a cura di Vincenzo Bonato, monaco camaldolese. L'esistenza dell'opera musicale non è quella inerte e muta dello spartito ma quella viva e sonora dell'esecuzione. Applicando il paragone alla Bibbia, dobbiamo riconoscere che la sua vera interpretazione sta nel vissuto personale e comunitario del credente (R. Penna)
domenica 24 febbraio 2019
Joseph Dov Beer Soloveitchik SOLITUDINE DELL'UOMO DI FEDE
La solitudine dell’uomo di fede
Joseph Dov Beer Soloveitchik, rabbino d’origine lituana e molto stimato all’interno dell’ebraismo, ha proposto un’acuta meditazione sulla scomoda situazione dell’uomo di fede, in ogni epoca ma, particolarmente, nel mondo contemporaneo [La solitudine dell’uomo di fede, Salomone Belforte e C., Livorno 2016].
La sua riflessione prende le mosse da due testi biblici che parlano della creazione dell’uomo, l’uno al primo capitolo e l’altro al secondo del libro della Genesi.
«Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cieloe su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gn 1,26-28).
«Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente… Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » (Gn 2,7.15).
Nel primo testo, l’uomo è creato ad immagine di Dio; nel secondo viene modellato dalla polvere della terra.
Il primo Adamo riceve il mandato di riempire la terra e di soggiogarla, mentre il secondo si limita a coltivare il giardino e di custodirlo.
Nel primo racconto, maschio e femmina sono creati simultaneamente; nel secondo, Adamo compare per primo ed Eva in un secondo momento, come suo aiuto (Gn 2,21-24).
Secondo Soloveitchik, la creazione dell’uomo è stata presentata in un doppio racconto per evidenziare la duplicità dell’essere umano, in quanto, in ogni persona umana sono presenti i tratti tipici dei due Adamo.
Osserviamo le caratteristiche del Primo Adamo. Essere ad immagine di Dio significa ricevere la capacità di esercitare un’intensa creatività, a imitazione di Dio, che si esprime in diverse modalità. L’uomo riceve infinite risorse e gode soprattutto dell’intelligenza, allo scopo di migliorare la sua posizione nell’ambiente in cui si trova. Si propone, perciò, di dominare e imbrigliare le forze naturali, ponendolo al suo servizio. La ricerca scientifica è la massima manifestazione dell’uomo audace, desideroso di realizzare le proprie risorse e di migliorare la sua condizione. Priva di questo progresso incessante, la mera esistenza istintuale sarebbe deprivata di dignità quale esistenza impotente» (20).
La creatività si estende inoltre nel campo della creazione estetica, come anche nell’ambito normativo. «La sua coscienza è stimolata non dall’idea del bene, ma dall’idea del bello. La sua mente ricerca non il vero, bensì il piacevole e il funzionale» (23). Questo impulso non è segno di ribellione a Dio ma piuttosto un modo di eseguire la sua volontà. Soloveitchik denomina maiestatico, questo tipo d’uomo.
Passiamo ora al Secondo Adamo. Questi non è interessato ad ottenere il potere e il controllo sul cosmo ma a comprendere il motivo dell’esistenza dell’universo e desidera vivere in comunione con il suo Creatore. Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Il soffio, ricevuto da Dio stesso, non corrisponde al possesso di qualche talento divino ma testimonia il suo anelito incessante per Dio (26).
Mira ad ottenere un’esistenza redenta, ben diversa da una vita dotata di dignità. La redenzione non è ottenuta attraverso il controllo sull’ambiente ma mediante il controllo di sé (38), poiché una vita redenta è una vita disciplinata. «L’essere umano persegue la dignità ogni volta che trionfa sulla natura. Egli trova la redenzione, invece, quando è sopraffatto dal Creatore della natura. La dignità è scoperta dall’apice del successo; la redenzione negli abissi della crisi e del fallimento… il Secondo Adamo fu formato dalla polvere della terra, affinché la conoscenza delle umilisse origini fosse parte integrante dell’io di Adamo» (38-39).
Sperimenta in primo luogo la solitudine (Cf. Gn 2,20). «Essere significa essere l’unico, singolare e differente, com tale “solo”». Solitudine (e insicurezza) provengono dalla consapevolezza della propria unicità ed esclusività. Nessun altro esiste come questo io, e la sua particolare esistenza non può essere ripetuta, imitata o esperita da altri (42). La solitudine riflette il nucleo stesso dell’esperienza dell’io; non è affatto una situazione provvisoria o accidentale.
Dal momento che soffre per la solitudine, è in ricerca di compagnia. Cerca una vicinanza di un altro soggetto il quale, sebbene unico e singolare come lui, padroneggi l’arte del mettersi in comunicazione e che formi, assieme a lui, una comunità. Questo tipo di’amicizia non è ottenuto attraverso la conquista, ma mediante la resa e la ritirata. Per il Secondo Adamo, quindi, comunicare e intrattenere stretti rapporti spirituali sono atti sacrificali redentivi. Aspira ad integrarsi nella comunità di fede, che appare già nell’alleanza tra Dio e Abramo. Nessuno può preservarci dalla solitudine. Il rimedio si trova nell’esperire un nuovo genere d’amicizia che si trova in una comunità esistenziale (42).
Una comunità di fede è ben distinta da una comunità naturale; la prima è una comunità di doveri, la seconda d’interessi. La comunità di fede, nata nel fallimento e nelle angustie, è caratterizzata dalla presenza di tre membri: io, tu, Egli (Dio). Dio diventa membro di questa comunità, si associa agli uomini, ne condivide l’esistenza. L’unità solidale di Dio con gli uomini è un elemento indispensabile per la comunità d’alleanza (43). «Noi incontriamo Dio, in seno alla comunità di alleanza, in quanto compagno e membro. Naturalmente, per quanto calato all’interno della struttura di questa comunità, Dio si presenta come la guida, il maestro e il pastore. La guida, cionondimeno, è parte integrante di una comunità, il maestro è inseparabile dai suoi allievi e il pastore non abbandona mai il suo gregge. Tutti costoro appartengono ad un unico gruppo. L'alleanza coinvolge Dio all’interno della società degli uomini di fede: II Dio dinanzi al Quale i miei ladri hanno camminato, il Dio che è stato il mio pastore per tutta la mia vita (Gen 48,15). Dio è stato il pastore di Giacobbe e il suo compagno. La comunità di fede, radicata e articolata nell’alleanza, trova manifestazione in una triplice unione di persone: io, tu ed Egli (Lv 26,12)».
Il Primo Adamo si sente provocato dal cosmo mentre il Secondo cerca il dialogo con Dio all’interno dell’Alleanza. L’annuncio dell’esistenza di Dio, predicato dal cosmo, è debole ed equivoco. Nella rivelazione cosmica, l’uomo sente Dio molto vicino, presente in tutti i fenomeni naturali ma lo avverte ancora di più, come misterioso ed inaccessibile. Questa dicotomia cancella ogni sentimento d’intimità e d’immediatezza e rende complicato il rapporto con Lui. L’uomo di fede, al fine di redimere se stesso dalla sua solitudine, vuole incontrare Dio a livello personale, in una situazione in cui possa essere vicino a Lui e sentirsi libero in sua presenza (48).
Il luogo dell’incontro personale con Dio è la preghiera. La contemplazione del cosmo non può spingere l’uomo a pregare nell’intimità perché l’adorazione estatica, sempre indiretta e impersonale, non rappresenta ancora un incontro personale con Dio. Esso avviene piuttosto nella comunità d’alleanza. «Attraverso il suono della voce divina che si rivolge all’uomo con il suo nome, Dio, ricercato dall’uomo lungo le infinite rotte dell’universo, è scoperto come vicino all’essere umano e in intimità con lui, mentre gli sta di fronte o accanto» (51).
Questo tipo di relazione costituisce il nucleo della comunità profetica. Questa è costituita dalla discesa di Dio sul monte e dall’ascesa sul monte dell’essere umano, in risposta alla chiamata divina. Qui avviene un rapporto diretto e personale che apre un colloquio faccia a faccia. La preghiera è la continuazione dell’esperienza profetica. Quando un essere umano si rivolge a Dio, chiamandolo con i toni familiari del Tu, in quel momento si rinnova lo stesso evento dell’incontro profetico dell’alleanza (52).
Comunità profetica e comunità orante s’appoggiano sopra tre fondamenta: io, tu, Egli. La differenza tra le due esperienze non sta nella sostanza del dialogo ma nel suo ordine d’apparizione. All’interno della comunità profetica, è Dio a prendere l’iniziativa (Egli parla e l’uomo ascolta), nell’altra l’iniziativa spetta all’uomo. La parola della profezia è di Dio e l’uomo l’accoglie; viceversa, la parola della preghiera viene dall’uomo e il Signore l’ascolta.
Il profeta in cui Dio confida e a cui affida la sua parola eterna, rappresenta sempre molti anonimi; sono il loro a cui il messaggio è destinato. «Nessun essere umano, per quanto grande e nobile, è degno della parola di Dio se crede che questa parola sia sua privata proprietà che non debba essere condivisa con gli altri» (56). Egli, quindi, non prega mai esclusivamente per se stesso.
Entrambe le comunità scoprono, assieme alla relazione intima con Dio, un messaggio etico. Qualsiasi incontro con Dio si prolunga in un messaggio normativo (57), altrimenti non sarebbe mai un’esperienza di alleanza, la quale prevede l’assunzione di responsabilità e di obblighi.
L’esperienza profetica è contrapposto a quella mistica che, a suo giudizio, non sarebbe altro che una sottile forma di egoismo. Nella mistica, l’uomo cercherebbe se stesso nell’appagamento personale e, quindi, rifiuterebbe un compito di responsabilità verso gli altri. La mistica sarebbe elitaria mentre la preghiera profetica avrebbe un carattere democratico essendo rivolta a tutti i contraenti l’alleanza.
Dalla preghiera autentica sgorga sempre un deciso impegno etico e, viceversa, soltanto l’orazione che esce da un cuore puro è gradita a Dio: «La preghiera è sempre annunciatrice di una riforma morale» (61) «Dio porge orecchio alla preghiera, se essa s’innalza da un cuore contrito…» (61). «La preghiera deve essere innestata in una vita orante, consacrata alla realizzazione dell’imperativo divino…» (64).
La comunità profetica garantisce la promozione della fraternità tra gli uomini. «L’amicizia, non in quanto relazione sociale di superficie ma come relazione esistenziale profonda tra due individui, è realizzabile unicamente in seno all’ordito della comunità di alleanza, in cui le profondità delle singole personalità si mettono in relazione tra di loro ontologicamente e in cui l’impegno assoluto verso Dio e verso il compagno sono l’ordine del giorno» (65-66). Le relazioni tra gli uomini presenti anche nella comunità naturale, rimangono a livello di superficie, non oltrepassano i limiti dell’utilitarismo. Offrono esperienze di collegialità, socievolezza, educazione e gentilezza piuttosto che di vera amicizia, la quale viene donata da Dio all’interno del patto d’alleanza (66).
Infine la comunità d’alleanza consente il superamento della dissoluzione dell’uomo nelle spire del tempo. L’uomo vive l’esperienza dell’estraneità del mondo: «è avvertito di un passato senza fine che si è dipanato prima di lui ed è pure a conoscenza di un futuro senza fine che sfreccerà via dopo che egli cesserà d’esistere» (66). Nascita e morte appaiono eventi arbitrari in un flusso che sembra annientare l’individuo. L’uomo sperimenta la transitorietà e l’evanescenza dell’esperienza dell’ora, che non è giustificata né da un prima né da un dopo. Solo la comunità d’alleanza può offrire una prospettiva. «Rettrospettivamente, l’uomo dell’alleanza ri-esperisce l’incontro con Dio, da cui l’alleanza ha avuto origine, in quanto promessa, speranza e visione. Relativamente al futuro, invece, egli scorge la piena realizzazione escatologica di questa alleanza, con le sue promesse, speranze e visioni» (67).
Il primo e il Secondo Adamo non sono due persone diverse, bensì un’unica persona. In ogni soggetto umano dimorano due tipi di uomo: il Primo Adamo, regale e creativo e il Secondo Adamo, umile e docile. Dio ha voluto tutto ciò e il rifiuto di una delle due componenti, equivarrebbe ad un atto di disapprovazione del piano divino sulla creazione.
L’uomo di fede quindi, per esplicito volere di Dio, oscilla tra la comunità dei credenti e quella naturale, maiestatica (78). «A motivo di questo progressivo movimento da un’orbita a un’altra, l’essere umano non si sente a casa in nessuna delle due comunità» (79). In questo errare consiste il senso di solitudine dell’uomo di fede.
Sarebbe naturale ed auspicabile che i due tipi d’uomini s’incontrassero ma, in modo particolare nella nostra contemporaneità, essi appaiono incompatibili l’un l’altro. L’uomo maiestatico sembra chiudersi sempre di più nella propria orgogliosa sicurezza. Pretende d’identificarsi con la totalità della persona umana e, in questo modo, offre di sé un’immagine demoniaca (90). Talora sembra avvicinarsi all’uomo di fede ma, in realtà, egli non apprezzare la fede nel suo nucleo più autentico ma si limita a gradire soltanto certe manifestazioni culturali della fede (90). Valuta quindi anche la religione in termini utilitaristici e considera l’azione religiosa uno strumento cui egli può accrescere la propria felicità (82). Spesso è alla ricerca dei poteri terapeutici e redentivi insiti nella fede dal momento che essa offre sostegno e conforto nelle angustie (84). Ciò nonostante rimaneo estraneo al vero movimento della fede: «L’atto di fede è primigenio, dirompente con forza elementare, al pari di una esperienza eudemonistico-passionale che tutto consuma e che tutto pervade, in cui si manifestano i nostri più segreti bisogni, aspirazioni, passioni e timori… (86). L’uomo di fede è insensatamente impegnato, pazzo di amore per Dio. Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con le mele, perché sono malata d’amore» (88).
Da parte sua, l’uomo di fede non è incline al compromesso (86). Appare incapace di comunicare la forza della sua esperienza, non tanto per la sua fragilità ma a motivo della sua enormità. Anche se il messaggio culturale della fede muta costantemente, con il fluire del tempo, l’atto di fede in sé è immutabile. «La sua essenza è caratterizzata da fissità e da perenne identità» (91). Infatti non è frutto di azioni culturali e creatrici dell’essere umano, ma è piuttosto come qualcosa offerto all’uomo, quando quest’ultimo si lascia sopraffare da Dio. Solo se si mantiene in tutta la sua integrità, la fede diventa terapeutica.
La solitudine dell’uomo di fede, nella società contemporanea, comprende anche l’isolamento sociale (92) a cui lo costringe la presunzione dell’uomo maiestatico.
Il profeta Eliseo, ben rappresenta l’uomo maiestatico: è un uomo di potere, intraprendente e ricco. Elia, al contrario, profeta errante, solo, povero, unicamente interessato a Dio e al valore dell’Alleanza con Lui, rievoca la figura del Secondo Adamo. Eliseo si lascia affascinare da Elia e lo segue. Operando questa scelta, decise di abbandonare a se stesso definitivamente il suo ambiente di vita? In realtà, in seguito, egli fece ritorno alla società per testimoniare ed istruire. Spesso sperimentò la frustrazione del rifiuto; mai, però, si disperò e si rassegnò. «Disperazione e rassegnazione sono sconosciute all’uomo dell’alleanza, che trova il trionfo nella sconfitta, la speranza nel fallimento» (95). Proprio per il fatto di essersi trovato solo, incontrò l’Uno che è Solo. Oggi, l’uomo di fede, deve sobbarcarsi la stessa fatica assunta da Eliseo.
Proviamo a tracciare ora delle osservazioni conclusive e a formulare una rilettura cristiana della meditazione di Soloveitchik.
Il progresso a favore degli uomini, nella ricerca scientifica, nella creatività artistica, nella vita politica è voluto da Dio stesso. Non può esistere concorrenza tra Dio e l’uomo, tra la fede religiosa e l’azione mondana.
Scandagliando l’intimo della persona umana, mette bene in evidenza la sua duplicità: l’uomo è, nello stesso tempo, grande e misero. Deve, opportunamente, impiegare le sue risorse creative ma anche predisporsi a compiere gesti sacrificali per poter entrare in relazione con i suoi simili. Una vera comunione con il prossimo si attua soltanto all’interno della comunità d’Alleanza, dove il prossimo acquista un valore assoluto.
Abolisce ogni forma d’individualismo nella preghiera; sostiene la necessità che essa favorisca un comportamento etico adeguato e generi un senso di responsabilità verso la comunità, se intende essere un’esperienza autentica e non una parvenza, vuota di senso.
Tuttavia, Primo e Secondo Adamo non sarebbero due figure da porre in contrasto tra loro, in modo netto. Qualcosa dell’uno deve essere presente anche nell’altro. Se così non fosse, una loro intesa risulterebbe impossibile. Dentro di noi scorgiamo delle tensioni legittime che sono sì distinte ma non opposte tra loro.
Ciò diventa più chiaro se, anziché limitarci all’analisi testo della Genesi, diamo uno sguardo a tutto il percorso biblico. Un passo della riflessione sapienziale sembra fondere le caratteristiche dei due Adamo:
«Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare… Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò. …Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. Li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. Pose il timore di sé nei loro cuori, per mostrare loro la grandezza delle sue opere, e permise loro di gloriarsi nei secoli delle sue meraviglie. Pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita, affinché riconoscessero che sono mortali coloro che ora esistono. Stabilì con loro un’alleanza eterna e fece loro conoscere i suoi decreti. I loro occhi videro la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentirono la sua voce maestosa. Disse loro: «Guardatevi da ogniingiustizia!» e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo (Sir 17,1-14)
L’uomo ad immagine di Dio non è soltanto colui che domina sul creato, ma anche colui che riceve una propensione alla comunione con Lui. Nella sua attività creatrice, mentre imita la potenza del Creatore, imita anche la sua bontà. La creazione, infatti, non è soltanto un segno della potenza divina ma anche della sua generosità. Di conseguenza, l’uomo ad immagine di Dio domina il creato con profondo rispetto, animato da un senso profondo di responsabilità verso gli altri uomini.
All’interno della fede cristiana, l’uomo maiestatico è figura anticipatrice del Cristo Risorto. La riflessione del salmo ottavo sull’uomo creativo ha favorito tale associazione. Il salmista, che medita sulla povertà e sulla potenza dell’uomo, si meraviglia e si compiace del riguardo amorevole con il quale Dio ha onorato l’uomo, perché questi, pur essendo di per sé un nulla, ha ricevuto il dominio su tutto il creato:
«Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Sal 8,5-7).
Nella visione cristiana, la promessa annunciata all’uomo si è realizata in modo particolare nella risurrezione di Cristo. È il Risorto a ricevere il dominio su tutto (Cf. Eb 2,9). Introducendo nel mondo il Regno di Dio, Gesù realizza ciò che si propone l’uomo maiestatico. Il Regno di Dio presuppone la vittoria sulla miseria, la malattia e il peccato, e quindi, sulla morte. Tuttavia il dominio di Cristo è in fase di realizzazione. Egli è stato insediato in autorità ma non ha ancora ottenuto il pieno successo del suo dominio, proprio come avviene per l’uomo creativo. È chiaro che il Risorto non opera da solo ma agisce attivando la nostra collaborazione. Non rende superfluo l’impegno degli altri uomini, ma piuttosto offre loro un modello, una forza d’impegno e una garanzia di riuscita. L’annuncio del Regno porta a compimento il disegno divino già tracciato nella creazione.
Gesù può essere prefigurato anche nel Secondo Adamo, interessato ad aderire all’Alleanza, con Dio e con i fratelli. Nella stipulazione dell’Alleanza, Dio si renda prossimo all’uomo, molto più vicino di quanto ha fatto (e continua a fare) nella rivelazione cosmica, fino a presentarsi a lui nella figura dell’amico. Non rimane soltanto un Mistero santo.
Gesù si offre come la massima vicinanza di Dio al mondo. L’uomo non si trova soltanto più di fronte ad una serie di precetti ma ad una persona concreta che, osservandoli, si offre come modello e guida. Grazie alla sua rigorosa obbedienza, può inaugurare la Nuova Alleanza, già annunciata dai profeti. Introduce un nuovo Patto che non annulla il Primo ma lo conduce alla perfezione. Come era prefigurato nella scala di Giacobbe, in Lui Dio scende presso gli uomini e conversa con loro e l’uomo sale fino a Dio e si unisce a Lui. Gesù Risorto conduce l’umanità fino al cielo stesso, fino alla destra di Dio. L’aspettativa insita già nell’antica Alleanza raggiunge ora il suo traguardo definitivo.
All’interno del rapporto dell’Alleanza riacquista senso l’esperienza mistica. Fuori da questo rapporto, essa può degenerare in privilegio, in pretesa; può isterilirsi nella ricerca spasmodica del vantaggio personale, nella fusione impersonale con il divino, nella rinuncia alla testimonianza profetica e all’urgenza etica. All’interno dell’Alleanza, invece, questi rischi scompaiono. La vicinanza con Dio, di carattere mistico, viene donata al profeta perché sia rafforzato nella sua missione e rinvigorito nel suo impegno doloroso.
«Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole. Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui» (Es 34,28-29)
Nel colloquio intimo con Dio, sul monte o in una tenda separata da tutte le altre tende (Cf. Es 33,10-11), Mosè assimila le qualità divine, come viene testimoniato dallo splendore del suo volto. Solo così diventa capace di farsi carico delle colpe del popolo e di presentarsi davanti ad esso come un inviato affidabile.
Al culmine della sua vicenda di fede, il cristiano non è un uomo solo che conosce il Solo. Certamente, anche nell’ipotesi migliore, egli non può ottenere una comunione con gli altri così esaustiva da eliminare la sua solitudine. Inoltre, come credente, può trovarsi di fatto isolato in un ambiente indifferente o perfino ostile. Nel rapporto con Dio, però, egli si trova a vivere con Cristo in Dio, quale membro del Corpo della Chiesa, nello Spirito Santo, in un’esperienza gioiosa di comunione.
venerdì 22 febbraio 2019
Tratti di Spiritualità
Purificazione del cuore
Che cosa avviene, allora, nella vita del discepolo
toccato dalla grazia? Riprendiamo alcuni suggerimenti proposti dalle
testimonianze appena riferite, e allarghiamo lo sguardo ad altre esperienze,
lungo il corso della storia cristiana.
Lo Spirito è innanzitutto libertà, possesso di sé
e pacificazione. Dio non vuole che abbiamo padroni sopra di noi. Un uomo,
infatti, diventa schiavo di ciò che lo domina (Cf. 2 Pt 2,19). Quando
cominciamo a ricevere il suo influsso, cominciamo a desiderare e a conseguire
l’autodominio. Niente ci deve sopraffare. La battaglia decisiva e più ardua, è
quella che riguarda il possesso di noi stessi: «È meglio la pazienza che la
forza di un eroe, chi domina se stesso vale più di chi conquista una città»
(Prov 16,32). Per questo motivo, Dio esige in primo luogo la purificazione del
cuore. Molti cristiani ritengono di essere sani (cioè spirituali), a
motivo di certe pratiche (veglie, digiuni, pellegrinaggi, elemosine)
« ma sono dominati nell’intimo da malattie nascoste terribili.... come vane
opinioni, boria, arroganza, diffidenza, tracotanza, ipocrisia, vanagloria,
viltà, turpi pensieri. È detto: l’uomo guarda il volto, Dio vede il cuore.
Bisogna ottenere che l’uomo sia trovato sano all’esterno come all’interno...»
(Pseudo Macario…, Discorsi, 189).
Dobbiamo, allora,
sviluppare in noi la grazia del Battesimo che ci ha reso partecipi della morte
e della risurrezione di Cristo. Moriamo e risorgiamo con Lui perché lasciamo
che Cristo Risorto attui in noi il significato della sua Pasqua: morte al
peccato e vita nuova.
Gregorio di Nissa quando
espone il progetto di purificazione suggerisce di assimilare le caratteristiche
dell’amore tracciate da Paolo nell’inno alla carità. Spegnere in noi sentimenti
negativi come l’invidia, il rancore o la tracotanza è il modo indispensabile
per far crescere in noi l’amore. Purificare il cuore significa in pratica
togliere ciò che impedisce la comunione con gli altri. Corrisponde alla nascita
e alla crescita in noi nell’amore; è manifestazione della nuova creazione, assimilazione della luce
di Cristo. L’amore comincia a
svilupparsi in noi grazie all’autodominio. Tuttavia non basta fare il bene,
bisogna agire con retta intenzione, in spirito di gratuità. San Paolo dichiara
che è possibile compiere gesti eroici senza essere animati dall’amore e che
questo fare, anche se è eclatante agli occhi degli uomini, rimane vuoto, e
viene disprezzato da Dio stesso (Cf. 1 Cor 13,1-3).
«Non basta fare opere buone, ma bisogna farle bene. Affinché le opere nostre sian buone e perfette, è necessario farle col puro fine di piacere a Dio. Questa fu la degna lode che fu data a Gesù Cristo: “Ha fatto bene ogni cosa” (Mc 8, 37). Molte azioni saranno in sé lodevoli, ma perché sono fatte per altro fine che della divina gloria, poco o niente valgono presso Dio. Egli rimunera le nostre opere a peso di purità. Nella misura in cui la nostra intenzione è pura, il Signore gradisce e premia le nostre azioni. Quanto è difficile a trovare un'azione fatta solo per Dio!» (de Liguori, Pratica…, 88).
Abbandono filiale
Gesù si rapportò con il Padre con grande fiducia e perciò si
sottomise in tutto a Lui. L’abbandono fiducioso in Dio in qualsiasi
circostanza, diventa anche un atteggiamento fondamentale del cristiano, benché
non sia facile, acquisirlo e conservarlo.
Il credente accetta tutto ciò che gli capita e in ogni
evento coglie la mano di Dio. È vero che gli avvenimenti negativi sono causati
dall’uomo e sono un prodotto della sua malizia. Tuttavia la persona pervasa
dallo Spirito Santo non si attarda a cercare le motivazioni o le
responsabilità, poiché sa che anche l’avvenimento che non è causato in modo
diretto da Dio, rimane comunque nell’ambito della sua provvidenza.
«In ogni circostanza benedici il Signore Dio e domanda che ti sia guida
nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine,
poiché nessun popolo possiede la saggezza, ma è il Signore che elargisce ogni
bene e abbassa chi vuole fino al profondo degli inferi» (Tb 4,19).
I santi godono nel ricevere questa disposizione interiore.
Il credente maturo non pensa male di Dio (cf. Dt 1,27); anzi pensa sempre bene
di Lui.
«Pensare bene di Dio consiste nel ricevere con gratitudine tanto le cose
prospere come le avverse, credendo, senza dubitare, che procedono dalla sua
somma bontà e misericordia, poiché dice egli stesso nella sacra Scrittura: Io
quelli che amo li correggo e li educo (Ap
3,19)» (Camilla da Varano, La purità…, 45).
L'affidamento a Dio ci procura un senso profondo di gioia
e di pace (Cf. Fil 4,4-7):
«Se gli uomini conoscessero l'amore del Signore per noi, si
abbandonerebbero completamente alla sua santa volontà e vivrebbero nel riposo di
Dio, come figli di re. Il re si preoccupa di tutto: del regno, della famiglia,
del figlio, mentre il figlio vive tranquillo a palazzo. Tutti lo servono e egli
gode di tutto senza preoccupazioni. Allo stesso modo chi si abbandona alla
volontà di Dio vive nel riposo, è contento del proprio destino anche se è
malato o povero o perseguitato. È tranquillo, perché la grazia dello spirito
Santo è con lui, la dolcezza dello spirito Santo lo consola» (Sivano, Nostalgia..., 150).
Amore per il nemico
I desideri dello Spirito conducono alla vita e alla pace.
L’uomo di Dio, allora, è una persona gioiosa, pacifica, umile. Paolo si attende
che i suoi cristiani siano dotati di amabilità (Fil 4,5). Del resto,
«Non c’è atteggiamento che tanto edifichi il prossimo, quanto la benignità nel trattare con lui. Nello sguardo sorridente e nella delicatezza dei gesti, dobbiamo portare l'immagine espressa della benignità di Gesù Cristo. Se siamo costretti a negare quel che non è lecito concedere senza offesa della coscienza, dobbiamo mostrarci così benigni, che gli altri, sebbene non è questo che volessero in un primo tempo, si allontanino contenti, provando affetto per noi» (de Liguori, Pratica…, 81-82).
L’amabilità viene riversata, spontaneamente, sui poveri,
sugli ammalati, sulle persone irritanti ed indisponenti.
S’impone qui un altro elemento pasquale significativo:
l’amore per i nemici. Gesù ci ha dato questo comando paradossale, esclusivo del
Vangelo. Questo comando suggerisce che la proposta di Gesù non è soltanto etica
ma teologica. Che cosa voglio dire con questo? Egli non chiede soltanto al
discepolo di vivere con rettitudine ed onestà ma di divenire un imitatore
dell’amore di Dio, di agire com un figlio. Egli dovrà comportarsi meglio dei
pagani più onesti. C’è un di più da esibire. Non si tratta di entrare in gara
con altri né di dare spettacolo di sé ma di rivelare nella vita chi è Dio, nel
mostrare in sé la luce divina rivelata a noi per dono. Non si deve amare per
qualche strategia: ad esempio, mostrarsi remissivi per persuadere il nemico a
rinunciare alla violenza. Anche questo è utile ma il discepolo ama perché non
riesce più ad odiare. È divenuto un altro; in lui traspare un amare che viene
da altrove, dal cielo.
[La persona maturata
nell’amore] se viene perseguitata…, non solo non prova il minimo risentimento
per quelli che le fanno o le vogliono fare del male, ma li circonda di maggiori
attenzioni; e se li vede in qualche travaglio, ne rimane teneramente afflitta,
sino ad essere disposta a far di tutto per sollevarli. Li raccomanda
istantaneamente al Signore, e rinuncerebbe volentieri ad alcune delle sue
grazie affinché Dio le concedesse a loro, ed essi non l’offendessero più (Teresa
d’Avila, Castello interiore, VII,3,5 Opere 950).
Teresa non sta comunicando ciò che si propone di fare né
ciò che intende suggerire ad altri. Mostra ciò che ormai è affiorato in lei e
ciò che è diventata. Nella piena maturazione, il cristiano non è più uno che si
sottomette alla Parola di Dio, lottando contro se stesso, ma è una persona che
è diventata quella parola. La compassione, il perdono, la disponibilità al
servizio diventano un modo di sentire e di vivere spontaneo.
Lo attesta anche Silvano del Monte Athos. Egli non è un
teorico ma un testimone ed attesta più volte di aver conosciuto, nel senso di avere sperimentato, la grazia di Dio o
l'azione dello Spirito Santo: «È molto diverso credere soltanto che Dio esiste,
averne una conoscenza che deriva dalla natura o dalle Scritture, e conoscere il
Signore nello Spirito Santo» (Nostalgia…, ).
La vita del cristiano, infatti, riceve una svolta
fondamentale quando comincia ad affiorare in lui la carità, un sentimento di
compassione universale, rivolta a qualsiasi tipo di disagio, fisico e morale.
In una parola, lo Spirito Santo rende il credente simile al Signore: «Chi ha
conosciuto Dio nello Spirito Santo… assomiglia al proprio maestro, Cristo
Figlio di Dio, e gli è diventato simile» (Nostalgia..., 63).
Lo Spirito Santo insegna particolarmente l'amore per i
nemici. Silvano insiste molto su questo tema:
«L'anima non può avere pace se non pregherà per i nemici… Il Signore mi ha
insegnato ad amare i nemici. Senza la grazia di Dio non possiamo amare i
nemici, ma lo Spirito Santo insegna l'amore e allora avremo compassione perfino
dei demoni, perché si sono staccati dal bene, hanno perso l'umiltà e l'amore
per Dio» (Nostalgia..., 144).
L'amore per i nemici non è inteso come un gravoso dovere,
ma come una grande opportunità: «Vi imploro, provate! Se qualcuno vi offende o
vi disprezza o vi prende ciò che è vostro o perseguita la Chiesa, pregate il
Signore dicendo: “Signore non tutti siamo creature; abbi pietà dei tuoi servi e
volgili al pentimento”, e allora, sensibilmente, porterai la grazia nella tua
anima».
Questo sentimento non sorgerà all’improvviso ma sarà
l’esito di un lungo tirocinio: «All'inizio costringi il tuo cuore ad amare i
nemici e il Signore, vedendo le tue buone intenzioni, ci aiuterà in tutto e
l'esperienza stessa ti istruirà. Ma chi pensa male dei nemici, in lui non c'è
amore di Dio né l'ha mai conosciuto» (Nostalgia..., 144).
Assenza di giudizio
Connesso all’amore per i nemici, l’amico di Cristo
vive un sentimento verso gli altri che è caratterizzato da una radicale assenza
di giudizio nei confronti di qualsiasi uomo:
«In che cosa consiste la purità della mente verso il nostro prossimo? In
questo: che non lo giudichiamo mai, ma che sempre l'onoriamo e lo reputiamo
pietoso e onesto, perché la vera purità verso il prossimo è nell'amarlo con Dio
e per Dio e non dirne male, ne nuocergli con la bocca o con il cuore. Questa è
la vera osservanza dei comandamenti divini» (La purità…, 51)
Silvano, in seguito al dono dell'amore, ha sentito
germogliare in lui un profondo sentimento di umiltà e con l'umiltà con un senso
di pace, anche questo profondo e totale.
«Lo Spirito Santo crea in noi l'umiltà. Essa consiste, nel suo aspetto più
profondo, nel ritenere se stessi peggiori di tutti: l'anima sana ama l'umiltà,
come le ha insegnato lo spirito; e anche se ancora non lo conosce, si considera
tuttavia la peggiore di tutti» (Nostalgia..., 60).
Non si tratta di una valutazione di merito ma di un
sentimento autentico suscitato dalla grazia, a prescindere da qualsiasi reale
classificazione. La persona umile si colloca all'ultimo posto con spontaneità.
«Non credere di aver fatto profitto nella perfezione se non ti tieni per lo peggiore di tutti, e se non desideri di esser posposto a tutti. Così hanno fatto tutti i santi. Si consideravano i maggiori peccatori del mondo, e si meravigliavano di come la terra li sostenesse e non si aprisse loro sotto i piedi; e ciò lo dicevano con vero sentimento… Chi è vero umile, venendo umiliato più s'umilia. Sì, perchè il vero umile non mai crede di esser umiliato abbastanza quanto merita» (de Liguori, Pratica…, 118).
Rinnegamento di sé
Il credente può cominciare ad amare Dio spinto da motivi
d’interesse; in questa fase, forse, è interessato ancora più a se stesso che a
Dio. In seguito s’impone un altro tipo di motivazione poiché l’amare esige la
purificazione e il distacco da sé. Chi ama davvero, è capace di dimenticarsi;
comincia quasi a non esistere più.
Teresa d’Avila, osservando ciò che vedeva accadere in se stessa, si è accorta
che ormai agiva soltanto per amore di Dio, dimentica d’ogni suo vantaggio:
«Innanzitutto il non pensare a se stessi fino a dimenticarsi di esistere…
né si ricorda come per lei ci sia cielo, vita, gloria, impegnata com’è
nell’ottenere quella di Dio» (Tutte le opere, 1463)
Non si tratta di un invito all’autodistruzione ma di una
sollecitazione non vivere più per se stessi, nella ricerca dei propri vantaggi,
ma di vivere per Dio e per la salvezza degli altri. Così scopriamo meglio il
significato della proposta evangelica del rinnegamento di se stessi. Di
conseguenza, il vero discepolo, pur desiderando la comunione piena con Cristo
in cielo, è disposto a vivere qualsiasi travaglio sulla terra, se questa
sopportazione viene a vantaggio del Vangelo:
Pur sapendo, come sanno, che la dipartita dell’anima dal corpo porta ad un
godimento maggiore di Dio, non ci fanno caso e neppure pensano alla gloria dei
santi… Scoprono la loro gloria nel potere servire in qualche cosa il
crocefisso» (Teresa d’Avila, Tutte le opere, 1465)
È possibile allora guadagnare,
quindi, una vera gratuità d’amore.
Conclusione
Ora possiamo fare nostra l’esperienza di Gesù: «Tutta la
ricchezza di Cristo è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno.
Non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi… Tutto ciò che ha vissuto, egli
fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. Con
l’incarnazione si è unito in certo modo a ogni uomo» (CCC 519 e 521). Egli,
l’unico vero Figlio di Dio, si è fatto uomo, affinché gli uomini diventino
figli di Dio.
Soltanto chi accetta di
diventare una proprietà del Signore, lo guadagna anche come tesoro
inesauribile. Quando ci proponiamo di non vivere più per noi stessi (in balìa
nostro egoismo), quando ci disponiamo (finalmente) a non essere più nostri, ma
del Signore, allora possiamo far nostra tutta la ricchezza di Cristo. «Cristo,
infatti, quelli che lega a sé li libera, e quelli che stringe fortemente a sé,
li scioglie» (Ambrogio, Commento sui salmi, 45,17). Finché vogliamo vivere senza Cristo, perdiamo Cristo ma
perdiamo anche noi stessi.
Quando smettiamo di essere
noi stessi, i peccatori di sempre, diventiamo finalmente noi stessi. «Chi viene
meno a se stesso per unirsi alla Forza, perde ciò che gli è proprio per
ricevere ciò che è eterno» (Ambrogio, Commento al Salmo 118, XI,7).
A Donato. A Diogneto
Testimonianze
In questa parte osserviamo in quali modalità sia comparsa
l’azione dello Spirito Santo nella vita del credente e quali risultati abbia
prodotto la carità, infusa dallo Spirito. Più che esporre i doveri del
cristiano, voglio mostrare ciò che egli può diventare, che cosa può accadere in
lui. Si tratta di ascoltare il canto nuovo che i redenti hanno appreso,
rendendo candide e luminose le loro vesti nel sangue dell’Agnello.
Comincio
con l’esporre due testimonianze che provengono dal cristianesimo più antico.
A Donato
Nella
tradizione cristiana primitiva, evangelizzare significava, in primo luogo,
mostrare, nella concretezza, la novità assoluta del Vangelo. Gli
evangelizzatori erano in primo luogo dei testimoni che offrivano allo sguardo
dei loro interlocutori lo stile della vita cristiana, percepita come
un’esistenza paradossale, ossia tale da suscitare stupore: «Vivendo in città
greche e barbare, adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel
resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente
paradossale» (A Diogneto, 63).
Chi
li incontrava, si trovavano di fronte ad una novità irritante ed affascinante.
Irritante perché il modo sentire comune a cui era abituati era sconvolto;
affascinante perché, nello stesso tempo, percepivano un valore indiscutibile in
ciò che veniva proposto:
«I pagani nell’ascoltare dalla vostra bocca le parole del Signore le
ammirano perché belle e grandi. Quando da noi ascoltano che Dio dice: Non c’è
merito per voi se amate quelli che amano, ma c’è merito se amate i nemici e
quelli che vi odiano, ammirano il massimo della bontà» (Seconda lettera ai
Corinti, I Padri Apostolici 224).
Come
avveniva l’annuncio? Il messaggio passava di bocca in bocca, tramite
l’entusiasmo di chi aveva creduto e sperimentato la vita cristiana. Lo attesta
questa testimonianza: Cipriano, convertito da poco, narra la sua vicenda
all’amico Donato, rimasto ancora pagano ma aperto verso il cristianesimo. Non gli espone i dettagli di cronaca
della sua conversione ma il contenuto essenziale suo cammino interiore. Vuole
che l’amico possa ritrovarsi nella descrizione della sua vicenda. Venuto a
sapere che era possibile intraprendere una nuova esistenza, si chiedeva tra sé
se era realmente possibile un cambiamento radicale, una autentica novità di
vita: «Ritenevo estremamente difficile e duro per le mie abitudini d’un tempo
ciò che la misericordia divina mi prometteva per condurmi alla salvezza»
(Donato, 81). La proposta del Vangelo affascinava il giovane ma gli sembra
troppo arduo il passo e impossibile conseguire l’obiettivo desiderato.
Descrive
gli allettamenti che distolgono da una vita sobria, dai quali in parte si era
lasciato trascinare e nei quali anche il suo interlocutore si era lasciato
coinvolgere: pranzi succulenti, abiti preziosi, l’ansia di conquistare una
posizione di prestigio, il bisogno di divertimenti: «... il vizio del bere,
stimola; la collera, infiamma; l’avidità, tormenta; la crudeltà, stimola;
l’ambizione affascina; la passione travolge» (Donato, 83). Per un certo
periodo, dubitò di poter trovare la libertà. Pensò che i mali compiuti,
costituissero la sua identità immutabile.
Fu
per lui una sorpresa la potenza della grazia, sperimentata in seguito al
battesimo. Cipriano rivela all’amico l’evento accaduto, non delle semplici
teorie o vaghe speranze. L’infamia venne spazzata via; una nuova luce,
proveniente dall’alto, si riversò nell’animo ormai purificato. I dubbi si
chiarirono, diventò possibile compiere ciò che prima gli sembrava impossibile:
«Cominciava ad appartenere a Dio, ciò che ormai era animato dallo Spirito»
(Donato, 85).
Il mutamento vissuto presuppone che
Cipriano fosse animato da una convinzione di fede solida e da una generosa
corrispondenza alla grazia, ma egli dirige la sua attenzione sull’agire di Dio;
non evangelizza se stesso ma vuole essere testimone della misericordia
ricevuta: «Appartiene a Dio, dico, a Dio, tutto ciò che possiamo fare. Grazie a
Lui viviamo, grazie a Lui siamo forti, grazie a Lui abbiamo accolto
quell’energia che qui nel mondo ci permette di riconoscere in anticipo gli
indizi della vita futura» (Donato, 85-86).
Dopo
aver narrato in sintesi la sua vicenda, cerca di portare l’amico a riflettere
sulla situazione morale in cui versava la società. Sapendo che Donato, anche se
ancora pagano, non era una persona corrotta e degenerata, comincia a puntare
l’indice contro le consuetudini sociali più riprovevoli, che avevano già
suscitato il disgusto d’entrambi. Nè la religione pagana né la cultura
greco-romana erano riuscite a liberare la società da azioni turpi e violente,
anzi le avevano confermate. Il confronto tra cristianesimo e paganesimo non
avviene a livello della riflessione filosofica, dove anche quest’ultimo aveva
raggiunto delle aspirazioni molto nobili, ma a livello del comportamento delle
masse abbandonate al loro degrado. Cipriano affianca l’amico nella riprovazione
dei giochi gladiatorii. L’abilità retorica accentua il disgusto morale: «Si
prepara il gioco dei gladiatori perché il sangue diletti la folle brama di
occhi crudeli... Si uccide l’uomo per il piacere dell’uomo e diventa arte il
saper uccidere: non solo si compie ma si insegna il delitto» (Donato, 93).
L’interesse di questa denuncia non sta soltanto nella riprovazione di una
consuetudine disumana, ma nel fatto che la persona convertita al Vangelo, non
si rinchiude nell’ambito del privato, non si limita a godere della propria
liberazione personale ma si prende a cuore l’intera società. Non si isterilisce
nella semplice condanna ma diventa fermento di rinnovamento facendo leva sul
desiderio di bene presente in ogni uomo, anche in quello più degradato.
Passa
in rassegna tanti altri comportamenti riprovevoli ai quali posso soltanto
accennare: la rappresentazione teatrale di fatti crudeli od osceni. Spesso le
divinità diventano incentivo all’immoralità: Venere sfrontata, Marte adultero,
Giove pederasta. «Imitano gli dei che adorano; per quegli infelici anche le
regole della loro religione diventano incitamento al delitto» (Donato, 97).
Denuncia la corruzione nei tribunali; la virulenza con cui si abbatte l’avversario
ma anche la crudeltà del giudice, l’amoralità dell’avvocato, l’uso della
tortura (Donato, 99-101).
Cerca
di rendere consapevole l’amico dell’incoerenza morale manifestata dagli stessi
pagani: da una parte compiono il male e si giustificano, dall’altra accusano
gli altri di fare le medesime malvagità, già compiute anche da loro. «Alla luce
del sole sono accusatori; in privato, colpevoli.... condannano fuori ciò che
compiono dentro, concedono volentieri ciò di cui accusano gli altri, purché sia
concesso pure a loro» (Donato, 99). Uno strumento efficace di evangelizzazione
era quello di risvegliare l’amore del bene e il disgusto del male. Soltanto
l’adesione alla novità di Cristo diventava, per esperienza, una forza
liberatrice. Il cristianesimo valeva perché era una medicina efficace, l’unico
ritrovato sicuro per garantire un comportamento veramente umano. Il fatto che
molti, pur avendo creduto in Cristo, almeno in apparenza, fossero caduti di
nuovo nel male dal quale sembravano liberati definitivamente, non era in grado
di smentire la testimonianza biografica di Cipriano: chi crede davvero in
Cristo e corrisponde al suo dono di grazia, può sperimentare una liberazione
totale e definitiva. A volte ciò avveniva in mondo repentino, altre volte richiedeva
tempo e la necessità di affrontare una dura lotta, ma il risultato era sicuro.
Cipriano
non si limita ad attestare a Donato la possibilità di uscire dal male ma anche
quella di godere di un’esistenza piena. Lo avverte che ora sta godendo di una
tranquillità placida e sicura, e gli ricorda che il tesoro più sublime dimora
all’interno della coscienza. Possiamo godere dei doni della generosità di Dio
perché il suo dono è gratuito e facile da ottenere: «Come il sole
spontaneamente riscalda, la sorgente sgorga, la pioggia bagna, così si effonde
lo spirito celeste» (Donato, 113)
L’ultimo
tratto dello scritto è un invito a sperimentare personalmente ciò che Cipriano
ha già conosciuto. Non deve dipendere dalle esortazioni dell’amico ma può
diventare a sua volta un testimone: «Mantieni la preghiera o la lettura
continua (dei libri biblici). Ora sii tu a parlare con Dio, ora sia Dio a
parlare con te. Egli ti istruisca, Egli ti educhi. Nessuno renderà povero colui
che Egli ha reso ricco» (Donato, 117).
A Diogneto
Una
seconda testimonianza di rilievo di come avveniva l’evangelizzazione, la
troviamo nella lettera a Diogneto. Non conosciamo né l’autore, né il
destinatario e neppure la datazione precisa dell’opera. Sappiamo soltanto che è
uno scritto appartenente all’epoca cristiana più antica.
Secondo
l’autore dello scritto, il cristianesimo non è una scoperta degli uomini e non
appare come una dottrina filosofica elaborata da qualche pensatore. È una
realtà che presenta dei caratteri paradossali, aspetti contrastanti (anche se
non opposti) che danno origine ad una tensione inesausta e benefica. Ad
esempio, il cristianesimo appartiene appieno a questo mondo ma è estraneo ad
esso. I cristiani, vivendo in questo modo con le medesime necessità degli
altri, hanno un’origine divina, tendono uno stile di vita divina, hanno una
destinazione divina. «Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano
a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni terra
straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera» (Diogneto, 63).
Seguono poi alcune esemplificazioni di carattere pratico. L’autore riferisce
circa le nome di vita abbracciate dal cristiano: «Si sposano come tutti e
generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il
letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne» (Diogneto, 63).
Fin
qui il comportamento del cristiano può essere definito paradossale (o degno di
stupore) in quanto rende possibile attuare un’integrità di vita, un’onestà
autentica, che era obiettivo comune a tutti. Il tenore paradossale del
cristianesimo, tuttavia, appare con maggior vigore la dove fa trasparire la
luminosità propria del messaggio evangelico, la dove sia realmente attuato:
«Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano
tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti e vengono
condannati... Sono ingiuriati e benedicono...» (Diogneto, 65).
L’autore
prosegue usando la celebre immagine del cristianesimo come anima del mondo
(Diogneto, 65-67). L’autore attinge ad una antropologia di carattere dualistico, in quanto la relazione
tra anima e corpo è intesa anche in termini di ostilità reciproca.
Al
di là di questi aspetti più problematici, ciò che appare utile anche per noi,
nel tempo presente, è l’invito ad assumere una responsabilità nei confronti del
mondo: i cristiani, partecipando alla vita comune, devono perfino sostenere il
mondo; anzi hanno un compito a favore degli uomini al quale non devono
sottrarsi: «Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito
abbandonare» (Diogneto, 67). Questa convinzione, soprattutto se rapportata con
le difficoltà che essi dovevano affrontare in quel tempo, è del tutto
impressionante: «Non vedi che, gettati alle fiere perché rinneghino il Signore,
non si lasciano vincere? Non vedi: quanto più sono puniti, tanto più crescono?
Questo non è opera dell’uomo, ma è potenza di Dio, prova della sua presenza»
(Diogneto, 69-71). Avendo una responsabilità nei confronti degli uomini, i
cristiani non devono mai lasciarsi vincere, abbandonare la loro opera, vinti
dallo scoraggiamento. In che cosa consiste la responsabilità del cristiano
verso la società? Non si limita soltanto a fornire cittadini onesti o ad
avvalorare i beni morali, ma a conservare la figura di Cristo, la sua memoria e
la sua presenza. Il dono dei cristiani agli uomini è donare il Signore Gesù,
evitando di rinnegarlo. Si proponevano questa missione, quanti, piuttosto che
rinnegarlo, preferivano affrontare una morte crudele.
Infatti
chi è Gesù? Perché è così prezioso? Egli costituisce il massimo dono di Dio
agli uomini, «la verità, la parola santa e incomprensibile», apparsa tra gli
uomini ma infusa anche nei loro cuori (Diogneto, 67).
Il
regno di Dio si differenzia nettamente da quelli umani poiché Egli non viene
per imporre una tirannide, non vuole incutere paura e ottenere degli adoratori
forzati. Dio mandò il Figlio «come chi salva, per persuadere, non per fare
violenza. A Dio non si addice la violenza. Là mandò per chiamare non per
perseguitare» (Diogneto, 69).
Comincia,
poi, ad addentrarsi nell’esposizione della fede cristiana. A questo punto
emerge una preoccupazione che dovrebbe rimanere fondamentale per chi s’accinge
ad intraprendere un’opera di evangelizzazione in qualsiasi epoca. Essa consiste
nel far conoscere agli uomini la forza della bontà di Dio e la singolarità del
suo amore. Bisogna prendere mosse da questo punto capitale, enuclearlo con
precisione, evidenziarlo; solo in seguito si dovrà esporre tutti gli elementi
della dottrina cristiana, di per sé piuttosto elaborati, mostrandoli come siano
parti essenziali d’un disegno fondamentale, riassumibile nel termine amore di
Dio per noi.
«Dopo
che la nostra ingiustizia giunse al colmo e fu dimostrato che come risultato
spettava il castigo e la morte, venne il tempo che Dio aveva stabilito per
manifestare la sua bontà e la sua potenza. Non ci odiò, non ci respinse, non si
vendicò» (Diogneto, 73-75). Solo ora l’autore presenta il motivo per il quale i
cristiani devono assumersi la responsabilità nei confronti degli altri uomini,
quand’anche risultassero malvagi. Essi imitano l’agire di Dio il quale,
vedendoci sprofondati nel male, non soltanto ci sopportò ma si addossò i nostri
peccati. Egli non si propose solamente di usare pazienza, ma volle modificare
realmente la triste situazione degli uomini. Decise allora di mandare il
proprio Figlio per farsi carico dei nostri mali e comunicarci i suoi beni
divini. Significativo che venga attribuita a Dio la disponibilità ad addossarsi
i nostri peccati, un sentimento che, genere, viene assegnato soltanto a Gesù.
Il
risultato di tutto questo impegno sarebbe quello di renderci persuasi del suo
amore: «Ha voluto che ci fidiamo della sua bontà e lo consideriamo nostro
sostentatore, padre, maestro, consigliere, medico, mente, luce, onore, gloria,
forza, vita, senza preoccuparsi del vestito e del cibo» (Diogneto, 75).
Dopo
avergli fatto conoscere questo progetto, promette a Diogneto un futuro radioso:
«Conosciutolo hai idea di quale gioia sarai colmato?» (Diogneto, 77). Egli si
assumerà il compito di diventare imitatore della sua bontà.
L'amore nell'esperienza umana
Le forme dell’amore
L’amore è la caratteristica del cristiano. Ma che cosa
significa amare? Vediamo, in un primo passo, che cosa sia amore nella vita
umana.
È desiderio di bene. È un’inclinazione, una tendenza, un
orientamento al bene. Ogni essere, infatti, cerca ciò che gli è conveniente ed
aspira ad ottenerlo.
Il bene però non è univoco ma molteplice. Esiste un bene
sensibile e un bene di carattere più spirituale e quindi anche i desideri che
mirano ad ottenere questi beni sono diversificati.
C’è un desiderio naturale che ci spinge a ciò che è il
nostro bene sensibile, un appetito
avvertito da noi senza che noi lo abbiamo introdotto in noi. Ad esempio,
«esiste un appetito naturale verso il cibo e un appetito naturale verso la
procreazione. Esiste anche un appetito naturale che ci fa tendere alla verità,
e quello che ci ordina al nostro pieno sbocciare, alla nostra felicità» (M. D.
Philippe, 105).
C’è anche un desiderio spirituale che emerge a partire dalla
nostra tendenza alla verità. Il bene spirituale presuppone un libero giudizio
ed attiva la nostra volontà. Questo tipo di desiderio compare, ad esempio,
nell’impegno culturale o nella lotta contro l’ingiustizia.
Per il credente c’è molto di più: il bene spirituale
corrisponde al tesoro che viene dischiuso dalla fede. Se esiste una tendenza
naturale al cibo o alla procreazione, esiste anche una tendenza naturale alla
comunione con Dio, perché soltanto Dio può costituire il bene sommo che
soddisfa la nostra sete di felicità. L’orientamento a Dio, tuttavia, non è qualcosa
di istintivo ma è frutto di una riflessione e di una decisione libera. Si
innesca nel nostro desiderio spontaneo di verità e di felicità, ma implica un
percorso dove esercitano un ruolo decisivo la ragione e la volontà. L’amore per
Dio è il massimo a cui può giungere il nostro appetito umano.
La scelta di Dio avviene nell’atto di fede. Nel suo fondo,
quest’atto significa mi affido a questo Signore che mi è venuto incontro e si è
fatto conoscere per poter donarsi a me. La relazione di fede è simile a quella
sponsale.
Un salmista dichiara: «Ho detto a Dio: il mio Signore sei
Tu; solo in te è il mio bene» (Sal 16,1). Questa dichiarazione del salmista
rappresenta un modo magnifico di confessare la fede. Solo in te è il mio
bene… vale a dire, se mi mancassi Tu, non
avrei più nulla; per quanto ricchi possano essere tutti gli altri possessi,
perderebbero tutti valore e consistenza. «Dio è assai ricco di beni per tutti
quelli che lo invocano, ma non ha da dare nulla di meglio di se stesso»
(Bernardo, Il dovere…,140).
I sentimenti che il salmista rivolge a Dio sono i medesimi
che un innamorato rivolgerebbe all'amata poiché, se manca la relazione d’amore,
nessun possesso appaga. Dio, poi, può conquistare il cuore molto di più di
qualsiasi creatura di rara bellezza.
«Il cuore umano tende a Dio per inclinazione, senza sapere
veramente chi sia; ma quando lo trova alla fonte della fede, e lo scopre così
buono, bello, dolce e così amabile verso tutti e così disposto a donarsi a
tutti coloro che lo vogliono, quanta contentezza e quanti santi movimenti
[sgorgano] nello spirito, per unirsi per sempre a quella bontà così sommamente
amabile! Finalmente ho trovato, dice l'anima così toccata, ho trovato colui che
desideravo, ed ora sono contenta» (de Sales, Trattato…, 233.
De Sales non esita a paragonare la scoperta
della bellezza di Dio all’esperienza umana dell’innamoramento:
Come Giacobbe, vista la bella Rachele, scoppiava in lacrime
di dolcezza per la felicità che provava, così il nostro povero cuore, avendo
trovato Dio, si fonde poi nella dolcezza dell’amore, per il bene infinito che
vede in quella bellezza»(ibidem).
Quella del de Sales non è una testimonianza unica.
«Quando l'anima conosce l'amore di Dio nello Spirito Santo, allora sente
chiaramente che il Signore è nostro padre, il più vero il più vicino, il più
caro, il migliore, e che non c'è felicità più grande dell'amare Dio con tutta
la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima, come ha comandato il Signore,
e amare il prossimo come se stessi» (Silvano dell’Athos, Nostalgia…, 138).
Lo psichiatra V. Andreoli, studiando il fenomeno della
relazione d’amore nell’ambito profano e in quello religioso, ha dedotto che la
relazione con Dio «è forse l’unico caso, l’unica relazione in cul l’amore non
viene mai deluso, e può presentarsi come un’esperienza di fenomeni acuti che si
prolungano nel tempo senza alcun consumo» (L’alfabeto delle relazioni, 184).
La maturazione dell’amore
Ogni esperienza d’innamoramento presenta aspetti positivi e
problematici. Anche l’amore per Dio richiede spazi di maturazione, di
purificazione e di correzzione.
L’amore appassionato è in sé un bene, ma non è privo di
ambiguità e può trasformarsi perfino in una realtà negativa. Può diventare un
tentativo di accaparramento:
«Vi è qualcosa di molto ambiguo quando è rivolto ad una persona, dato che
corriamo il rischio di amarla non più come persona, ma come un bene sensibile
che ci rallegra che ci fa sbocciare; allora significa che cerchiamo noi stessi
attraverso la passione. L'amore passione provoca così una sorta di egocentrismo
dalla potenza straordinaria, di che del resto è proprio nelle passioni: fanno
si che riportiamo tutto a noi» (M. D. Philippe, 105).
L’istinto passionale è soltanto un punto di partenza. La
passionalità non deve essere abolita ma integrata in una prospettiva più ampia
e trasformarsi in benevolenza e oblatività.
Sono molte le forme di amore immaturo anche all’interno
della fede religiosa. Il dono d’amore (apparente) di un donatore può
trasformarsi in veleno per il destinatario. Ciò avviene quando il destinatario
viene obbligato a trovarsi in uno stato di dipendenza, come se venisse
incollato al donatore. Talora la benevolenza che circola all’interno di un
gruppo può acquisire delle forme settarie. Per questo il Vangelo invita ad
amare anche chi si trova al di fuori del cerchio della fraternità (ed appare
perfino ostile al gruppo d’appartenenza) e a diventare prossimi di ogni persona bisognosa e sofferente. L’amore che
non acquisisce il carattere di universalità può alimentare l’avversione verso
il diverso. Accendere roghi per annientare l’avversario non è affatto una forma
di carità, ma espressione di passionalità istintiva ed egoista.
Ora è proprio un sentimento di gratuità che deve germogliare
in noi. È questo l’amore che proviene dallo Spirito. Benché ogni relazione
d'amore presenti elementi di convenienza, i quali pure contribuiscono ad
incrementare la benevolenza tra coloro che si amano, non è certo l'utilità il
vero fondamento della relazione. L’amare non richiede altra giustificazione
oltre se stesso. Tra gli autori spirituali San Bernardo è stato uno di coloro
che ha maggiormente insistito sul valore della gratuità: «Chi confida nel
Signore non perché è buono con lui, ma perché è assolutamente buono, è colui
che ama veramente Dio in nome di Dio e non in vista di se stesso» (Bernardo, Il
dovere…, 146). In un altro testo dichiara:
Dio non è amato senza ricompensa, anche se deve essere amato senza
prefiggersi una ricompensa. Il vero amore è soddisfatto di se stesso. Riceve
una ricompensa, ma è proprio ciò che costituisce il suo amore. Perché se fai la
figura di amare una cosa in vista di un'altra, quella che ami veramente è
quella a cui tende il fine del tuo amore, non quella che rappresenta il tramite
(Bernardo, Il dovere…, 134-135).
L’uomo, tuttavia, non può essere totalmente gratuito
nell’amare come lo è Dio. Mentre questi non ha bisogno dell’uomo, l’uomo
dipende sempre da Lui e gli è estremamente conveniente relazionarsi con Lui.
Inoltre, l’esperienza d’essere stati protetti e insieme la promessa di una
ricompensa, divenendo un’occasione per scoprire meglio l’amore di Dio per noi,
favoriscono la crescita del nostro sentimento di risposta riconoscente.
In ogni caso, pur se sollecitato da motivazioni di
vantaggio, il credente può corrispondere con uno slancio di gratuità sincera.
Anzi i santi hanno scoperto che il fatto d’amare, già in se stesso, è la più
grande ricchezza:
Niente è più dolce dell’amore; niente è più forte, più alto
o più grande: niente, né in cielo né in terra, è più colmo di gioia, più
completo o più buono: perché l’amore nasce da Dio e soltanto in Dio, al di
sopra di tutte le cose create, può trovare riposo (Imitazione di Cristo, 89).
L’autore poi continua l’elogio dell’amore
evidenziando che solo questo modo di essere ci unifica con Dio:
Chi ama vola, corre lietamente; è libero, e non trattenuto
da nulla; dà ogni cosa per il tutto, e ha il tutto in ogni cosa, perché trova la sua pace in
quell’Uno supremo, dal quale discende e proviene tutto ciò che è buono; non guarda a ciò che gli viene
donato, ma, al di là dei doni, guarda a colui che dona (ibidem)
La beatitudine dell'uomo consiste, quindi, nel partecipare
alla carità che è Dio. Soltanto quando la sua carità ci pervade, possiamo
considerarci salvi e ricolmi d’ogni bene. Non potremo mai possedere una
ricchezza più grande di questa. Soltanto la carità ci colma, diventa
beatitudine e pace. Lo conferma un testo attribuito ad Alberto Magno (De
adhaerendo Deo):
Tutto ciò che abbiamo detto e tutte le cose necessario alla salvezza non
possono essere portate a perfezionamento in modo migliore, più celere e più
vantaggioso, che per mezzo dell'amore. L'amore supplisce a tutto ciò che
potrebbe mancarci per la nostra salvezza e ha in sé l'abbondanza di ogni bene (Alberto
Magno, Accostarsi a Dio, 79).
L’autore di questo scritto, poi, sottolinea come la carità
abbia la facoltà di unirci a Dio:
Soltanto per amore noi ci rivolgiamo, aderiamo, ci uniamo a Dio e ci
trasformiamo in lui, per diventare un unico spirito e godere della beatitudine,
qui nella grazia e lassù nella gloria. L'amore infatti non trova riposo che nel
bene amato, ossia nel possesso pacifico e completo. L'amore ha la virtù di
unire e di trasformare l'amante nell'amato e l'amato nell'amante, affinché l'uno
diventi l'altro… È solo la forza dell'amore che conduce l'anima dalla terra
alle sommità del cielo e nessuno può pervenire alla suprema beatitudine se non
viene sospinto dall'amore e dal desiderio. L'amore è la vita dell'anima, la
veste nuziale, la sua perfezione... (Alberto Magno, Accostarsi a Dio, 79 e 82)
Ho stabilito così l’essenza e il traguardo della vita
spirituale. A questo punto è molto chiaro che amare è un incamminarsi verso
l’Amore restando sempre nel suo sentiero: «… camminate nella carità, nel modo in cui anche
Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio
di soave odore» (Ef 5,2). Ad amare s’impara amando: «… che la vostra carità
cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere
ciò che è meglio» (Fil 1,9-10). Le energie aumentano camminando. Parafrasando
un detto latino, possiamo affermare: [Amor] crescit, eundo. Ciò che in un primo
momento risulta impossibile, col tempo apparirà facile.
In
ogni caso, bisogna cominciare ad operare. La spiritualità non consiste
nell’avere convinzioni profonde, nell’alimentare nobili sentimenti, nel parlare
o nello scrivere di realtà sublimi. È un modo di essere, derivato dal nostro
agire.
Essere ed agire
Vivere da discepoli di Cristo, in primo luogo, è un dono
gratuito. Prima di noi e senza di noi, agisce il Signore da solo, in base alla
sua benevolenza; in un secondo tempo, dobbiamo cooperare anche noi in modo tale
che il suo dono diventi anche un nostro merito. Vediamo ora che cosa ha fatto
il Signore per noi allo scopo di rendere possibile la nostra trasformazione di
vita.
Il primo dono: possiamo diventare cristiani contando sulla
grazia che ci proviene dalla morte di Cristo.
Che significa ciò? Riccardo Bacchelli, nel suo romanzo «Lo
sguardo di Gesù» sviluppa con chiarezza questa proposizione. Il protagonista
della vicenda si chiama Itamar, un nome di fantasia assegnato ad un indemoniato
guarito a Gerasa (Cf. Mc 5). Itamar, liberato dalla possesione diabolica,
otteniene subito la guarigione fisica tanto da poter partecipare di nuovo alla
vita sociale. Vive così una prima rinascita. Non riesce tuttavia a credere in
Gesù, anzi rimane offeso dal fatto che non l’abbia chiamato a far parte del
gruppo dei suoi amici, i discepoli. Rimane sempre inquieto. Conserva il fascino
dello sguardo del Maestro, colpito come lo fissò nel momento di guarirlo, e
perciò continua a cercarlo. Ascolta volentieri la sua predicazione senza,
tuttavia, lasciarsi convincere. Giunge, infine, l’ora decisiva. Presente per
caso al Calvario, al momento della morte di Gesù, Itamar, in modo inaspettato
ed improvviso, perviene alla fede in Lui e, questa volta, intraprende una vita
davvero nuova. Comincia una seconda rinascita, in una modalità ancora più
miracolosa. Morendo anche per lui, Gesù compie per lui ciò che non aveva
ottenuto né con il prodigio della guarigione, né con la predicazione. Itamar è
in fondo una controfigura del ladrone pentito (Cf. Lc 23,42-43). Ciò che accade
a lui vale per ogni altro credente.
Giovanni Crisostomo aveva difeso la medesima intuizione. Ciò
che è accaduto a Itamar, Egli lo vide verificarsi in Paolo apostolo: «Vi dicevo
come tutti i miracoli che hanno seguto la croce siano stati più grandi di
quelli che l’anno preceduta. Miracolo più grande di tutti gli altri è quello di
Paolo, che si è avvicinato a Cristo dopo la sua passione… Se Cristo non fosse
risorto, chi avrebbe attirato a sé un uomo così ostile e furioso?» (De
mutatione nominum,I, PG 51,120,5).
La morte di Cristo produce vita; rende possibile il perdono
dei peccati ma anche la loro eliminazione dalla vita degli uomini. Il libro
dell’Apocalisse afferma che i salvati lavano le loro vesti e le rendono
candide nel sangue dell’Agnello (Cf. 7,14).
Cristo Cristo è apparso «per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). È un
evento accaduto al passato che esercita il suo influsso in ogni epoca. Ogni
giorno il Risorto riprende a rinnovarci perché usufruiamo del tesoro spirituale
accumulato dalla sua morte. «Cristo apparve come nuovo ed era antico e sempre
diviene nuovo nei cuori dei fedeli» (A Diogneto XI,4). Il
cristianesimo inizia da un dono ricevuto e non da uno slancio etico; Cristo
infonde in noi la sua luminosità – grazie alla fede e al battesimo – e solo in
seguito possiamo sviluppare ciò che abbiamo ricevuto all’inizio, senza alcun
merito.
Un secondo dono. Vivere da discepoli di Gesù non è un
fatto ovvio ma un frutto dello Spirito, che, a sua volta, è il primo frutto
della Pasqua.
«… il cristiano è tale per la partecipazione allo spirito di Gesù Cristo
[...] Lo Spirito è la somiglianza con Gesù e con i suoi modi di comportarsi.
Viene chiamato Spirito di Gesù, perché Gesù ce l'ha meritato affinché venisse a
dimorare in noi e, dimorando, ci spingesse e ci infiammasse di continuo
nell'abbracciare la sua dottrina, nell'imitare la sua vita e ci fortificasse
con il suo aiuto. Inoltre è la partecipazione e la somiglianza che abbiamo con
Gesù Cristo e con tutti i suoi modi di comportarsi» (J-B Saint-Jure, L’uomo
spirituale, 21 passim).
La
buona volontà, per quanto possa essere fervente, risulterà sempre del tutto
insufficiente a liberare l’uomo dal male e a generare in lui la carità.
Tuttavia Dio, quando osserva che il credente si impegna con tutte le sue forze,
viene in suo soccorso e gli comunica la pienezza dei doni dello Spirito, così
che possa conseguire il fine sperato. «Soltanto la potenza divina è in grado di
sradicare il peccato e il male... Lottare, combattere, dare e ricevere colpi è
compito tuo, ma sradicare il male spetta a Dio» (Pseudo-Macario, Discorsi, 166). L’operare virtuoso
del credente, agli inizi della conversione, è già frutto dello Spirito operante
in noi, ma anche attesa di un’azione dello Spirito ancora più vasta e decisiva.
Terzo dono: lo Spirito infonde in noi la carità. La carità è
stata la caratteristica fondamentale della persona di Gesù ed è la virtù
principale suggerita al suo discepolo. La carità non è un sentimento ma un
agire che si conforma alle parole autoritative di Gesù (o comandamenti).
Credere che Gesù sia il Signore, ci sprona ad accogliere la sua dottrina.
Può accadere, però, che alcuni suoi insegnamenti non solo
vengano respinti da chi non crede in Lui, ma non vengano accolti neppure da chi
ha cominciato a seguirlo e ritiene di essere cristiano. Cristo cresce in noi e
nella nostra vita, con gradualità.
Da un lato, l’obbedienza reale alla sua parola è il segno di
quanto Egli sia cresciuto in noi; dall’altro la luce e la forza che ci vengono
dall’obbedire a ciò che abbiamo già compreso, ci aiutano ad accogliere ciò che
ancora respingiamo. Un agire retto ci aiuta a capire meglio.
Accade che, quando un cristiano interrompe la relazione con
il Signore, per un certo tempo possa ancora ispirare il suo agire agli
insegnamenti che lo avevano animato fino a quel momento. Col tempo però sarà
l’egoismo a prevalere. Una bottiglia svuotata conserva ancora per un po’ il
profumo del liquore che conteneva ma col tempo il buon odore si disperde.
Vivere la carità non obbliga di
per sé ad eroismi. Questo in via normale. A volte la situazione storica obbliga
a scelte rischiose (pensiamo ai giusti che hanno salvato gli ebrei durante la
persecuzione nazista, rischiando la vita; ai magistrati che hanno affrontato la
mafia…). Normalmente, però, la carità ha una valenza quotidiana e corrisponde
al tentativo di vivere una relazione positiva con gli altri, rintuzzando
l’orgoglio, il risentimento, la sfiducia, l’invidia.
Il dono che il cristiano riceve non è destinato soltanto a
lui. Egli vive rettamente per far risplendere la gloria di Dio nel mondo, per
attirare altri, in modo misterioso, al bene, anzi a Dio. Sa di avere una
responsabilità nei confronti della comunità cristiana e nei confronti del
mondo. Se i suoi peccati corrompono la comunità, al contrario, i suoi atti
d’amore la rinvigoriscono. La ricerca della santità non si muove soltanto
nell’ambito del privato, ma ottiene una risonanza per tutta la Chiesa e per
tutto il mondo.
mercoledì 31 ottobre 2018
BEATITUDINI
Con l'annuncio delle beatitudini, Gesù ci svela il suo cuore, ci rende partecipi della sua intimità e del segreto della sua vita.
In fondo ci mostrano la sua relazione verso Dio e verso gli uomini. Parlando di sé, non ha detto sono povero in spirito ma ha usato un'espressione equivalente: Io sono mite e umile di cuore. Non ha detto: sono affamato di giustizia ma ha precisato: mio cibo è fare la volontà di Dio; ha esercitato la misericordia, la mitezza, ha pianto, ha subito la persecuzione.
Nonostante avesse avuto una vita travagliata, ha detto che godeva di una grande gioia e di una grande pace. Esultava nello Spirito Santo.
Ora che è Risorto apre a noi la possibilità di partecipare al suo modo di pensare e di essere.
Il cristiano non è uno che deve sottomettersi a tante regole, ad un'infinità di norme. Non è condannato ad una vita triste, coartata dai doveri e dalle responsabilità. Piuttosto è un albero e, al modo di una pianta, può produrre una grande quantità di frutti di un solo genere. Un melo produce soltanto mele; un susino, soltanto susine; un fico, soltanto fichi. Un albero non si sente oppresso dal dover produrre; anzi la vastità del sua produzione segnala il suo vigore.
Ho detto che il cristiano è un albero perché è un germoglio innestato in Cristo Gesù. Egli produce l'opera di Cristo. Si può anche dire: produce l'opera dello Spirito Santo; oppure produce l'opera della carità. Produce soltanto il genere di opere che lo Spirito gli fa fare.
Nelle situazioni della vita gli viene spontaneo essere mite con gli altri, affabile, pronto al perdono, misericordioso, desidero di compiere il volere di Dio anche se, nel fare questo, venisse osteggiato.
Per chi vive in relazione con Cristo e si trova innestato in lui, sarebbe faticoso fare il contrario di quello che ha fatto Cristo. Per la persona santa sarebbe un sacrificio oneroso darsi all'avarizia, al risentimento, all'impurità, lasciarsi dominare dal denaro. Come un fico non sarebbe capace di produrre susine, così il cristiano vero non riuscirebbe a fare ciò che altri fanno, nascondendo quelle opere di cui si vergognano.
Adesso siamo salvi soltanto nella speranza. Noi saremmo figli di Dio in pienezza quando parteciperemo in pienezza alla gloria del Risorto. Intanto però possiamo godere la beatitudine. Non è ancora la piena felicità o la gioia completa ma è già un anticipo della vita eterna. Infatti esiste nella fede questa legge naturale: quanto più ci doniamo a Dio, tanto più Egli si dona a noi. Quanto più perdiamo noi stessi per amore di Lui, tanto più Egli ci recupera. Quanto più ci svuotiamo del nostro egoismo, tanto più ci colma di sé.
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