lunedì 1 aprile 2013

FLACILLA (Gregorio di Nissa)

Aelia Flacilla, imperatrice,
moglie di Teodosio
La morte di santa Aelia Flacilla
Discorso commemorativo di Gregorio di Nissa

Il messaggio della risurrezione nella cultura del tardo impero





[L'imperatore Teodosio] il fedele e saggio amministratore - prendo spunto da un passo del divino Vangelo - stabilito dal Signore sopra la sua casa, per dare, nel tempo opportuno, in cibo adeguato ai suoi sottoposti, giustamente, tempo fa, aveva imposto il silenzio. Rendendosi conto della gravità del dolore aveva deciso che il lutto venisse onorato con un silenzio composto. Non capisco bene, allora, perché in seguito abbia voluto che [un rappresentante della] Chiesa tenesse un discorso [funebre] in questa riunione che si sta svolgendo ora, annullando la decisione precedente con la quale aveva vietato ogni discorso. Più volte ho provato grande ammirazione per la saggezza del nostro sovrano e lo avevo apprezzato ancora di più proprio per quella decisione presa, con la quale imponeva di restare silenziosi di fronte a tale sventura. Il silenzio infatti mi sembra una medicina naturale e opportuna per l'afflitto; il passare del tempo lenisce la ferita dell'anima e il silenzio cura l'abbattimento del cuore. Se qualcuno si mette a parlare finché l'animo è ancora  sconvolto, inasprisce la sofferenza e il ricordo dei mali patiti, rende pungenti i pensieri, come fossero delle spine. Se non oso troppo a correggere il nostro sovrano, forse sarebbe opportuno restare ancora zitti, proprio per evitare che il parlare [dei fatti tristi], acutizzando il dolore, provochi turbamento in chi ascolta. La disgrazia è troppo recente perché l'animo possa essersi [almeno un po'] calmato. Il dolore ha colpito soltanto da poco tempo e forse rimarrà sempre vivo finché durerà la vita. Il nostro cuore è ancora scosso; come un mare sconvolto dalla burrasca della sventura, è agitato in profondità. I sentimenti sono pesanti, poiché brucia il ricordo del male sofferto. Se ho l'animo turbato dal dolore, appesantito dal cumulo di sofferenza, come potrò sviluppare un discorso in modo corretto?  Tuttavia dovendo obbedire a chi mi ha chiesto di parlare, non so  quali parole usare. Non so come decifrare bene l'intenzione del sovrano. Forse sta cercando di adattarsi al suo dolore? Forse cerca solidarietà nella Chiesa, [spera] nella compassione ravvivata dalle mie parole, rivolte a persone capaci di compassione? Se sta pensando così, a mio parere, fa bene. Infatti se accettiamo volentieri il benessere offerto dalla fortuna, dobbiamo imparare ad accogliere in modo aperto anche la sventura. Lo consiglia anche l'Ecclesiaste: «C'è un tempo per ridere e un tempo per piangere» (3,4). Impariamo da questa osservazione come sia necessario rassegnarci al lutto che ci ha colpiti. Gli eventi si svolgono nella loro successione e noi dobbiamo godere nella gioia ed essere pronti a passare dal gaudio alla tristezza; conviene adattarsi passando dal benessere al pianto. Il riso rivela all'esterno il sentimento di gioia mentre il peso che opprime il cuore si manifesta nel lamento e il pianto diventa come il sangue per le ferite dell'anima. Nel libro dei Proverbi di Salomone leggiamo: «Il cuore lieto fa brillare il volto mentre l'anima che è nel lutto lo rabbuia» (Sir 7,4). Allora bisogna anche che il nostro discorso si adatti ai sentimenti del cuore.
3. Forse sarebbe stato opportuno riprendere le parole con le quali il grande Geremia pianse la sventura di Israele. Quelle espressioni, più di altre che ci vengono tramandate dall'antichità, create in tempi funesti, sarebbero le più opportune per piangere sul nostro presente. Le vicende capitate a Giobbe furono dure da sopportare. Tuttavia ci è possibile paragonare le sventure innumerevoli che hanno coinvolto una sola famiglia con il male di cui ora soffriamo? Elenchiamo pure tante sventure gravi che coinvolgono intere comunità, come terremoti, guerre, inondazioni, forti sismi ma queste sono  poco in confronto del male che ci è capitato. Perché? Chiaramente una tragedia come una guerra non coinvolge mai il mondo intero e se in un luogo si combatte, in un altro si gode della pace. Dobbiamo fare altri esempi? Un incendio provocato da un fulmine, un'esondazione, uno sprofondamento del terreno. La sofferenza che ci è capitata invece tocca chiaramente tutto il mondo. Non c'è popolo o città che non sia in lutto. Si potrebbe fare nostro l'invito rivolto da Nabucodonosor ai suoi sudditi: «Mi rivolgo a voi, popolo, tribù e lingue». Permettetemi allora di aggregarmi al messaggio dell'assiro per annunciare una disgrazia ancora più rilevante e dire come se gridassi nel corso di un dramma teatrale: Città, popoli e nazioni, intero mondo, navi che percorrete il mare e quanti vivete sulla terra, tutti voi che componete il regno sottomesso allo scettro dell'imperatore, uomini di ogni luogo, esprimete il vostro lamento, Effondete concordi un pianto comune a tutti poiché dobbiamo lamentare una disgrazia che ha danneggiato tutti.
L'imperatore Teodosio, il marito di Flacilla
Elogio di santa Flacilla

4. Siete disposti a sentire, per quanto lo possa fare, il racconto della sventura che è sopravvenuta? Nella nostra generazione la natura umana ha compiuto azioni tali da superare se stessa, ha oltrepassato le misure ordinarie. Meglio, il Signore della natura [infondendo] un'anima umana in un corpo femminile, unendo tra loro la virtù del corpo con quella dell'anima, ha manifestato una meraviglia incredibile ai nostri contemporanei e ha offerto un esempio di virtù quasi insuperabile da qualsiasi altro. Le virtù che possono abitare in un'anima sono apparse tutte in un'unica persona concreta. Affinché poi tutti potessero cogliere questa grande novità, ha innalzato [questa donna] al trono più elevato della regalità. Ad imitazione del sole, ella, dall'altezza della sua dignità, illumina tutto il mondo con i raggi delle sue virtù. Per decreto divino, l'ha unita come sposa, in comunione di vita e di regno, al reggitore di tutto il nostro mondo, per rendere più felice, realmente, ogni suddito per mezzo suo. Come dice la Scrittura, «diventò una collaboratrice per operare ogni bene». Quando si doveva beneficare qualcuno, o collaborò con il marito per conseguire questo risultato oppure lo precedette. Entrambi erano pronti in modo uguale alla solidarietà. Confermano il mio dire un insieme innumerevole di fatti del passato e altri episodi che vengono narrati attualmente da chi dichiara il vero.
5. Se richiedevi un gesto di pietà, eccoli entrambi darsi da fare per compierlo. Se richiedevi un atto d'umanità, di giustizia o qualcos'altro ambito dagli uomini virtuosi, gareggiavano entrambi per essere i primi nel compiere benefici e nessuno dei due risultava inferiore all'altro. Erano un dono l'uno per l'altro. La consorte, come premio della sua rettitudine, aveva il signore dell'impero ma egli considerava poca cosa detenere il dominio della terra e del mare rispetto alla fortuna di avere costei come moglie. Si scambiamo gesti di simpatia, l'uno guardava l'altra con affetto e veniva guardato dall'altra e viceversa. Non è possibile descrivere a parole come egli sia e quale lei sia stata. Chi potrebbe manifestare una bellezza  che  è superiore ad ogni cosa che appare? Ma forse [questa bellezza] sarebbe stata possibile osservarla nei loro discendenti. Lei non ha lasciato, riprodotto dall'arte, qualcosa che realmente le assomigli; qualsiasi ritratto o scultura è ben distante dal mostrare qual era.
6. Finora ho riferito quanto si dice e che cosa si affermerà nel seguito del discorso? Di nuovo devo riprendere a gridare [per il dolore]. Perdonatemi se eccedo nell'effondere il mio sentire! O Tracia, un nome da brivido! Terra sfortunata, abitata da un popolo che si è distinto per le sventure subite! Un tempo sei stata devastata dal fuoco nemico delle incursioni dei barbari ed ora subisci la peggiore sventura che ci poteva capitare. Presso di te il bene viene annientato perché gli invidiosi si rivoltano contro l'impero, qui da te naufraga il mondo stesso, e qui, andando a sbattere contro uno scoglio nella violenza della tempesta, sprofondiamo nell'abisso del dolore! Non è forse rovinosa quella partenza che non prevede più alcun ritorno? Acque amare: chi attinge alle vostre fonti, non possa mai dissetarsi! O regione che vide verificarsi tale disgrazia ai ricevuto il nome di luogo tenebroso proprio in seguito alla sventura! Ho saputo che nel dialetto locale viene denominata Skotumin, tenebrosa. Presso di te si è spenta la lampada, si è attenuato ogni splendore, i raggi delle virtù si sono affievoliti, l'ornamento del regno è svanito, è venuto meno il governo della giustizia e il simbolo, anzi l'archetipo della solidarietà! è scomparso il modello della fedeltà coniugale, la donazione pura della continenza, la maestà che si rendeva accessibile, la mitezza che suscitava rispetto, l'umiltà elevata, la riservatezza che non impediva la confidenza, l'equilibrio formata da un insieme di qualità! è scomparso lo zelo della fede, la colonna della Chiesa, l'ornamento degli altari, la ricchezza dei poveri, la mano destra pronta a donare, il porto di tutti i miseri. Piangano le vergini, si lamentino le vedove, s'addolorino gli orfani, riconoscano quanto hanno ricevuto da lei ora che non possono più ricevere nulla. Non è preferibile che rivolga l'invito a dolersi a più persone, di ogni tipo? Si lamenti tutta la generazione attuale ed innalzi un lamento profondo proveniente dal centro del cuore. Si addolorino i sacerdoti poiché l'invidia li ha privati del loro ornamento. Esagero se ripeto le parole del profeta quando dichiara: Ci hai abbandonato, Signore, per sempre e perché divampa la tua ira sul gregge del tuo pascolo?  (Sal 73,1) Per quali colpi riceviamo tali punizioni? Forse perché l'empietà si è diffusa in seguito alle molteplici eresie, dobbiamo subire questo giudizio di condanna? Osservate quanti mali ci hanno colpito in breve tempo. Non ci eravamo ancora riavuti dalla disgrazia precedente [ossia della morte di Pulcheria, figlia di Flacilla e di Teodosio], ancora non avevamo asciugato le lacrime, ed ecco precipitati in un altro dolore. C'eravamo addolorati per il fiore appena apparso [Pulcheria] ed ora [dobbiamo soffrire] per il taglio del ramo dal quale il fiore è spuntato [Flacilla]. Allora avevamo pianto la bellezza in fiore, ora piangiamo colei che l'aveva fatto germogliare. Allora eravamo afflitti per il venir meno di un bene nel quale avevamo sperato, ora per il bene che avevamo già sperimentato. Forse pensate, frenelli, che il dolore mi faccia dire cose insensate? La creazione stessa, come insegna l'apostolo geme insieme a noi.
moneta romana con il ritratto di Flacilla

Il ricordo delle esequie

Vi ricorderò ora gli avvenimenti [vissuti] e sono certo che approverete ciò che vi dirò. Quando l'imperatrice fu accompagnato in città [a Costantinopoli], coperta da un vero purpureo e dorato, (veniva portata in una lettiga), tutte le persone di ogni tipo ed età, affluirono in città, e così ogni piazza risultò troppo angusto per accogliere un tale moltitudine. Tutti seguivano a piedi il feretro in processione, anche coloro che appartenevamo alle classi più alte. Ricorderete come il sole nascose i suoi raggi dietro le nubi per non vedere, con la sua luce pura, la regina entrare nell'urbe in quella maniera, non portata sopra un carro, o sopra un carro dorato, come avviene ad una persona regale, accompagnata da scorta, ma nascosta in un loculo, con il volto coperto da un velo ferale. Era uno spettacolo tale da suscitare orrore e compassione, da far sgorgare il pianto alle persone che le andavano incontro. Chi tra quanti erano radunati, straniero che fosse o abitante la città, mentre entrava, l'accoglieva non con acclamazioni ma con lamenti. Anche il cielo s'oscurò in segno di lutto, facendo scendere l'oscurità come un manto funebre. Perfino le nubi, facendo quanto era loro possibile, si misero a piangere, spargendo per il dolore gocce sottili a guisa di lacrime. Sto dicendo delle vere sciocchezze, cose che non dovrei neppure menzionare? Se la natura ha agito in questo modo per segnalare la gravità del lutto, non ha lo ha fatto da sé ma per comando del Signore della creazione il quale, tramite tali eventi, intendeva onorare la morte di quella donna santa. «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli» (Sal 115,14). Io stesso, in quella circostanza, do osservato un altro evento ancora più straordinario da riferire. Ho visto due piogge, l'una che scendeva dal cielo, l'altra formata dalle lacrime che scorrevano a terra, ma questa che scendeva dagli occhi non era inferiore all'altra che cadeva dalle nubi. Tra le miriadi delle persone presenti, non c'era occhio che non bagnasse la terra con gocce di lacrime.


Il messaggio della vita eterna e la miseria della vita terrena


Forse non sono riuscito a cogliere l'intento del sovrano, e siamo sprofondati in tristi ricordi più del dovuto. Egli desiderava  curare o alleviare [il dolore] con l'ascoltarmi, mentre io ho fatto l'opposto. Ho agito come un medico, che ricevendo un ferito, trascura la cura e in aggiunta bistratta il malato, amministrando dei farmaci eccitanti. Allora mi servirò d'un discorso lenitivo, versandolo come olio sulla piaga sanguinante. Nel Vangelo vediamo curare con una miscela di olio e vino inacidito. Mi adatto ai vostri desideri e prendo dalla Scrittura il vaso dell'olio e, per quanto ne sarò capace, cambierò il mio discorso, e cercherò di consolarvi invece di rattristarvi. Nessuno, però, ora dubiti di quanto dirò, per quanto gli possa sembrare incredibile. Il bene [che attendiamo nei cieli], fratelli, è sicuro e non viene meno. Anzi il mio parlare è inferiore alla verità. Non soltanto il bene più grande è sicuro ma si trova situato nelle altezze.
Cerchi l'imperatrice? Abita nelle stanze regali. Speri di vedere questo [spettacolo] con i tuoi occhi? Non è possibile darsi da fare per vedere la regina in questo modo. La scorta che l'attornia è davvero terribile. Non parlo di soldati cinti di spade di ferro ma di custodi armati di spade di fuoco, del tutto sottratti alla vista degli uomini. Abitano in un regno ineffabile e li vedrai quando  abbandonerai il tuo corpo. Non è passibile penetrare negli aditi del Regno prima di deporre il velo della carne. Preferiresti al contrario godere della vita conservando la tua carne? Fatti istruire, allora dal divino apostolo, da colui che ha sperimentato i misteri ineffabili del paradiso. Che cosa dichiara riferendosi a questa vita, parlando forse a nome di tutti i mortali: «Sono un uomo misero! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rm 7,24). Perché parla in questo modo? Perché dichiara che sia preferibile dissolversi ed essere con Cristo? (Fil 1,23). Che cosa dichiara il grande Davide, che godeva di un grande potere, e poteva soddisfare ogni piacere? Non si sentiva alle strette in questa vita? Non considera la nostra esistenza una prigione? Egli grida al Signore: «Libera dal carcere la mia vita» (Sal 141,8). Non si rattrista vedendo che la sua vita continuava a prolungarsi? «Me infelice perché la mia permanenza si è protratta!» (Sal 29,5). I santi non sapevano discernere il bene da ciò che è deteriore? Proprio per questo auguravano all'anima di poter uscire dal corpo.
Dimmi tu, che cosa trovi di straordinario in questo mondo? Osserva che cosa avvenga nel corso dell'esistenza. Non ti ripeto ciò che ha detto il profeta: «Ogni carne è come l'erba» (Is 40,2). Usando quell'immagine sembra voler migliorare la miseria del nostro vivere. Forse, parlando di erba, rende migliore la nostra reale situazione. Perché? L'erba non presenta alcun aspetto spiacevole. La nostra carne invece produce un cattivo odore e trasforma in corruzione tutto ciò che lascia di sé. Lungo tutto il corso della vita deve sottostare all'attività del ventre: si potrebbe pensare ad una attività più umiliante di questa? Non avete visto con quale insistenza questo esattore - sto parlando del ventre - ogni giorno continui ad imporre le sue richieste alle quali non è possibile sottrarsi? Quand'anche ingoiassimo più del dovuto, non riuscimmo mai ad anticipare il pagamento del nostro debito. In modo simile a quei poveri animali che ruotano attorno ad una macina con gli occhi bendati, anche noi dobbiamo girare attorno alla macina della vita. Ripetiamo inesorabilmente gli stessi gesti per poi riprendere a ripercorrerne il percorso obbligato. Ti espongo le tappe di questo movimento ciclico: fame, sazietà, sonno, risveglio, svuotamento, riempimento. Di continuo passiamo da questa a quell'altra azione, e da quella a questa, per poi riprendere la prima, né mai possiamo arrestare il movimento ed uscire da questo ciclo; sempre restiamo vincolati alla macina. Salomone ha paragonato bene questa vita ad un sacco forato e ad una casa estranea. Davvero abitiamo in una casa  che non è nostra; non siamo noi a decidere [sulla nostra vita] e non cominciamo ad esistere quando desideriamo farlo. Nasciamo senza averlo chiesto e moriamo senza poter deciderne il momento. Potrai convincerti più ancora della verità dell'immagine del sacco, se pensi alle passioni che non sono mai in grado di colmarlo. Osserva come gli uomini cerchino d'ingozzarsi di onori, di poteri, di posizioni prestigiose e di altre cose del genere. Tuttavia ciò che hanno agguantato scivola e non rimane presso chi l'ha ghermito. Ciò nonostante sempre si danno da fare per acquisire gloria, potere e fama. Il sacco delle loro bramosie non si riempie mai. Pensiamo all'amore per il denaro: non è un sacco forato? Se gli si riversasse tanto denaro quanto un mare intero, potrebbe forse colmarsi?

Dov'è stanno allora il danno e lo svantaggio se la beata [Flacilla] si è liberata dai mali della vita, se ha scrollato via da sé la sporcizia del corpo come fosse fango ed è passata con l'anima pura alla vita immacolata? [Se si è trasferita] là dove non c'è alcun inganno, dove non si crede alla calunnia, la menzogna non ha spazio, non ci si compromette con la menzogna, [là dove] piacere e dolore, paura e tracotanza, miseria e ricchezza, schiavitù e signoria, e tutte altre contrapposizioni di questa esistenza non possono assolutamente aver luogo in quella vita. In quella vita non esistono, come insegna il profeta, dolore, tristezza e lamento. Che cosa troviamo al loro posto? La libertà dalle passioni, la beatitudine, l'estraneità dal male, la familiarità con gli angeli, la contemplazione dell'invisibile, la comunione con Dio, la gioia che non ha fine. Non è sensato piangere sull'imperatrice se si pensa ai cambiamenti di cui ha goduto. Ha lasciato il regno terreno, ma ha ottenuto quello celeste; ha deposto una corona di pietre preziose, ma si è cinto di una corona di gloria. Si è tolta una veste di porpora ma si è rivestita di Cristo. Questo è il vero manto regale e l'abito più splendido. Ho saputo che il color porpora si ottiene dal sangue di certe conchiglie di mare ma la porpora celeste riceve splendore dal sangue di Cristo. Hai compreso la diversa qualità dei due tipi di vesti?


Le opere di carità della santa

Hai bisogno di ricevere una conferma del fatto che si trovi in questa situazione? Leggi il Vangelo: «Venite, benedetti del Padre mio (è la frase che il Giudice rivolge agli uomini collocati alla sua destra), ricevete in eredità il regno preparato per voi» (Mt 25,34). Se l'erano preparato compiendo delle opere. Quali? Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, infermo, carcerato. Quanto avete fatto per ognuno di questi piccoli, l'avete fatto a me. Se si diventa partecipi del regno per aver compito queste azioni, contate, se vi è possibile farlo, quante persone da lei sono state rivestite! Quanti han ricevuto alimenti dalla sua mano! Quanti carcerati non soltanto sono stati da lei visitati ma hanno ricevuto la totale assoluzione! Se col visitare il carcerato si ottiene il regno, liberare in modo totale dalla pena certamente merita maggior onore, se vi può essere qualcosa di più grande del regno. Tuttavia non dobbiamo celebrarla soltanto per queste opere. Ha compito anche azioni buone che non erano state comandate. Quante persone, per mezzo di lei, hanno conosciuto la grazia della risurrezione, mi riferisco ad uomini che, condannati a morte dalla legge, dopo aver subito la condanna a morte, di nuovo furono riportati in vita grazie al suo intervento! Lo riferiscono testimoni oculari. Hai visto presso l'altare un giovane che disperava della sua salvezza. Hai visto una donna che s'addolorava per la condanna inflitta al fratello, di colui che annunciava i beni alla Chiesa: grazie all'intervento dell'imperatrice la sua terribile condanna a morte si è trasformata in sentenza di vita. Possiamo parlare soltanto di questi fatti? Possiamo dimenticare la sua umiltà? La Scrittura considera questa virtù come la migliore di tutte. Reggeva con il suo grande Re un impero così esteso; tutte le autorità le erano sottoposte, tutti i popoli le erano soggetti, terra e male le offrivano i propri beni. Ciò nonostante non s'insuperbì, non si attaccò ai beni che erano attorno a lei; per questo diventa erede dei beni promessi dalle beatitudini ed acquista la vera sublimità attraverso un'umiltà passeggera.

Aggiungerò un argomento che segnala il suo amore per il marito. Era necessario che, una volta sciolto il matrimonio terreno, dividere i beni terreni dei quali abbondava. Come stabilì la divisione? Aveva tre figli (questi sono i beni migliori); i maschi li affidò al padre affinché fossero i custodi dell'impero mentre decise che soltanto la figlia rappresentasse la sua parte. Osservate quale candore, quale equità, quale generosità mostrò. Nella divisione di beni così preziosi, assegnò al marito la parte più grande!
Aggiungo soltanto un altro elemento e così avrò completato il mio discorso. Tutti i fedeli detestano gli idoli ma ella ha avuto un merito molto particolare: l'essersi opposta all'eresia di Ario, considerandolo una forma d'idolatria. Gli ariani che considerano la divinità una creatura, venerano anche loro la materia al pari degli idolatri. Così pensava in modo giusto e pio. Chi venera una creatura, anche se lo fa dandogli il nome di Cristo, è un vero idolatra che attribuisce il nome di Cristo ad un idolo. Per questo, dopo aver appreso che Dio non è né d' ieri né di oggi,  adora e glorifica l'unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questa fede ha vissuto, in questa è cresciuta e in questa ha esalato il ultimo respiro. Con questa è stata accolta nel seno di Abramo, padre della fede, presso la sorgente del paradiso (che offre agli infedeli neppure una goccia), all'ombra dell'albero della vita pianto lungo i corsi delle acque; che anche noi possiamo parteciparvi in Cristo Gesù Signore nostro: al quale sia gloria nei secoli. Amen.

trad. Vincenzo Bonato

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