su tu una lunga tradizione di altri oracoli. Dio aveva promesso a Davide che un suo figlio gli sarebbe stato dato come successore e avrebbe regnato per sempre. L'angelo Gabriele annunziò a Maria che suo figlio sarebbe stato il successore di Davide destinato a regnare in eterno. 

Il terzo personaggio atteso era il sacerdote unto-messia (messia in ebraico vuol dire unto). 

Tra le diverse tradizioni dell'Antico Testamento, un posto importantissimo era tenuto da quella sacerdotale, che ha fatto da quadro a tutto il Pentateuco. Il sacerdozio è certo uno degli aspetti principali della rivelazione biblica. 

Nei libri storici si può vedere che tutta la storia del popolo eletto si è accentrata progressivamente su due istituzioni: la dinastia davidica da una parte e il sacerdozio di Gerusalemme dall'altra. Dopo l'esilio l'importanza del sacerdozio crebbe maggiormente. In un primo momento vediamo che la comunità degli Ebrei rimpatriati si è organizzata sotto la duplice autorità dei discendenti di Davide, (Zorobabele) e del sommo sacerdote Giosuè. In seguito, però, Zorobabele scomparve senza avere successori. Non se ne parla più. Ignoriamo la sua sorte. Rimase solo il sommo sacerdote, Giosuè, che assunse l'autorità politica oltre quella religiosa. Questa situazione si protrasse, con diverse modifiche, fino al tempo di Cristo. La conseguenza fu che la dignità sacerdotale suscitò ambizioni, rivalità e lotte spietate. Di fronte agli abusi, sorge la speranza di un sacerdozio rinnovato per i tempi messianici. L’attesa di un messia sacerdotale e regale era normale poiché il compimento ultimo doveva comprendere tutti gli aspetti del disegno di Dio. L'aspetto sacerdotale era essenziale, non poteva mancare. 

Era possibile considerare Gesù un sacerdote?

Questa attesa poneva ai cristiani una questione: in che modo vi risponde il ministero di Cristo? Quale relazione ha il ministero di Cristo con questa attesa sacerdotale? A prima vista la risposta sembrava negativa, ma una riflessione più profonda portò la Chiesa primitiva a riconoscere che l'aspetto sacerdotale era presente nel ministero di Cristo. 

Da un punto di vista immediato, il ministero di Gesù, infatti, non era di genere sacerdotale, inteso secondo la mentalità antica, e la morte stessa di Gesù non ebbe carattere sacrificale secondo il concetto antico. La persona di Gesù non si presentava come sacerdotale perché Gesù non proveniva dalla tribù di Levi e il sacerdozio era riservato dall'Antico Testamento soltanto ad essa. Secondo la legge di Mosè solo i membri della tribù di Levi potevano accedere al santuario e adempiere alle funzioni sacerdotali (Nm 3,10). Gesù apparteneva alla tribù di Giuda. Non era quindi sacerdote secondo la legge e mai durante la sua vita pretese di essere sacerdote e di esercitare qualsiasi funzione sacerdotale. Insegnava nel tempio vuol dire nel cortile del tempio. Non poteva entrare nel santuario, nell'edificio sacro. 

Gesù compie un ministero che non era di genere sacerdotale, ma piuttosto profetico e anche sapienziale. Nella predicazione dei profeti si riscontrava abbastanza spesso una polemica contro il culto rituale dei sacerdoti. Isaia dice: "Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Che m'importa dei vostri sacrifici senza numero?" (cfr. Is 1,11). Matteo cita una frase molto significativa per il nuovo concetto di sacerdozio: "La misericordia io voglio e non il sacrificio" (Mt 9,13), cioè non il sacrificio rituale, non l'immolazione degli animali. È una frase del profeta Osea (6,6) che è Parola di Dio e alla quale Gesù ricorre per giustificare il suo modo di comportarsi. Tra due modi possibili di servire Dio, uno con immolazione di animali, l'altro con relazioni umane, Gesù sceglie il secondo, sapendo che questo corrisponde alla preferenza di Dio. Ai sacrifici rituali Dio preferisce la misericordia, la preoccupazione delle relazioni personali. Quindi niente nella persona di Gesù, nella sua attività, nel suo insegnamento andava nel senso del sacerdozio antico.

Che cosa dire però della sua morte? Non si deve forse ammettere che qui tutto diventa sacrificale e quindi sacerdotale? La nostra risposta attuale sarà affermativa senz'altro. Però al tempo di Gesù la risposta doveva essere negativa perché Egli non aveva trasformato il concetto. Bisogna ricordare che il carattere sacrificale della morte di Gesù non poteva essere percepito direttamente nella mentalità antica. L'evento del Calvario non ebbe niente di un sacrificio rituale. Si presentò addirittura come l'opposto, il contrario di esso perché era una pena legale, una condanna a morte. Una pena legale è l'inverso di un sacrificio. Il sacrificio, nella concezione antica, era un atto rituale, glorificante, che univa a Dio. La vittima andava offerta tra cerimonie sante, in un luogo santo, e saliva simbolicamente verso Dio grazie al fuoco dell'altare. Una pena legale è tutto il contrario. È un atto giuridico, non rituale, non glorificante, ma proprio infamante, che separa dal popolo e separa anche da Dio stesso, secondo la mentalità antica. Quindi, visto dall'esterno, l'evento del Calvario non aveva nulla di rituale o di sacerdotale, aumentava piuttosto la distanza tra Gesù e il sacerdozio antico. Rendeva perfetta l'unione di Gesù con il popolo, ma questo non appariva. Si capisce bene quindi l'assenza del vocabolario sacerdotale nei Vangeli e in altri scritti del Nuovo Testamento nei confronti di Gesù e degli apostoli. 

Malgrado questa situazione, la lettera agli Ebrei proclama che Gesù è sacerdote e lo proclama ripetutamente, anzi è sommo sacerdote, il vero, l'unico sommo sacerdote. Come si giustifica questa innovazione che ha provocato poi altre innovazioni e in particolare il concetto sacerdotale del ministero cristiano?

Dapprima si riconobbe l'aspetto sacrificale: Cristo nostra pasqua è stato immolato. Ma Cristo non è stato passivo nel suo sacrificio, è stato attivo: Cristo ha dato se stesso ed è stato quindi sacerdote del proprio sacrificio. 

La prima innovazione che abbiamo notato nella lettera agli Ebrei è l'applicazione a Cristo del titolo di sacerdote, applicazione che è diventata possibile grazie a un approfondimento del concetto di sacerdozio. 

L'Autore scrive: "Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che guardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,17-18). 

Questo testo è molto sorprendente. Contiene infatti due innovazioni che non sembravano preparate da altri testi del Nuovo Testamento. 

1. La prima consiste nell'applicazione a Cristo del titolo di sommo sacerdote, misericordioso e degno di fede. 

2. La seconda innovazione consiste nel nuovo modo di diventare sacerdote e quindi del nuovo concetto di sacerdozio che viene presentato. 

Il modo in cui, secondo la lettera agli Ebrei, Cristo doveva diventare sommo sacerdote, è completamente nuovo e la differenza è sbalorditiva. L'Autore scrive: «Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare sommo sacerdote». Questo era inconcepibile nell'Antico Testamento perché va nella direzione esattamente contraria a tutta la tradizione biblica. 

Lungi da ogni relazione di somiglianza, i testi dell'Antico Testamento sottolineavano, invece, la necessità della separazione rituale in vista della santificazione per entrare in contatto con le realtà sacre. Il sacerdote antico appariva come un essere elevato al di sopra dei comuni mortali. La prima parola che il Siracide usa per parlare di Aronne è questa: ha elevato. Dio ha elevato Aronne. Il sacerdozio lo mette a parte. II Siracide non si stanca di descrivere lo splendore del sacerdote quando nel capitolo 45 parla di Aronne e nel capitolo 50 del sommo sacerdote del suo tempo. Fin dal tempo dell'Esodo una simile dignità aveva suscitato ambizioni e gelosie. Si ricorda l'episodio di Core e dei suoi complici che volevano accaparrarsi il sacerdozio, ma Dio intervenne in maniera rigorosissima. Nei secoli che seguirono le ragioni delle rivalità si erano fatte ancora più aspre perché l'autorità politica si era aggiunta all'autorità sacerdotale. Il Secondo libro dei Maccabei nel capitolo IV riferisce fatti orrendi. Per ottenere il sommo sacerdozio si usavano la corruzione, le manovre politiche e perfino l'omicidio. Leggiamo che Giasone, volle procurarsi con la corruzione il sommo sacerdozio e in un incontro con il re gli promise trecentosessanta talenti d'argento e altri ottanta riscossi con un'altra entrata. Anche i documenti di Qumran esprimono un'ostilità virulenta contro un sommo sacerdote empio che voleva imporre la sua legge alla comunità. Lo storico Giuseppe Flavio offre testimonianze simili.

Il sacerdozio di Gesù non è stato una carriera, un privilegio ma un servizio e un abbassamento. Il suo atto di culto è stata la sua vita di obbedienza a Dio Padre nello svolgimento della sua missione a favore degli uomini. Si è immerso nelle vicende umane vivendole con intensità d’amore, dando ad esse un significato nuovo. 

Conferenza pronunciata da A. Vanhoye. Ripresa dalla registrazione ed elaborata dal curatore. 


giovedì 20 marzo 2025

Lettera agli Ebrei 2

Il sacerdote media tra Dio e gli uomini; avvicina Dio agli uomini e gli uomini a Dio. Nell’esordio della sua omelia, l’autore ha insistito nel presentare la vicinanza di Gesù con Dio, ora espone la sua vicinanza con gli uomini. Parla della sua estrema solidarietà.


La vicinanza di Gesù con gli uomini

Nel primo Testamento, la mediazione sacerdotale era intesa come una situazione di privilegio. Il mediatore doveva trovarsi in una situazione più elevata rispetto al popolo. Gesù ha vissuto la sua mediazione in senso opposto, realizzando la solidarietà e partecipazione più estrema alle sofferenze dei fratelli. 

L'affermazione della lettera agli Ebrei secondo la quale Gesù doveva farsi simile in tutto ai fratelli per diventare sommo sacerdote, segna un contrasto fortissimo e si oppone direttamente alla mentalità e alla condotta dei sommi sacerdoti contemporanei. 

Ai loro occhi il pontificato costituiva il massimo di tutte le promozioni umane; per raggiungerlo, cercavano i mezzi più efficaci quali il denaro, l'influenza politica e perfino l'omicidio. È nella direzione esattamente opposta che Cristo inizia il suo cammino per diventare sommo sacerdote: rinuncia ad ogni privilegio e, invece di ritenersi al di sopra degli altri, diviene in tutto simile a loro, simile ai fratelli accettando perfino l'abbassamento della passione, l'umiliazione estrema della croce. Invece di prendere una posizione più alta rispetto agli altri uomini, Cristo ha preso la posizione più bassa, quella di una solidarietà completa con gli ultimi degli uomini, con i criminali condannati a morte. 

Sembra un'incoerenza perché l'idea normale è che il sacerdote deve avere una posizione intermedia: bassa di quella di Dio ma più  alta di quella degli uomini. Avvicina Dio agli uomini e gli uomini a Dio, ponendosi al di sotto di tutti. Dicendo che Egli fu simile in tutto ai suoi fratelli, l'Autore pensa soprattutto alla passione, all'umiliazione e non soltanto all'incarnazione. 

"Messo alla prova e aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova". Questo atteggiamento andava anche contro le idee tradizionali dei Giudei più religiosi che avevano grande zelo per la santità del sacerdozio e miravano al mantenimento delle separazioni rituali, considerate il mezzo normale per assicurare la santificazione. Esigere dal sommo sacerdote una somiglianza con gli altri membri del popolo sembrava loro incompatibile con il giusto concetto di sacerdozio. Al sommo sacerdote era proibito soprattutto il contatto con la morte perché si concepiva una incompatibilità completa tra la corruzione della morte e la santità di Dio. Il sommo sacerdote non aveva il diritto di fare lutto neppure per suo padre e per sua madre; sarebbe stato in contatto indiretto con la morte. Gesù, invece, diventa sommo sacerdote per mezzo delle sue sofferenze e della sua morte; questo è il significato del nuovo sacerdozio nella lettera agli Ebrei: diventato sommo sacerdote per mezzo della sua passione. 

Una prospettiva capovolta

La meditazione sul mistero pasquale di Cristo ha condotto l'Autore della lettera agli Ebrei a sconvolgere le prospettive tradizionali, insistendo sull'esigenza di una solidarietà che gli fa abbandonare gli ideali di separazione rituale.  Invece di effettuarsi attraverso le separazioni legali, l'elevazione sacerdotale di Cristo presso Dio si è compiuta grazie all'accettazione di una totale comunanza di destino con i suoi fratelli. Nel sacerdozio di Cristo l'accettazione della solidarietà umana ha realizzato effettivamente ciò che i riti antichi si sforzavano invano di ottenere, ossia l'unione della natura umana con Dio e l'elevazione dell'uomo presso Dio

L'Autore afferma che «era ben giusto che colui per il quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante le sofferenze il capo che li guida alla salvezza». 

Si tratta di un concetto molto profondo della redenzione, un concetto più soddisfacente di altri, come ad esempio quello della redenzione come riscatto, come "operazione commerciale". È il concetto di solidarietà per amore, che porta Gesù a toccare il fondo della miseria umana, della situazione miserabile dell'umanità. 

Pensiamo a degli alpinisti che durante una scalata sono caduti in un burrone e giacciono feriti, incapaci di muoversi e si trovano nell'impossibilità completa di salvarsi. Che cosa occorre fare? È necessario che qualcuno scenda là dove essi si trovano, per curarli e aiutarli a risalire, liberandoli così dalla loro drammatica situazione. Tale è stato l'atteggiamento generoso di Gesù mediatore, disceso fino al fondo della miseria umana. Esisteva la sofferenza umana, esistevano la morte e il peccato. Gesù è disceso fino in fondo nella miseria umana per metter lì il suo amore capace di tracciare una via di uscita e di salvezza. Ha fatto della sofferenza e della morte un'occasione di amore estremo; questo amore è la forza ascensionale che consente di salire fino a Dio. E così Gesù è diventato mediatore effettivo nel senso più forte della parola. 

È diventato sommo sacerdote perché ha tracciato la via della Nuova Alleanza fino all'intimità di Dio, la via della comunione ritrovata con Dio. 

Conferenza pronunciata da A. Vanhoye ripresa dalla registrazione ed elaborata da V. Bonato. 


Preghiera breve

 


L'espressione «preghiera breve» significa di fatto ciò che un tempo si indicava col termine «giaculatoria». La preghiera breve consiste nell'esprimere con poche parole, in una frase concisa, gli effetti concreti che una determinata situazione ha su di me, ciò che riempie la mia coscienza in termini di gioia, riconoscenza, preoccupazione, angustia, demoralizzazione, consapevolezza di colpa, e via dicendo. E ciò senza una regolarità esteriore, ma là doye e quando mi viene. Si possono usare, per questa preghiera breve, formule fisse che sono correnti e vengono facilmente sulle labbra: ad esempio, a seconda della situazione, si può pregare: «Signore abbi pietà»; «sia fatta la tua volontà»; «dacci la pace»; «sia santificato il tuo Nome»; «tu solo sei Santo»; «Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo»; «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Si può anche cercare di dire con parole proprie ciò che si vuole far sapere a Dio; ed è forse questo il modo migliore per esprimere nel modo più concreto possibile la situazione che si sta vivendo: «Signore, aiutami»; «Signore, aiuta, per favore, quest'uomo»; «Signore, non ce la faccio»; «Signore, che disperazione!»; «Grazie, Signore, per questa bella giornata»; «Grazie, perché ci sono riuscito»; «Signore, dammi la forza di Sopportare», E soprattutto, di continuo: «Signore, io credo in te». È facile vedere la preziosità di questa preghiera breve. La sua spontaneità e soprattutto la possibilità di formulazioni varie, il suo accento personale, la liberano dal rischio del l'artefatto e della routine. E poiché si può fare spesso durante il giorno, si risolve anche il problema di una buona e utile regolarità, senza che un programma stabilito riconduca al pericolo dell'abitudine vuota. È un modo di pregare che riformula di modo conciso e colorito, il «credo in te» dentro a situazioni concrete e risponde così nella forma più chiara al senso di una preghiera anche esplicita. Gli inconvenienti pratici sono praticamente zero: la preghiera breve è questione di secondi e non fa «perdere» tempo. Perciò non c'è neanche il problema del raccoglimento o della distrazione; e soprattutto: quale altra possibilità c'è per un cristiano, confrontato con le esigenze odierne della vita di lavoro, di diventare un grande uomo di preghiera se non per mezzo della preghiera breve? Non si tratta di semplice teoria; la preghiera breve è stata sperimentata già da molti cristiani ed ha la conferma della esperienza. Si tratta di abituarsi ad essa alla maniera giusta, in modo tale che, durante il giorno, venga spontanea sulle labbra il più spesso possibile, e che per così dire l'indirizzo di Dio sia per noi sempre vicino, per cui ci è sempre data la possibilità immediata di esprimergli ciò che ci occupa e preoccupa. Può persino accadere che ci si accorga improvvisamente d'essere in preghiera senza sapere come s'è incominciato a pregare. In questo caso si potrebbe dire veramente che il pregare ci è entrato nel sangue e che noi preghiamo «sempre». Oltre che pregare sempre preghiamo «quotidianamente» anche in un altro senso dell'espressione: preghiamo in uno stile quotidiano, facendo argomento della nostra preghiera ciò che ci succede ogni giorno, e questo in maniera così disadorna e concreta, che il pregare ci risulta possibile e non è fuori luogo persino nel bel mezzo del lavoro. 

Otto Hermann Pesch


Lettera agli Ebrei 1

La Lettera agli Ebrei è in realtà un’omelia pronunciata da un autore a noi sconosciuto. Più che una lettera, è una splendida omelia, che si chiude con alcune frasi destinate a una comunità lontana. È probabile che l'Autore abbia pensato più volte questa omelia perché il testo è scritto con tanta cura ed era adatto ad essere proclamato in diverse comunità cristiane. Dalla chiusura si arguisce che l'Autore era un apostolo itinerante. La tradizione ci dice che apparteneva al gruppo di San Paolo e tutto si capisce bene in questa luce. L'inizio quindi non ha niente di epistolare: non è espresso il nome dell'Autore, né quello dei destinatari, né si inizia con un saluto. 

È uno scritto teologico di importanza capitale. Enuncia un messaggio originale e coraggioso: dichiara che Gesù è Sommo Sacerdote. Di per sé egli non poteva far parte cella classe sacerdotale perché questo ministero era un privilegio esclusivo dei membri della tribù di Levi. Gesù però inaugura un nuovo tipo di sacerdozio: non offre doni o sacrifici d’animali nel tempio ma offre a Dio tutto se stesso, tutta la sua vita dedita a Dio e ai fratelli. 

Il sacerdote esercitava un compito di mediazione: avvicinava Dio agli uomini e gli uomini a Dio. Per svolgere in modo adeguato questo ufficio doveva essere gradito a Dio agli uomini. Dapprima l’autore della Lettera espone il motivo per il quale Gesù è vicino a Dio e gradito a Lui. In seguito parla della sua vicinanza agli uomini, suoi fratelli. 


L'Esordio della lettera agli Ebrei (Eb 1,1-4) 

Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte ein diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di  tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell'alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. 

L’esordio è un testo magnifico nel quale l'Autore prepara il suo tema. L'Autore non parla ancora del sacerdozio di Cristo e della Nuova Alleanza, ma prepara questo tema con una frase splendida che comprende i primi quattro versetti e che ci dà una visione molto ampia di tutta la rivelazione biblica. Il sacerdozio di Cristo diventa così il centro di tutta la rivelazione biblica. 

Dio è in relazione con noi

L'affermazione principale: Dio ci ha parlato e ci ha parlato nel suo Figlio. Così il Figlio viene presentato subito come mediatore della Parola di Dio. Questa prima indicazione prepara l'affermazione principale della lettera: Cristo è il mediatore della Nuova Alleanza, il sommo sacerdote della Nuova Alleanza. 

Infatti il primo passo per stabilire un'alleanza consiste sempre nel parlarsi. Le parole non bastano, ma sono indispensabili. Senza parole non è possibile stabilire un'alleanza. Dio, dice l'Autore, ci ha parlato. La caratteristica del nostro Dio quella di un Dio che parla agli uomini. Dio è entrato in comunicazione con noi, ha preso l'iniziativa di stabilire con noi una relazione personale, che è diventata poi un'alleanza nel sangue di Cristo. 

Il Dio della Bibbia non è un Dio della natura. È un Dio creatore, un Dio che entra in comunicazione personale. In questa frase l'Autore non esprime il contenuto del messaggio divino, non precisa che cosa abbia detto Dio, non elenca una serie di verità che Dio avrebbe comunicato. Spesso si parla della rivelazione come di un insieme di verità a cui bisogna aderire con fede. Questo è un aspetto certamente importante, ma per l'Autore non è l'aspetto principale. La cosa importante è che Dio si sia messo in comunicazione con noi. Parlare con una persona vuol dire stabilire una comunicazione con essa. È vero che in certi casi il contenuto oggettivo del messaggio può avere più importanza della relazione personale (ad esempio, nella corrispondenza commerciale). Invece, quando si tratta di una lettera scritta a un parente, a un amico, il contenuto spesso è secondario, ciò che conta è la relazione personale; scopo della lettera non è tanto lo scambio di notizie quanto quello di mantenere un relazione. 

È stato ed è lo scopo di Dio: stabilire e mantenere una relazione con noi. Dio ci ha parlato per entrare in comunione con noi, per preparare e stabilire la Nuova Alleanza. È un Dio tanto grande, tanto santo, tanto diverso da noi, che ha preso l'iniziativa di rivolgersi agli uomini per stabilire una relazione e per approfondirla. Questo ci dovrebbe mettere nello stupore. Dio ha parlato a noi, Dio continua a parlarci. Il Signore vuole entrare in un rapporto personale più profondo con ciascuno di noi. Vuole parlare al cuore, in maniera più intensa, più intima, come dice il profeta Osea. 

L'Autore non parla del contenuto del messaggio, ma nomina soltanto le persone: Dio che parla e i destinatari del messaggio, che sono i Padri nei tempi antichi, noi adesso; i mediatori della Parola di Dio che sono i profeti nei tempi antichi e il Figlio adesso. 

A volte capita che certe persone non si parlino perché non vogliono entrare in relazione tra loro. I motivi possono essere diversi: differenza di livello sociale, differenza di razza, di opinioni, divergenze politiche, ecc. Nel Vangelo di Giovanni vediamo come una donna samaritana si meravigliava perché Gesù le rivolgeva la parola: "Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono samaritana?". L'evangelista spiega che i Giudei non avevano buone relazioni con i Samaritani. Effettivamente li disprezzavano perché erano di una razza mista, non autentici israeliti e la loro religione era considerata dubbia (Sir 50,25-26). L'evangelista si riferisce a questa convinzione, ma mostra che Gesù ha preso l'iniziativa di parlare a una donna samaritana, perciò ha stabilito una comunicazione con lei sapendo di fare così la volontà del Padre.  Per spiegare questo suo sorprendente comportamento, dirà al discepoli alcuni momenti dopo: «É mio cibo fare la volontà del Padre». La volontà del Padre è proprio la comunicazione per preparare la comunione. Gesù insegna alla samaritana l'autentica relazione con Dio, cioè l'autentica adorazione, la mette sulla via della relazione profonda con Dio. Similmente Gesù vuole mettere anche noi sulla via dell'autentico rapporto con Dio nella Nuova Alleanza. Ci sono poi persone che si parlavano, ma non si parlano più; erano in comunicazione ma hanno interrotto le relazioni perché si sono ritenute offese o trattate ingiustamente. Dio avrebbe avuto tanti motivi per non parlarci più, ma vediamo nell'Antico Testamento che non si è mai rassegnato alla rottura delle relazioni, sempre ha voluto rientrare in comunione con il suo popolo. L'Autore della lettera può dire che "a più riprese e in più modi Dio ha parlato ai Padri nei tempi antichi". L'Autore insiste sulla pluralità, mette gli avverbi all'inizio della sua frase a più riprese e in più modi Dio ha parlato. Una cosa stupenda!

Tempi e modi della comunicazione di Dio

Distingue due periodi di comunicazione della Parola di Dio e due specie di mediatori. 

a) Il primo periodo è quello antico: Dio ha parlato in tempi antichi al suo popolo per mezzo di Mosè. Come dice la conclusione del Deuteronomio, non è più sorto nessun profeta uguale a Mosè. Poi sono venuti Samuele, Elia, Eliseo e i profeti. Tutto l'Antico Testamento è pieno di parole ispirate rivolte da Dio al suo popolo nel suo disegno di alleanza.  

b) Il secondo periodo è quello escatologico, cioè definitivo. L'Autore dice letteralmente: "All'estremità dei giorni che sono questi". È una espressione biblica in cui si annunciava l'intervento decisivo del Signore. L'Autore ha l'audacia di affermare che questo tempo è venuto, ci siamo ormai. Viviamo nel periodo escatologico perché Dio ha ormai introdotto il suo messaggio definitivo scegliendo come mediatore della parola il proprio Figlio. Questi stabilisce una relazione molto più stretta tra Dio e noi in quanto il Figlio è intimamente unito al Padre. Non si può immaginare un mediatore della parola più perfetto di lui. Così viene preparato il tema del sacerdozio di Cristo. Il Figlio sarà il nostro mediatore, il nostro sacerdote. Per diventare il sommo sacerdote perfetto dovrà acquistare l'altra relazione, cioè la relazione stretta con noi. Cristo non è soltanto un portatore della Parola di Dio, come erano i profeti, ma Egli stesso è la Parola, il Verbo, in cui noi troviamo la pienezza della Parola di Dio e la pienezza anche dello Spirito di Dio, inseparabile dalla Parola di Dio. Dio ha allacciato relazioni personali con ciascuno di noi ed è il momento di ravvivare il senso di questa relazione personale tanto stupenda: si tratta della relazione di un povero essere umano con il Dio santo e perfetto. 

 La gloria del figlio

 Non appena nominato il Figlio, l'Autore rimane come affascinato dalla sua persona, lo contempla nella sua gloria e non riesce più a parlare di altro. Non si tratta quindi di contemplare una gloria lontana, ma la gloria di colui che ci introduce personalmente nella comunione con Dio. 

Comincia dicendo che Dio ha costituito il Figlio erede di tutte le cose (Eb 1,2). L'eredità è una cosa che viene alla fine, non all'inizio. Perché l'Autore parla subito dell'eredità? Ne parla perché contempla il Figlio nella sua gloria attuale. Il suo sguardo va sempre direttamente a Cristo nella sua gloria e questo corrisponde all'esperienza cristiana fondamentale che deve riflettere sempre meglio la nostra esperienza. Dopo la Pasqua e la Pentecoste, i cristiani sanno di essere in una relazione intima con Cristo glorificato e per mezzo di lui con il Padre. Dicendo questo, l'Autore infatti riprende la dichiarazione di Gesù risorto. Alla fine del Vangelo di Matteo si dice che gli è stato dato "ogni potere in cielo e in terra" (Mt 28,18). Questa eredità ricevuta da Cristo al compimento del suo mistero pasquale lo riveste di ogni potere. 

Gesù afferma il compimento, nella sua persona, della celebre profezia di Daniele sul figlio dell'uomo. Nel capitolo 7 del libro di Daniele viene infatti descritta una visione impressionante di Dio, chiamato l'Anziano dei giorni seduto sul suo trono e poi il profeta dice che vede venire sulle nubi del cielo uno, simile ad un Figlio di uomo. A Lui fu dato potere regale e dominio, tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano, il suo potere è un potere eterno che non tramonta mai e il suo regno non avrà mai fine (cfr. Dn 7,13-14). Questa profezia trova compimento perfetto nella glorificazione pasquale di Gesù perché Egli riceve dal Padre il potere regale e il dominio su tutti i popoli della terra, ma anche ogni potere in cielo. Il progetto di Dio di dare all'uomo il dominio di tutto, si doveva realizzare attraverso un uomo che rappresentasse l'umanità intera e che fosse allo stesso tempo Figlio di Dio e figlio di Davide. Nella promessa di Natan a Davide, Dio diceva per mezzo del profeta: "Sarò per lui il padre ed egli sarà per me il figlio" (2Sam 7,14). La gloria di Cristo coincide con il compimento di tutto questo immenso disegno di Dio che ci deve far esultare. 

L'Autore prosegue dicendo: "Per mezzo del quale aveva fatto anche i secoli o i mondi". Per poter essere l'omega, il punto ultimo della storia Cristo doveva essere anche il punto iniziale di tutto. Come dice il Quarto Vangelo: "Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo" (cfr. Gv 3,13). Nessuno può alzarsi all'altezza stessa di Dio se non chi è stato già all'altezza di Dio fin dall'inizio: il Figlio di Dio. Quindi la contemplazione della gloria primordiale di Cristo completa la visione della sua gloria attuale. Cristo è stato mediatore di tutta la creazione. E questo manifesta anche l'ampiezza della sua potenza di mediazione. 

L'Autore non si accontenta di queste due espressioni, già molto sostanziose, e vuole esprimere l'essere stesso del Figlio, non soltanto che cosa ha fatto, ma che cosa ha ricevuto, che cosa sia. E lo definisce allora irradiazione della gloria di Dio e impronta della sua sostanza. 

La prima espressione, irradiazione della gloria di Dio, si ispira ad un brano del capitolo settimo del libro della Sapienza, nel quale viene descritta la sapienza nella relazione con Dio. Il libro della Sapienza parla della sapienza come di un effluvio del potere divino, di una emanazione della sua gloria. Ma l'Autore non si accontenta di queste due espressioni. Preferisce parlare di irradiazione della gloria divina, e questo serve a farci capire la distinzione tra la persona del Padre e la persona del Figlio, ma allo stesso tempo la loro unità indissolubile poiché l'irradiazione non si può separare dalla fonte della luce. 

Poi ha coniato un'altra espressione che non si trova altrove nella Bibbia: impronta della sostanza di Dio per manifestare la relazione estremamente stretta tra il Figlio e Dio. Non parla soltanto di immagine, ma di impronta. Tra una persona e la sua immagine, il suo ritratto, c'è separazione. L'impronta invece viene da un contatto diretto e forte, per cui risulta più fedele. Il Figlio non è una riproduzione di Dio a distanza, ma una riproduzione diretta della sostanza di Dio. 

La purificazione dai peccati

A questo punto l'Autore fa una breve presentazione della tappa decisiva della storia della salvezza, dopo aver anche definito il ruolo del Figlio nel mantenimento della creazione. Cioè parla del mistero pasquale di Cristo che, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della maestà del Padre. Qui vediamo già spuntare il tema del sacerdozio di Cristo. Compiere la purificazione dei peccati è un compito specifico del sacerdozio. Con questa azione il Figlio ha tolto l'ostacolo che impediva la relazione di alleanza e ha stabilito la comunicazione per mezzo di quel movimento potente della glorificazione che lo ha fatto passare da questo mondo al Padre e grazie al quale ci ha anche aperto una via. L'ostacolo maggiore dell'alleanza era costituito dal peccato, perciò era indispensabile la purificazione. L'Autore per ora non spiega come questa purificazione sia stata ottenuta, non parla né di sofferenza, né di passione, né di morte perché qui voleva restare nella prospettiva positiva e gloriosa. Più avanti darà spiegazioni molto profonde sulla passione e la morte di Cristo. La sua glorificazione viene espressa con l'immagine presa dal salmo 109: «Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra». L'Autore prepara abilmente il tema del sacerdozio rifacendosi al salmo 109 dove ci sono due oracoli: il primo all'inizio sul sedersi alla destra di Dio e l'altro, più solenne ancora, poiché si tratta di un giuramento di Dio (Dio ha giurato e non si smentirà) che proclama il sacerdozio di Cristo: "Tu sei sacerdote". Così l'Autore ha preparato il suo tema di alleanza e di sacerdozio in questo esordio tutto illuminato dalla gloria di Cristo e termina dicendo che Cristo è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che egli ha ereditato.

Il nome di Cristo

Qual è il nome ereditato da Cristo dopo il suo mistero pasquale? In alcuni passi del Nuovo Testamento, nell'inno cristologico della lettera ai Filippesi, il nome è Kyrios, Signore. Ma per l'Autore della lettera agli Ebrei, il nome che esprime meglio la gloria di Cristo è quello proclamato da Dio nel salmo 109, cioè quello di sacerdote. Dio ha proclamato suo Figlio sommo sacerdote e perciò l'Autore mostrerà nei primi capitoli che Cristo è mediatore perfetto perché ha in modo perfetto le due relazioni necessarie per la mediazione: la relazione con Dio in quanto è il Figlio di Dio (è un aspetto essenziale del suo nome) e la relazione con gli uomini perché è fratello nostro. Questi due aspetti vengono sintetizzati nel titolo di sommo sacerdote perfetto. 


Conferenza di A. Vanhoye; estratta dalla registrazione ed elaborata da V. Bonato. 


martedì 18 marzo 2025

 

il Signore Gesù dice a Giuseppe: «Entra nella gioia del tuo Signore». Sebbene sia la gioia della beatitudine eterna che entra nel cuore dell'uomo, il Signore ha preferito dire: «Entra nella gioia», per insinuare misticamente che quella gioia non solo è dentro di lui, ma lo circonda ed assorbe da ogni parte e lo sommerge come un abisso infinito.

Bernardino da Siena

La gratuità della creazione

 Pr 8,22-30 è un testo in cui la Sapienza fa il proprio elogio. In poche parole, essa creare afferma di essere più antica di tutte le altre creature e di essere stata presente quando Dio ha creato il mondo. Ritroviamo in queste affermazioni l'idea che ciò che precede nel tempo è più importante: la Sapienza è superiore a tutte le creature perché è stata generata prima di esse (Pr 8,22). È un altro modo per dire che la Sapienza vale più di tutte le cose di questo mondo. Nella Bibbia, la Sapienza è anzitutto un «saper fare» e corrisponde raramente a un sapere meramente intellettuale.

La Sapienza mostra che esisteva prima di tutte le creature (8,24-26), poiché era presente quando Dio ha creato l'universo (8,27-31). La sapienza è sempre alla presenza di Dio, si diverte davanti a lui e trova le sue Delizie con gli uomini. 

1. «E io mi divertivo davanti a lui tutto il tempo, mi divertivo nell'universo» (Pr 8,30-31). La Sapienza si presenta anche come l'architetto dell'universo. La traduzione del termine è discussa, però vi sono buoni motivi per pensare che questo sia il significato più adatto al contesto. La Sapienza avrebbe quindi partecipato attivamente alla creazione. Per esempio ne avrebbe tracciato la pianta e concepito l'organizzazione. Dio ha creato l'universo «con Sapienza». Come si manifesta questa Sapienza» nell'universo? Come ritrovarla? Essa afferma che «trova le sue delizie fra gli uomini». Sarà dunque presente nel nostro mondo. Dove si trova questa abilità nell'arte di vivere? 

2. Un punto interessante per un'ulteriore riflessione è l'immagine della Sapienza che «si diverte» davanti a Dio e in tutto l'universo. L'idea è probabilmente di origine egiziana. In Egitto, infatti, la Sapienza (Maat) è una divinità che presiede all'ordine dell'universo. Ogni mattina, quando si alza, si presenta in tutta la sua bellezza davanti al dio creatore dell'universo. Costui la vede, l'ammira e trae la sua ispirazione da questa visione per creare o governare l'universo. 

In Pr 8, questa Sapienza «si diverte» davanti a Dio. Il verbo usato in ebraico si ritrova con una leggera variante - nel nome Isacco (egli ride) e significa ridere, divertirsi, giocare. Ciò vuol di re che la Sapienza che ispira Dio nella sua opera creatrice si diverte e trova piacere in questa attività. La creazione è frutto non di uno sforzo, di un bisogno, ma di un piacere, di un divertimento. Dio non crea l'universo perché ne ha bisogno, perché era necessario. Lo crea gratuitamente, per pura generosità. Non lo crea perché deve servi re, dividiamo le nostre attività in due re, essere utile o giovare a qualcuno, un valore in se stesso. In gene e categorie: facciamo cose utili e cose inutili. Il brano ci insegna che esiste una terza categoria, più fondamentale: Cose che non sono immediatamente utili, ma neanche inutili. Sono gratuite valore in sé stesse. Si fanno perché uno trova piacere nel farle. Come ritrovare questa dimensione nella vita quotidiana?

lunedì 17 marzo 2025

Dio abita la storia del suo popolo

 Dio crea il mondo in sette giorni e dieci parole; vi sono quindi dieci opere distribuite in sette giorni. Fra i giorni sono più importanti: il primo, il quarto e il settimo, vale a dire i due giorni che si trovano alle «estremità» della settimana e quello che sta proprio in mezzo a essa. Nel primo giorno Dio crea la luce, nel quarto gli astri, vale a dire il calendario e l'orologio dell'universo, e nel settimo si riposa. Questi tre giorni hanno un elemento in comune: sono in stretta relazione con il tempo. La creazione della luce inaugura l'alternanza del giorno e della notte, che è il ritmo basilare del tempo. Gli astri hanno come funzione di segnalare «le feste, i giorni e gli anni». Come detto, Dio crea un «calendario cosmico». Infine, nell'ultimo giorno della settimana, il settimo, Dio si riposa. 

 In tutto il brano predomina in ogni caso la dimensione temporale. Il tempo è più importante dello spazio. E significativo, per esempio, che il brano si concluda con la celebrazione di un tempo sacro, il sabato, e non, come in diversi racconti antichi dello stesso genere, con la costruzione di un tempio o di un palazzo per il dio creatore. Il Dio d'Israele non ha un tempio, ma un tempo sacro. Il primo santuario sarà costruito molto dopo, nel deserto (Es 35-40). Mosè riceverà le istruzioni per questa costruzione che, in ogni modo, non è statica ma si sposta con il popolo. Anche qui prevale la dimensione temporale: la presenza di Dio è dinamica perché accompagna il popolo nelle sue peregrinazioni nel deserto, verso la meta finale che è la terra promessa. Il Dio d'Israele abita la storia del suo popolo. Per tornare al nostro brano, il popolo che non ha più santuario può nondimeno venerare il suo Dio perché può contemplare la sua attività durante la settimana e celebrarlo durante il tempo sacro del sabato.