venerdì 28 marzo 2025

Lettera agli Ebrei 7

Efficacia del sangue di Cristo 

"Se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente? Per questo Egli è mediatore di una Nuova Alleanza". 

Questo brano molto ricco ci permette di approfondire il mistero della passione e della glorificazione di Cristo, ci fa capire in che maniera il sangue versato da Cristo è diventato sangue della Nuova Alleanza. Lo è diventato perché è stato espressione di un'offerta personale, perfetta, fatta sotto l'impulso dello Spirito Santo. Nel culto antico venivano offerti doni e sacrifici esterni, cadaveri di animali immolati che non potevano fondare un'autentica alleanza, perché erano incapaci di avere un influsso reale sulla coscienza delle persone. Invece Cristo offrì se stesso senza macchia a Dio sotto l'impulso dello Spirito Santo. Il suo sacrificio è stato non un'offerta esterna, ma un'offerta personale, di tutto il proprio essere umano. Offrire se stesso completa l'aspetto di sottomissione espresso in altri testi: Gesù non si è mai accontentato di un'accettazione passiva della volontà di Dio. In tutta la sua volontà si è dimostrato pieno di iniziativa, affrontava le difficoltà, in particolare ha preso risolutamente la via di Gerusalemme per andare alla sua passione e, dopo l'agonia, si è mostrato energico e ha impedito a Pietro di difenderlo. 

Il sacerdote antico non poteva offrire se stesso perché non era né degno, né capace. Non era degno perché era un peccatore e doveva offrire per se stesso gli animali immolati. Non poteva essere lui una vittima gradita a Dio perché la condizione posta era che la vittima fosse senza macchia (espressione che ricorre più volte nel Levitico). D'altra parte non era capace di offrire se stesso perché, essendo peccatore, non aveva in sé la potenza di amore necessaria per offrirsi a Dio. Un peccatore è debole, il suo egoismo gli impedisce di offrirsi a Dio perfettamente. Gesù, invece, è stato vittima degna e sacerdote capace. 

Vittima degna perché era senza macchia, dice l'Autore, cioè aveva una perfetta integrità morale e religiosa. L'aggettivo è lo stesso che viene applicato agli animali nel Levitico, ma quando si applica ad un uomo, come in alcuni salmi, allora si tratta di una integrità morale e religiosa. Gesù era santo, innocente, senza macchia.

 D'altra parte è stato sacerdote capace in quanto pieno della forza dello Spirito Santo: "Con Spirito eterno offri se stesso senza macchia a Dio": una frase molto densa che esprime gli aspetti principali dell'offerta di Cristo. La principale novità che troviamo qui consiste nel ruolo attribuito allo Spirito nel sacrificio di Cristo. I Vangeli menzionano più volte lo Spirito Santo in relazione a Gesù: nei Vangeli dell'infanzia in relazione al suo concepimento, nel momento del battesimo e nel corso del ministero.


Il mistero pasquale e lo Spirito Santo


I Vangeli non parlano dello Spirito Santo nel racconto della passione; la lettera agli Ebrei, invece, afferma che il mistero pasquale di Cristo è stato una mistero adempiuto sotto l'impulso dello Spirito Santo. È vero che l'Autore non dice Spirito Santo ma Spirito eterno. Però dire eterno è un altro modo di designare lo Spirito Santo. Solo Dio è eterno, perciò lo Spirito eterno è lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo. L'aggettivo eterno non è stato scelto senza motivo. Con esso l'Autore vuole esprimere il valore dell'offerta di Cristo, fatta per ottenerci una redenzione eterna (9,12), cioè una redenzione definitiva, perfetta, fatta per donarci "l'eredità eterna" (9,15) e per fondare un’alleanza eterna (13,20). Ha voluto quindi esprimere una proporzione tra lo Spirito e il frutto dell'offerta. Solo la potenza dello Spirito eterno poteva comunicare a Cristo lo slancio necessario per realizzare un'offerta di così grande efficacia, un'offerta capace di fondare l'alleanza nuova e definitiva, eterna. San Giovanni Crisostomo insegna: lo Spirito Santo prende, nel sacrificio di Cristo, il posto che teneva il fuoco nei sacrifici antichi.

Quale era la funzione del fuoco nel culto antico? Una funzione essenziale, perché il problema del culto nell'Antico Testamento era un problema di ascensione, cioè come far salire le vittime fino a Dio. Il mezzo adoperato a tale scopo era il fuoco dell'altare. Per mezzo del fuoco le vittime si trasformavano in fumo che saliva verso il cielo sino a Dio. Dio respirava il fumo dei sacrifici. Abbiamo già visto quest'immagine a proposito dei sacrifici di Noè: "Dio odorò il fumo dei sacrifici", "un odore di soave fragranza", espressione che si ritrova nel Nuovo Testamento e anche nella liturgia con traduzioni. Nella lettera agli Efesini leggiamo: "Camminate nell'amore nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha consegnato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave fragranza" (5,2). Però per essere un sacrificio di fragranza, l'offerta di Cristo è stata consumata dallo Spirito Santo, non dal fuoco dell'altare. Quindi, secondo la mentalità dell'Antico Testamento, il fuoco conferiva all'offerta la forza ascensionale necessaria per raggiungere Dio. 

La Bibbia precisa che non qualsiasi fuoco può servire a questo scopo. Perché un'offerta possa salire veramente sino a Dio occorre un fuoco disceso da Dio, l'unico in grado di risalire verso Dio portando con sé la vittima. San Giovanni ha una frase che esprime la stessa prospettiva. Gesù dice: "Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo" (3,13). Il libro del Levitico ci ricorda quindi che il culto sacrificale del popolo di Dio si era attuato per mezzo di un fuoco venuto da Dio. Nel capitolo IX, al versetto 24, nel momento dell'inaugurazione del culto sacerdotale alla fine della consacrazione del sommo sacerdote, il testo dice che un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull'altare l'olocausto e i grassi. Un evento analogo viene riferito in occasione della dedicazione del tempio da parte di Salomone. Nel Secondo libro delle Cronache al capitolo VII è detto: "Appena Salomone ebbe finito di pregare, venne dal cielo il fuoco che consumò l'olocausto e le altre vittime, mentre la gloria del Signore riempiva il tempio". Questa è l'attuazione perfetta del sacrificio. Così la validità dei sacrifici era assicurata. La Bibbia dà quindi la prescrizione di conservare accuratamente il fuoco venuto dal cielo sull'altare. Secondo il Levitico (6,6) questo fuoco doveva essere sempre tenuto acceso. Alla sera si ricopriva per mantenerlo sotto la cenere e al mattino lo si rianimava. Era sempre lo stesso fuoco venuto dal cielo che serviva per le offerte dei sacrifici. 


Il fuoco che viene da Dio

Sacrificare non è un'azione umana, ma un'azione divina. Soltanto Dio può rendere sacra un'offerta. L'uomo può presentare un'offerta, ma non la può sacrificare nel senso pieno. Per attuare un sacrificio non bastano quindi gli sforzi umani, nemmeno il fuoco acceso da un uomo, ci vuole un fuoco celeste, un fuoco che venga da Dio stesso. L'uomo non è in grado di sacrificare. Soltanto Dio può rendere sacra l'offerta, mettendo dentro il suo fuoco divino, la sua santità. Dio in più passi dell'Antico Testamento viene definito fuoco divorante, e nella lettera agli Ebrei l'Autore lo ripete anche alla fine del capitolo XII. Questa intuizione era quindi molto valida, ma rimaneva imperfetta perché il fuoco divino veniva concepito in modo materiale, come il fulmine che cade dal cielo. L'Autore della lettera agli Ebrei supera questa concezione imperfetta e, riflettendo sulla passione di Gesù, scopre il vero significato del simbolo: il fuoco di Dio non è il fulmine che cade dalle nubi, ma è lo Spirito Santo, lo Spirito di santificazione, come viene detto nella lettera ai Romani. Lo Spirito Santo è l'unico capace di effettuare la vera trasformazione sacrificale, cioè di far passare l'offerta nella sfera della santità divina. Nessuna forza materiale è in grado di far salire veramente un'offerta fino a Dio, nemmeno il fuoco, perché non si tratta di fare un viaggio nello spazio, ma di ottenere una trasformazione interiore, rendere perfetto nella coscienza l'offerente, come dice l'Autore. 

Per accostarsi a Dio l'uomo ha bisogno di una trasformazione del cuore, trasformazione resa possibile ed effettiva solo dallo Spirito Santo: "Vi darò un cuore nuovo, vi darò uno spirito nuovo, metterò il mio spirito dentro di voi" (Ez 36.26). 

Il sacrificio di Cristo, dunque, non è avvenuto per mezzo del fuoco che bruciava continuamente sull'altare del Tempio, ma per mezzo dello Spirito eterno. Questo è il segreto del dinamismo interno della sua offerta. In quanto animato dalla forza dello Spirito Santo, Gesù ha avuto lo slancio interno necessario per trasformare la propria morte, orrendo evento di rottura, in offerta di se stesso a Dio per stabilire la Nuova Alleanza. Questa forza spirituale ha realizzato la vera trasformazione sacrificale, facendo passare la natura umana di Cristo dal livello terreno, cioè dal livello del sangue e della carne in cui Egli si trovava in virtù dell'incarnazione, al livello della definitiva unione con Dio nella gloria celeste. Gesù è così passato da questo mondo al Padre, come dice Giovanni, non con un viaggio spaziale, ma con una trasformazione, una santificazione. Gesù stesso nel Quarto Vangelo dice nella preghiera sacerdotale: "Per loro io santifico me stesso affinché siano anch'essi santificati nella verità» (Gv 17,19). Il verbo significa santificare ma si può anche tradurre con sacrificare o consacrare. È importante che noi cogliamo quest'idea di sacrificio e di offerta, un'idea molto positiva di santificazione per mezzo dello Spirito Santo. Sono espressioni equivalenti. 

 Invece di soffermarci sull'aspetto di privazione, di dolore, dovremmo rivolgere tutta la nostra attenzione al momento della trasformazione. Quando il Signore ci chiede un'offerta, non è per arricchire se stesso. Egli non ha bisogno delle nostre offerte. Già l'Antico Testamento lo dichiara. Se ci chiede un'offerta è per comunicarci la Sua Santità, per trasformarci ed elevarci nell'amore. Dobbiamo capire che con le nostre sole forze non siamo in grado di attuare un vero sacrificio; possiamo soltanto presentare la nostra offerta chiedendo al Signore di trasformarla profondamente grazie alla forza dello Spirito Santo. 

Come possiamo ottenere tale forza? Come l'ha ottenuta Gesù. Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al brano del capitolo V della lettera agli Ebrei che ci offre un'altra descrizione dell'offerta di Cristo, una descrizione più esistenziale, più dettagliata, meno densa della frase del IX capitolo. Abbiamo già letto questo passo: "Cristo nei giorni della sua carne offri preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà". L'offerta di se stesso, di cui parla al capitolo IX, cominciò con l'offerta di preghiere e suppliche; Gesù si trovava nei giorni della sua carne, come dice letteralmente l'Autore. Vuol dire che non si trovava in una situazione pienamente spirituale. L'offerta di Gesù non ha avuto un punto di partenza facile, come di un essere pienamente spirituale, ma un punto di partenza umile, penoso. Cristo aveva assunto la nostra carne, cioè la nostra natura umana, fragile, debole, mortale e per questo si trovava in una situazione tremendamente angosciosa. A partire da tale situazione Egli ha offerto se stesso per mezzo dello Spirito Santo, ottenuto grazie a una preghiera intensa. 


L'azione dello Spirito Santo

Per ottenere lo Spirito Santo che trasformerà le nostre offerte è indispensabile seguire l'esempio di Cristo e pregare con intensità, specialmente se siamo in un tempo di prova. La prova deve diventare un sacrificio, un'offerta, grazie allo Spirito Santo ottenuto con la preghiera. In fin dei conti, ogni preghiera ha questo risultato: ottenere lo Spirito Santo. Lo dice una frase del Vangelo di Luca dove Gesù dichiara. "Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli quanto più il vostro Padre celeste darà lo Spirito Santo a quelli che lo pregano" (11,13). Non si deve tradurre come si fa abitualmente: "a quelli che glielo chiedono", ossia darà lo Spirito Santo a coloro che chiedono lo Spirito Santo. Gesù non dice questo, dice semplicemente: darà lo Spirito Santo a quelli che lo pregano. Vuol dire che ogni preghiera ha come risultato una comunicazione dello Spirito Santo. Anche quando chiediamo cose materiali, benefici terreni, il Signore dà lo Spirito Santo che trasforma la situazione, uno Spirito creatore. Dio non si accontenta mai di darci cose materiali, trasforma la nostra situazione con il dono del suo Spirito. Ogni nostra preghiera deve essere un'offerta di noi stessi all'azione dello Spirito, proprio per permettere a Dio di esaudirci. Il brano del capitolo V ci consente di cogliere due aspetti dell'azione dello Spirito Santo, in risposta alla preghiera intensa di Gesù. Il primo aspetto è quello della docilità verso Dio, il secondo è la solidarietà fraterna con gli uomini. Lo Spirito Santo produce questi due frutti: docilità verso Dio, solidarietà con i fratelli. 

L'Autore esprime il primo risultato della preghiera di Gesù dicendo che Egli imparò l'obbedienza dalle cose che patì (5,8). È il primo risultato della preghiera. Di per sé la sofferenza non provoca un movimento di docilità, ma un movimento di ripugnanza, di rigetto. L'uomo che soffre è tentato di ribellarsi a Dio. Se viene affrontata nella preghiera, la sofferenza diventa occasione di trasformazione positiva per opera dello Spirito Santo. Durante la sua passione, Gesù è stato condotto dallo Spirito Santo ad una nuova perfezione di obbedienza. L'Autore ha l'audacia di dire questo: imparò l'obbedienza. 


Il cuore nuovo

C'è un altro aspetto dell'incarnazione alquanto suggestivo: il sangue di Cristo che offre se stesso per lo Spirito Santo, è in grado di purificare proprio a causa dello Spirito Santo. I sacramenti della Chiesa comunicano lo Spirito Santo proprio perche il sangue di Cristo si è come imbevuto di Lui. Possiamo ricordare ancora un altro brano della lettera agli Ebrei, che completa la prospettiva e che parla dello Spirito. Nel X capitolo l'Autore parla di nuovo dell'oblazione di  e dice che "con un'unica oblazione Egli ha reso perfetti per sempre quelli che ricevono la santificazione. Questo lo attesta lo Spirito Santo perché dopo aver detto: Questa è l'alleanza che io stabilirò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: Darò loro le mie leggi e le imprimerò nei loro cuori e nella loro mente, e dei loro peccati, delle loro iniquità non mi ricorderò più" (10,14-17). Con un'unica offerta Cristo ha ottenuto due effetti contemporanei: da una parte è stato reso perfetto, dall'altra parte ci ha resi perfetti perché questa perfezione che ha ottenuto, l'ha ottenuta per noi. Cristo ha accettato la sua passione per noi; noi ne riceviamo il frutto che è la perfezione, che consiste nell'avere la legge di Dio inscritta nei nostri cuori. La Nuova Alleanza consiste nel fatto che Cristo, presentandosi al Padre per fare la Sua volontà, ha accettato che la legge di Dio venisse scritta in maniera nuova nel suo cuore umano e per mezzo di Cristo anche noi veniamo resi perfetti, cioè riceviamo la legge di Dio nei nostri cuori per obbedire a Dio con amore. Riceviamo "il cuore nuovo," promesso nell'oracolo di Ezechiele: "Vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno spirito nuovo, vi darò il mio Spirito" (Ez 36,26). Quel cuore nuovo è il cuore stesso di Cristo fatto nuovo nella sua passione. Siamo invitati ad accoglierlo in noi. "Vivo non più io, Cristo vive in me" (Gal 2,20), dice Paolo, e Cristo vive specialmente per mezzo del suo cuore, l'organo principale, interiore.


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