Parlando di Cristo come Sommo Sacerdote, l’autore della Lettera lo qualifica con due aggettivi: misericordioso e degno di fede. Questi aggettivi non esprimono virtù individuali, come ad esempio il coraggio, la pazienza ma attestano che Egli divenne adeguato al suo compito di sacerdote.
Degno di fede riguarda la capacità di mettere il popolo in relazione con Dio. Egli è accreditato presso Dio e può svolgere il suo compito in modo del tutto adatto. L'Autore lo dice esplicitamente nel versetto 17: degno di fede per i rapporti con Dio.
Misericordioso esprime evidentemente la capacità di comprensione, di compassione, di aiuto fraterno per il popolo di Dio. Se qualcuno fosse pieno di compassione per i fratelli, ma non fosse accreditato presso Dio, non potrebbe esercitare la mediazione sacerdotale, stabilire l'alleanza. Dal punto di vista religioso la sua compassione sarebbe sterile. Ma anche un uomo accreditato presso Dio a cui mancasse il legame di solidarietà con i fratelli non potrebbe stabilire l'alleanza. La sua posizione autorevole non sarebbe a vantaggio dei fratelli, sarebbe un ostacolo. Quello che è fondamentale per il ministero della Nuova Alleanza è l'unione di queste due capacità di relazione.
In Cristo tale unione è assicurata pienamente dal fatto che Egli è assunto alla gloria per mezzo della passione, cioè per mezzo della sua solidarietà completa con noi. È diventato pienamente autorevole grazie alla sua misericordia sconfinata.
L'Autore nomina prima la misericordia e poi l'autorevolezza, ma per lo sviluppo procede nell'ordine inverso: "Perciò, fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene lo sguardo in Gesù, l'apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è degno di fede per colui che l'ha costituito».
L'Autore ci invita a contemplare Gesù come è ora, non come è stato nel passato. Gesù glorificato si rivela pienamente degno di fede (pistos). Non si tratta qui della fedeltà di Gesù nei confronti di Dio, una qualità che Gesù ha effettivamente posseduta nel passato, di cui non possiamo dubitare, ma di una qualità che Egli possiede adesso in quanto glorificato. Gesù è sommo sacerdote degno di fede per i rapporti con Dio (2,17) e (3,2) degno di fede per colui che l'ha costituito, cioè è stimato da Dio nell'esercitare il suo compito.
Gesù misericordioso
Abbiamo considerato la prima qualità sacerdotale di Cristo, la sua assoluta affidabilità e autorevolezza. Meditiamo ora sulla seconda qualità sacerdotale di Gesù: la Misericordia. "Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità essendo stato lui stesso provato in ogni cosa a somiglianza di noi, escluso il peccato" (4,15). Questa dichiarazione è seguita da una breve esortazione molto incoraggiante: "Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno". Siamo invitati ad accostarci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia".
Le due qualità sacerdotali, l’essere degno di fede e l’essere misericordioso in Cristo si completino a vicenda: Cristo, degno di fede, richiede la nostra adesione di fede. Cristo compassionevole suscita la nostra fiducia. Se Egli fosse soltanto il sommo sacerdote glorioso nei cieli, noi forse potremmo esitare ad accostarci a lui, trovandolo troppo alto, troppo distante dalla nostra misera condizione umana. Dubiteremmo forse della sua capacità di comprenderci, di compatirci nelle nostre debolezze. L'Autore introduce l'altro aspetto con una duplice negazione proprio per dimostrare che risponde a una possibile obiezione: "Non abbiamo il sommo sacerdote che non sappia compatire". Gesù è autorevole, degno di fede per i rapporti con Dio, ma è anche il sacerdote misericordioso, pieno di compassione con noi peccatori, desideroso di aiutarci.
L'Autore presenta questa misericordia di Cristo come un sentimento profondamente radicato nella sua umanità. La compassione verso i propri simili è acquisita con la partecipazione effettiva alla loro sorte. Non si tratta quindi di un sentimento superficiale di chi si commuove facilmente, si tratta di una capacità acquisita attraverso l'esperienza della sofferenza personale. L'Autore ci fa capire che per compatire veramente è necessario aver patito personalmente, essere passati attraverso le stesse prove, le stesse sofferenze di coloro che si vogliono aiutare.
Nell'Antico Testamento la misericordia di Dio si manifesta già in tanti modi commoventi, però le mancava una dimensione: quella di essere espressa da un cuore umano e acquisita attraverso le esperienze dolorose della vita umana. Cristo ha dato alla misericordia di Dio una nuova dimensione tanto commovente e tanto confortante per noi. Cristo manifesta una misericordia che allo stesso tempo è divina ed umana.
Anche sotto questo aspetto possiamo notare un forte contrasto con le tradizioni antiche sul sacerdozio. Infatti, parecchi testi dell'Antico Testamento richiedono dal sacerdote non la misericordia, ma la severità nei confronti dei peccatori, una severità talora spietata. L'Antico Testamento non aveva ancora pienamente il concetto di sacerdozio come mediazione, lo considerava legato quasi esclusivamente all'idea di culto. Era preoccupato quindi della relazione del sacerdote con Dio e, per mettere il sacerdote dalla parte di Dio, esigeva che Egli si opponesse decisamente ai peccatori.
Questo è l'insegnamento che ci viene dato nel libro dell'Esodo (cap.32) nel momento dell'istituzione del sacerdozio levitico. Il popolo leggiamo si è lasciato andare all'idolatria del vitello d'oro e Mosè allora, sceso dal monte, chiama a sé chi è dalla parte di Dio. I leviti uccidono circa tremila persone, dice il racconto, e così ottengono il sacerdozio. "Avete ricevuto oggi la consacrazione sacerdotale per il Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Dio vi accordasse la sua benedizione". Possiamo capire da questi episodi quanto sia diverso il modo in cui viene concepito e realizzato il sacerdozio di Cristo, il sacerdozio della Nuova Alleanza. Lungi dall'esigere una severità spietata contro i peccatori, esso ha richiesto una solidarietà completa, una misericordia sconfinata.
Cristo è diventato sacerdote non infierendo contro noi peccatori, ma, al contrario, condividendo la nostra sorte misera, la sorte dei più gravi criminali. Questo capovolgimento di prospettiva si manifestava già prima della sua passione, nella sua vita pubblica. Gesù accoglieva i peccatori, mangiava con loro tanto da essere chiamato con ironia l'amico dei peccatori e dei pubblicani (Mt 11,19). Tutto il ministero di Gesù è stato una rivelazione della sua misericordia verso gli ammalati, gli indemoniati, i poveri, i piccoli, le folle. È stata una lotta condotta contro il peccato, non più contro i peccatori. Ecco la differenza radicale. Invece di ergersi contro i peccatori, come abbiamo visto nel caso dei leviti e di Pincas, Gesù ha preso su di sé la loro sorte per liberarli dal peccato. Ha trasferito la lotta nella sua stessa persona, secondo la volontà salvifica del Padre. La morte umana, conseguenza del castigo del peccato, è diventata per lui un mezzo per far sovrabbondare l'amore e vincere così il peccato. Con il dono totale di sé, Egli ha sostituito tutti i sacrifici rituali antichi e ha ottenuto quello che gli antichi sacerdoti, invano, tentavano di raggiungere: la comunione tra il popolo e Dio. Quando l'Autore parla della solidarietà di Cristo e della somiglianza con i fratelli, esclude il peccato. "Provato in tutto come noi, escluso il peccato" (Eb 4,15).
Una solidarietà senza peccato
Potrebbe sorgere in noi una domanda: l'assenza di ogni peccato in Cristo non diminuisce forse la sua solidarietà con noi? Il peccato non contribuisce mai a stabilire una solidarietà autentica. È sempre un atto di egoismo, crea divisione, crea mancanza di solidarietà, come ci dimostrano l'esperienza e la Scrittura. Nel III capitolo della Genesi vediamo che, subito dopo il peccato, i personaggi che vi sono stati coinvolti si accusano a vicenda l'uomo accusa la donna, la donna accusa il serpente. Non c'è solidarietà: tutti sono stati complici nel peccato, ma nessuno vuole assumerne le conseguenze. Lo stesso accade nell'episodio del vitello d'oro in Esodo 32.
L'autentica solidarietà con i peccatori non consiste mai nel rendersi complici del loro peccato, ma, al contrario, nell'assumersi generosamente la situazione drammatica provocata dai peccati e nell'aiutare i peccatori ad uscirne.
È questa la generosità che Gesù ha avuto: ha preso su di sé tutte le nostre colpe, quelle di tutti gli uomini, ha preso il supplizio dei peggiori criminali, la croce. Da ciò risulta che ogni peccatore, anche il più colpevole, può sempre sentire la presenza di Gesù al proprio fianco non appena rinuncia al peccato. I peggiori criminali trovano accanto alla propria croce quella di Gesù misericordioso, di Gesù compassionevole.
Anche riguardo al peccato possiamo notare un contrasto con l'Antico Testamento, che, molto preoccupato della purezza del sacerdozio, esigeva dal sacerdote una purità rituale assoluta. Ci sono tante prescrizioni minute. Eppure la Scrittura non esigeva che il sacerdote fosse senza peccato, non lo poteva esigere perché tutti erano peccatori, anzi quando nel Levitico si parla dei sacrifici per il peccato, il primo caso considerato è quello del sacrifico per il peccato del sommo sacerdote (Lv 4,3). Nella consacrazione scerdotale di Aronne il primo sacrificio di espiazione è per i suoi peccati. Similmente, nella liturgia di espiazione, il giorno di Kippur, il primo sacrificio che il sommo sacerdote doveva offrire era per i peccati suoi e della sua famiglia (Lv 9,8). La situazione viene completamente capovolta nel Nuovo Testamento. Mentre nell'Antico troviamo il sommo sacerdote peccatore, privo di compassione per i peccatori, nel Nuovo troviamo il sommo sacerdote senza peccato e pieno di compassione per i peccatori. Siamo di fronte alla rivelazione più profonda dell'amore gratuito di Dio, una rivelazione veramente impressionante, se ci pensiamo bene. Ne consegue che noi ora possiamo avvicinarci con fiducia al trono di Dio che nell'Antico Testamento era una sede di terribile santità. Pensiamo, ad esempio, alla visione di Isaia e al suo spavento. Questo trono è diventato, grazie a Cristo, il trono della grazia, il trono dell'amore gratuito, generoso, misericordioso, perché accanto a Dio si è seduto Cristo, nostro fratello compassionevole, che intercede per noi. Siamo quindi invitati ad accostarci con piena fiducia a tale trono nella certezza di ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati in tempo opportuno.
L'Autore insiste ulteriormente sulla solidarietà del sommo sacerdote con gli uomini peccatori. Spiega che il sommo sacerdote è in grado di sentire giusta comprensione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore, essendo anch'Egli rivestito di debolezza. Le traduzioni qui parlano di compassione, ma non sono esatte. La parola greca non significa compassione, ma comprensione. E qui c'è una sfumatura che manifesta come l'Autore sia consapevole che nell'Antico Testamento la compassione non era una caratteristica del sacerdozio, ma la comprensione doveva esistere perché il sommo sacerdote era nella stessa situazione dei peccatori. Comprensione per quelli che sono nell'ignoranza o nell'errore. I due termini esprimono la colpa attenuandone la gravità. L'Antico Testamento distingueva chiaramente due categorie di peccati: quelli in cui si cade per ignoranza, cioè per inavvertenza, per fragilità, e quelli commessi a mano alzata, cioè le trasgressioni commesse con piena consapevolezza e con ribellione aperta. Per questa seconda categoria non era prevista l'espiazione sacrificale. Chi si ribellava apertamente a Dio doveva essere messo a morte. Non c'era altra soluzione. Per la prima categoria invece era prevista l'espiazione sacrificale.
Nel Nuovo Testamento si tende a far rientrare tutti i peccati nella categoria dell'ignoranza, ritenendo che in fondo il peccatore non è mai del tutto consapevole della gravità della sua colpa. Le parole di Gesù nel momento stesso della sua crocifissione, che è il peccato più orrendo, manifestano questo orientamento: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno". Pietro in uno dei suoi primi discorsi parla nello stesso senso e dice ai Giudei: "Fratelli, io so che avete agito per ignoranza così come i vostri capi".
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